Armi all'Ucraina, così l'Intelligence militare di Mosca agisce per fermare gli arrivi
di Floriana Bulfon , di Floriana BulfonI velivoli cargo della Nato ogni giorno trasferiscono in Polonia nuove armi destinate all’Ucraina: l’arsenale che può trasformare l’invasione nella disfatta di Putin. Decine di voli, tre finora quelli dall’Italia, scaricano missili anti-tank e anti-aerei, razzi portatili e munizioni, visori notturni e granate. Il problema adesso è farle arrivare ai soldati e ai volontari che difendono Kiev e Odessa. I generali russi hanno capito che questi ordigni possono cambiare le sorti della guerra e hanno ordinato al Gru, l’intelligence militare, di fermarli. Sono gli stessi 007 che dal 2014 hanno condotto operazioni segrete per bloccare i rifornimenti bellici acquistati dagli ucraini per combattere nel Donbass. Le spie hanno punito chi aiutava Kiev con sabotaggi, attacchi cyber e persino assassini mirati: le chiamano “mokroye delo”, azioni bagnate (nel sangue), o “chernaya rabota”, lavori neri, prendendo in prestito il gergo che…
I velivoli cargo della Nato ogni giorno trasferiscono in Polonia nuove armi destinate all’Ucraina: l’arsenale che può trasformare l’invasione nella disfatta di Putin. Decine di voli, tre finora quelli dall’Italia, scaricano missili anti-tank e anti-aerei, razzi portatili e munizioni, visori notturni e granate. Il problema adesso è farle arrivare ai soldati e ai volontari che difendono Kiev e Odessa. I generali russi hanno capito che questi ordigni possono cambiare le sorti della guerra e hanno ordinato al Gru, l’intelligence militare, di fermarli. Sono gli stessi 007 che dal 2014 hanno condotto operazioni segrete per bloccare i rifornimenti bellici acquistati dagli ucraini per combattere nel Donbass. Le spie hanno punito chi aiutava Kiev con sabotaggi, attacchi cyber e persino assassini mirati: le chiamano “mokroye delo”, azioni bagnate (nel sangue), o “chernaya rabota”, lavori neri, prendendo in prestito il gergo che usava la criminalità.
E’ l’autunno del 2014 quando esplode il deposito di munizioni di Vrbetice, in Repubblica Ceca. Tre mesi dopo altre fiamme. Ad andare a fuoco è il materiale stoccato nei capannoni 12 e 16: tonnellate di proiettili destinati a rifornire proprio l’esercito ucraino impegnato nel Donbass.
L’obiettivo del Cremlino è chiaro: da un lato, ridurre il flusso di approvvigionamenti militari per l’Ucraina nel breve periodo, dall’altro mandare un messaggio politico a tutti quei Paesi ed a quelle aziende che intendono supportare lo sforzo di Kiev contro i ribelli filorussi. E per farlo non si limita alle aziende e ai magazzini. Poco dopo, nel 2015, alza il tiro. Emiliyan Gebrev è un imprenditore bulgaro, proprietario di un gruppo che produce ed esporta armamenti, ritenuto mediatore nella compravendita tra Praga e Kiev. E’ a cena in un hotel di lusso di Sofia e improvvisamente si sente male. In poche ore è in fin di vita, l’hanno avvelenato con un agente nervino.
Un attentato che ha molte analogie con quello di Sergej Skripal, l’ex agente del Gru reclutato poi nel servizio britannico. “Il veleno è identico così come lo schema operativo e sono coinvolti gli stessi agenti dei servizi segreti russi come Denis Sergeev” - rivelò a Repubblica Gebrev- “ Fanno parte di un’unità dell’intelligence militare, che ha svolto anche altre missioni di guerra ibrida in Europa: la loro presenza è stata accertata durante le manifestazioni per l’indipendenza della Catalogna a Barcellona”. Operazioni di interferenza elettorale e di disinformazione per favorire i disordini sociali, mirare alla stabilità interna e determinare un indebolimento politico di tutto il fronte euro-atlantico.
Gebrev è la prima vittima in assoluto del Novichok, la sostanza letale impiegata anche per tentare di uccidere Aleksej Navalny e quella è la prima operazione condotta nell’Unione Europea dagli 007 russi. All’epoca però passa quasi in sordina: “Se non fosse stato per la mia insistenza nel chiedere di riaprire le indagini e per le inchieste internazionali, quasi nessuno avrebbe sentito parlare di quello che ci è successo: nonostante gli autori dell’avvelenamento siano stati identificati, nessuno li sta cercando” ammetteva Gebrev sconfortato quando l’abbiamo incontrato lo scorso marzo.
Alla fine a distanza di sette anni il governo ceco ha ufficialmente accusato la Russia di sabotaggio, definendolo un “atto di terrorismo”, ed ha disposto l’espulsione di 18 diplomatici del Cremlino, il pagamento dei danni e delle compensazioni per le due vittime delle esplosioni e il divieto di partecipazione dell’agenzia russa per il nucleare civile Rosatom al bando di gara per l’ampliamento della centrale di Dukovany. Solo alla vigilia delle elezioni nel 2021 il governo bulgaro è intervenuto invece contro altri agenti russi del Gru, che avrebbero operato a Sofia con modalità simili a quelle usate a Roma per agganciare il capitano Walter Biot, arrestato un anno fa. Molte altre azioni nell’ombra non sono state denunciate pubblicamente.
Oggi il Gru per la Russia è diventato un assetto irrinunciabile nella conduzione della guerra ibrida, le sue attività sono fondamentali nella strategia di influenza e rappresaglia e, con una guerra in corso, il rischio è che si facciano sempre più spregiudicati.