Missione Usa nel Venezuela di Maduro: ecco come Washington cambia l'elenco dei paesi nemici per fare a meno del petrolio russo e isolare Mosca
di Massimo Basile , di Massimo BasileNEW YORK - Missione americana in Venezuela, dopo tre anni di rapporti azzerati. Rappresentanti dell’amministrazione Biden sono volati a Caracas per incontrare il presidente Nicolas Maduro, con l’obiettivo di separare il Paese latinoamericano dalla Russia, e fare del Venezuela un fornitore di petrolio per gli Stati Uniti, al posto di quello russo. E’ la prima volta, dopo anni, che da Washington si muove una delegazione di alto livello, formata da membri del dipartimento di Stato e della Casa Bianca, per andare a Caracas e incontrare un presidente che non è mai stato riconosciuto.
Tre anni fa gli Stati Uniti avevano rotto le relazioni con Maduro e chiuso l'ambasciata, dopo le accuse al governo venezuelano di aver truccato le elezioni. Sotto la presidenza di Donald Trump i rapporti si erano deteriorati: il tycoon aveva appoggiato apertamente l’avversario di Maduro, il leader dell’opposizione Juan Guaidó, considerato il presidente leg…
NEW YORK - Missione americana in Venezuela, dopo tre anni di rapporti azzerati. Rappresentanti dell’amministrazione Biden sono volati a Caracas per incontrare il presidente Nicolas Maduro, con l’obiettivo di separare il Paese latinoamericano dalla Russia, e fare del Venezuela un fornitore di petrolio per gli Stati Uniti, al posto di quello russo. E’ la prima volta, dopo anni, che da Washington si muove una delegazione di alto livello, formata da membri del dipartimento di Stato e della Casa Bianca, per andare a Caracas e incontrare un presidente che non è mai stato riconosciuto.
Tre anni fa gli Stati Uniti avevano rotto le relazioni con Maduro e chiuso l'ambasciata, dopo le accuse al governo venezuelano di aver truccato le elezioni. Sotto la presidenza di Donald Trump i rapporti si erano deteriorati: il tycoon aveva appoggiato apertamente l’avversario di Maduro, il leader dell’opposizione Juan Guaidó, considerato il presidente legittimo, e sanzionate le esportazioni di petrolio. Da allora gli Stati Uniti avevano aumentato le importazioni dalla Russia, arrivando a 209 mila barili di greggio al giorno e 500 mila di altri prodotti petroliferi. Per difendersi dalle sanzioni, Maduro aveva chiesto aiuto diplomatico al Cremlino, ma anche a Iran e Cina, cioè i tre maggiori avversari degli americani sulla scena mondiale. L’invasione russa dell’Ucraina e l’emergenza petrolifera stanno spingendo gli Usa a vedere i vecchi nemici in modo diverso.
Dopo la condanna delle Nazioni Unite nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, Washington vuole accelerare il processo di isolamento internazionale del Cremlino, togliendo alcuni dei pochi alleati rimasti. Venezuela, Nicaragua e Cuba si sono astenuti, o non hanno votato, la risoluzione di condanna Onu verso l’invasione russa, ma dai tre Paesi sono arrivati appelli a fermare la guerra.
Dietro questo viaggio, secondo il New York Times, si nasconde un’altra preoccupazione: davanti a una escalation mondiale, gli Usa non vogliono trovarsi una minaccia sotto casa. Gli argomenti per convincere Caracas a dimenticare i dissapori sono quelli di sempre: economici. Davanti all’embargo americano del petrolio russo, Washington vuole proporre al Venezuela di prenderne il posto. A favorire questa ipotesi sarebbero alcuni repubblicani, tra cui l’ex rappresentante del Congresso Scott Taylor, che lavora con Robert Stryk, un lobbista a Washington per conto di Maduro. Taylor avrebbe ricevuto segnali di apertura da Caracas. Un uomo d’affari venezuelano avrebbe rivelato il desiderio di Maduro di tornare a dialogare con gli Usa. Ma la Russia non è rimasta ferma.
Poco prima di invadere l’Ucraina, il vicepriministro Yury Borisov era volato in Venezuela per incontrare rappresentanti del governo. Lo stesso presidente ha parlato al telefono due volte con Putin, nell’ultimo mese. Ma nella partita su due tavoli, le carte migliori adesso sembrano averle gli americani. E lo stesso Maduro lo ha fatto capire di recente, invitando a fare la prima mossa. “Il nostro petrolio - ha detto giovedì, a un evento pubblico - è a disposizione di chiunque sia disponibile a produrlo e ad acquistarlo, che venga dall’Asia, dall’Europa o dagli Stati Uniti”.