Nascere in guerra in Ucraina: "Anomalie nelle funzioni vitali, così i neonati sentono le bombe"
dal nostro inviato Giampaolo Visetti , dal nostro inviato Giampaolo VisettiMYKOLAJIV - Alekseji è venuto al mondo poco dopo mezzogiorno. La prima e unica cosa che l’ha accolto è stato il buio della notte senza fine di Mykolajiv. I primi neonati di guerra, nella città sul Mar Nero sconvolta dai combattimenti, non hanno ancora conosciuto la luce della terra. «Ho avuto le doglie nel rifugio – dice sua mamma Ekaterina, maestra di 26 anni – e sono scappata sotto la maternità dell’ospedale. Nessun bambino qui, nell’ultima settimana, è mai risalito in superficie».
Il papà Andreji, marinaio di 33 anni, è sceso per pochi istanti nel reparto di ostetricia trasferito nel sottosuolo dieci giorni fa. Ha portato a Ekaterina del pane e ha lasciato una busta nella culla di Alekseji. «Una fotografia con il mio volto – dice – dietro ho scritto qualcosa di me perché devo tornare in trincea a Shevchenkovskiy. Gli ho disegnato un sole: se Alekseji non mi con…
MYKOLAJIV - Alekseji è venuto al mondo poco dopo mezzogiorno. La prima e unica cosa che l’ha accolto è stato il buio della notte senza fine di Mykolajiv. I primi neonati di guerra, nella città sul Mar Nero sconvolta dai combattimenti, non hanno ancora conosciuto la luce della terra. «Ho avuto le doglie nel rifugio – dice sua mamma Ekaterina, maestra di 26 anni – e sono scappata sotto la maternità dell’ospedale. Nessun bambino qui, nell’ultima settimana, è mai risalito in superficie».
Il papà Andreji, marinaio di 33 anni, è sceso per pochi istanti nel reparto di ostetricia trasferito nel sottosuolo dieci giorni fa. Ha portato a Ekaterina del pane e ha lasciato una busta nella culla di Alekseji. «Una fotografia con il mio volto – dice – dietro ho scritto qualcosa di me perché devo tornare in trincea a Shevchenkovskiy. Gli ho disegnato un sole: se Alekseji non mi conoscerà mai, saprà com’ero e avrà il benvenuto speciale che ho fatto per lui». Nelle ultime ore in questa sala operatoria sotterranea i medici hanno aiutato 15 bambini a cominciare la vita nell’aria. Sono 47 le mamme ammassate tra culle e incubatrici, o stese sulle coperte che coprono il pavimento, sconvolte dal dolore del travaglio. «Partorire sotto le bombe e tra gli allarmi delle sirene – dice Liljia Korolyova, medico di guardia – è uno shock che segna per sempre. Alle mamme aumenta il battito cardiaco e sale la pressione. La loro energia fisica e nervosa non è più tutta concentrata su respiro e movimenti della nascita. I neonati lo sentono: registriamo subito anomalie nelle funzioni vitali». Agli apparecchi medici non sfugge: la guerra precede perfino l’ossigeno.
Molti padri poi, arruolati contro l’invasione russa, non sanno che i loro figli sono nati. Alcuni, richiamati dai combattimenti attorno a Mykolajiv, a Kherson e a Mariupol, non sono stati rintracciati. «Due di loro – dice Irina Golovachuk, primario della maternità numero 1 di Odessa – risultano feriti e dispersi. I primi neonati della guerra potrebbero già essere i primi orfani bellici dell’Ucraina».
Alcune mamme, sconvolte dall’aria sospesa della morte che imprigiona la città, pensano che queste vite, che scelgono comunque di cominciare il loro viaggio, siano un prodigio: la prova che la natura ignora e prevale su ogni umana crudeltà. Molte invece rimpiangono il giorno in cui hanno concepito i neonati condannati adesso in un tunnel. «Nascono in guerra – dice Dasha, da sei ore madre di Alona – senza una casa e con i papà al fronte. Non abbiamo soldi, il lavoro è perduto. La libertà era un fatto ed è diventata un sogno. La paura mi fa vergognare, ma nove mesi fa il mondo aveva una faccia diversa».
In pace si nasce ciechi, la terra accoglie con la voce, il profumo e il calore dalla mamma. Nel reparto neonatale scavato sotto Mykolajiv per salvare il futuro del Paese, la guerra scarica il sibilo della contraerea: c’è odore di fuoco e benzina, filtra quel freddo ustionante dei primi di marzo. Vedrà una fine, chi da oggi qui respira?
«Sopra il ponte di Varvarjuskiy – dice Sergeiy Bratchuk, capo della difesa degli Oblast di Mykolajiv e Odessa - abbiamo appena abbattuto quattro elicotteri nemici. Tre aerei russi sono stati colpiti vicino al porto. Un esercito di soldati non vincerà mai contro un intero popolo che combatte. La gente fa la differenza: ogni nostra vita è per i neonati che le donne ucraine ci stanno regalando».
Lungo la costa sud della nazione l’avanzata dei tank di Mosca moltiplica la resistenza. L’agonia di Mariupol è spiritualmente compensata dalla commovente rivolta popolare antirussa a Kherson e dalla tenuta di Mykolajiv, isolata dal ponte aperto sul fiume Bug, unico passaggio per l’Ovest. Da oggi però Odessa trema. «Putin sta per bombardare città e porto – il video-annuncio shock del presidente Zelenskiy -. Il Cremlino ammassa forze via terra e sul mare. La sua flotta è visibile dalle spiagge. Odessa è ormai a tiro di artiglieria, navi, bombardieri e missili. Sarebbe un crimine storico contro una città che ha sempre accolto i russi con affetto, piena di gente, vicina alla frontiera con la Moldavia, ancora gremita di profughi in fuga. Nessuna vittima sarà dimenticata».
Oltre un milione di persone vive tappata in casa, incollata a social e tivù. L’appello di Zelensky ha l’effetto di un colpo di frusta: altre migliaia di abitanti scelgono di scappare subito, senza nemmeno una valigia, ormai chissà verso dove.
L’incubo di Odessa in queste ore è fare la fine di Mariupol. Per la seconda volta in 48 ore nel porto sul mare d’Azov ieri è fallita la tregua. Impossibile evacuare civili, feriti e vittime, ricevere cibo e medicine. Vana la pressione mondiale per interrompere il martirio: l’artiglieria russa continua a bombardare persone al gelo, senza più acqua, pane, elettricità e gas. Odessa guarda Mariupol e teme di vedere il proprio volto sfumato in uno specchio. «Nemmeno un giorno di sole – dice Ostap, volontario a un posto di blocco – sul Mar Nero è ormai una buona notizia». Lo dice perché neve e burrasca ci hanno fino ad ora protetto dall’attacco con il loro abbraccio.