✕
La foto scattata a Irpin dalla fotografa Lynsey Addario 

Ucraina, la famiglia in fuga uccisa dal mortaio: "Devastazione totale"

I corpi straziati di padre, madre, figli e del cane: fuggivano da Irpin, alle porte di Kiev, martoriata dai tank di Putin. Che ormai sono a soli 5 chilometri dalla capitale
3 minuti di lettura

Una tovaglia a fiori copre il corpo del ragazzo col berretto nero. "Stay down!", urla il soldato di guardia all'ultimo ponte prima di Kiev. È il segnale che bisogna gettarsi a terra e sperare. Dopo neanche un secondo il boato. Vicino e terrificante. Proviene dall'altra sponda del fiume dove si trova quel che rimane di Irpin, la porta di ingresso scelta dal Cremlino per penetrare nella capitale. I russi la stanno spianando coi mortai. Le case sono mozziconi in fiamme. Dei civili che tentano di evacuare non gliene importa niente. Il ragazzo col berretto nero avrà quattordici anni, forse meno.


Giace sul bordo del marciapiede, sotto la statua del memoriale dell'Armata Rossa. A due metri da lui un'altra tovaglia. Più grande, consunta, senza colori come questa giornata al fronte di nord-ovest. I cadaveri della sorellina e di suo padre sono lì sotto. Si sentono altri tuoni, i soldati corrono e gridano qualcosa, stavolta in ucr…

Una tovaglia a fiori copre il corpo del ragazzo col berretto nero. "Stay down!", urla il soldato di guardia all'ultimo ponte prima di Kiev. È il segnale che bisogna gettarsi a terra e sperare. Dopo neanche un secondo il boato. Vicino e terrificante. Proviene dall'altra sponda del fiume dove si trova quel che rimane di Irpin, la porta di ingresso scelta dal Cremlino per penetrare nella capitale. I russi la stanno spianando coi mortai. Le case sono mozziconi in fiamme. Dei civili che tentano di evacuare non gliene importa niente. Il ragazzo col berretto nero avrà quattordici anni, forse meno.


Giace sul bordo del marciapiede, sotto la statua del memoriale dell'Armata Rossa. A due metri da lui un'altra tovaglia. Più grande, consunta, senza colori come questa giornata al fronte di nord-ovest. I cadaveri della sorellina e di suo padre sono lì sotto. Si sentono altri tuoni, i soldati corrono e gridano qualcosa, stavolta in ucraino, riparandosi dietro il capannone di una birreria. C'è puzza di bruciato. All'orizzonte si alzano colonne di fumo. Sta nevicando, pochi fiocchi soffiati via dal vento come le vite di chi si trova nella morsa del conflitto. Il braccio insanguinato dell'uomo spunta dalla tovaglia. È morto anche il cane che trasportavano in una gabbia verde, è là, un po' più indietro. C'era anche la mamma, ma quando arriviamo sul posto non sembra che sia sotto la tovaglia senza colori. L'hanno data per morta, ma di lei non si sa niente.


Una famiglia stava solo scappando dalla guerra. L'hanno sterminata con un colpo di mortaio da 122 millimetri. Ora hanno una lapide improvvisata: il trolley grigio, rimasto intatto, con le poche cose che erano riusciti a portare via. "Non perdoneremo. Non dimenticheremo. Puniremo tutti coloro che hanno commesso atrocità in guerra. Troveremo la feccia che ha bombardato le nostre città: non troverete un posto tranquillo su questa terra, se non la tomba", promette a sera Zelensky.


Il ponte crollato di Irpin dista cinque chilometri dai primi palazzi della periferia di Kiev. È il varco che gli abitanti di Irpin e Bucha, le due città gemelle su cui da giorni si scarica la furia dell'arsenale russo, per mettersi in salvo devono superare arrampicandosi sui detriti. La famiglia sotto le tovaglia sentiva di avercela fatta. Aveva attraversato le macerie del ponte che - così si dice - è stato fatto esplodere giorni fa dalle stesse forze ucraine per non far passare i carri armati nemici. Aveva percorso già un centinaio di metri verso l'incrocio dove i furgoni dei volontari piombano a tutta velocità, fanno una frettolosa inversione a u, caricano gli sfollati e tornano indietro. Trascinavano le borse con le rotelle e reggevano il cane nella gabbia. Erano civili in mezzo ad altri civili spaventati, con la faccia sconvolta e il fiato corto come hanno tutti quelli che escono da Irpin. Il colpo non li ha centrati, è caduto sulla strada ma l'onda d'urto li ha scaraventati sul marciapiede. E lì sono rimasti. Laconica la Croce rossa: "Vediamo scene devastanti di sofferenza umana".


Un mortaio del tipo in dotazione alle forze armate russe spara a una distanza massima di tre chilometri. La traiettoria di quel proiettile è il più dettagliato ed esaustivo dispaccio del giorno undici della guerra voluta da Putin: l'armata russa si sta avvicinando, la linea del fronte di nord-ovest sta cedendo, gli invasori non usano più mezze misure. Bombardano qualsiasi cosa o persona si frapponga tra loro e la capitale dell'Ucraina che non si arrende. Se è un uomo di faccia che punta il fucile o un uomo di spalle con una gabbia per cani, non fa più differenza. I tuoni attorno al torrente di Irpin ricominciano, i militari sono sempre più tesi, è il momento di dileguarsi.


La via della salvezza è una lunga lingua d'asfalto senza curve che taglia una foresta di conifere. Ai lati scorrono i cartelloni con le pubblicità delle pillole per la dieta. La radio passa l'appello del presidente Zelensky ai leader occidentali. "È una vostra responsabilità umanitaria proteggere la popolazione Se non ci date abbastanza aerei, volete che ci uccidano lentamente". Poco prima, incassato il no della Nato alla no-fly zone, si era rivolto alla nazione: "Ogni soldato sulle linee di difesa, ogni medico che salva vite al lavoro, ogni imprenditore che continua a lavorare: milioni di persone sono diventate un tutt'uno. Resistete, vinceremo".


Si procede con le quattro frecce accese, facendo lo slalom tra ostacoli di cemento posizionati per rallentare e rami di albero. Eduard se l'è fatta tutta a piedi, con moglie e tre figli. Ansima, chiede tempo per rispondere, appoggia le mani sulle ginocchia. "Stanno distruggendo tutto, hanno colpito la casa del mio vicino e la mia ha preso fuoco. Non abbiamo più internet, i telefoni non funzionano più e non c'è acqua... non si poteva rimanere lì, impossibile".


I salvati si radunano al check-point alla rotonda alla fine della strada. Il destino della capitale di una democrazia aggredita si gioca lungo questo asse. Gli abitanti di Kiev sono scesi dai condomini e accolgono gli altri con bottiglie d'acqua, pane e salame, un abbraccio. Si fa la fila a un chiosco che vende sigarette e snack. I volontari delle forze di difesa territoriale hanno costruito una postazione con dei blocchi di calcestruzzo e le feritoie che guardano Irpin. Hanno quindici molotov pronte e un'icona della Madonna appesa alla parete. Dei vecchi autobus gialli sono stati fatti arrivare per portare gli sfollati alla stazione centrale. Da lì, poi, potranno prendere il treno per Leopoli e proseguire per la Polonia, la Slovacchia, l'Ungheria. "Ancora non so dove andrò", dice Tanya, mentre carica le valigie sul retro di un van. "Stamani due esplosioni hanno danneggiato la mia casa, i russi non li ho visti ma li ho sentiti. Attaccano da Bucha e dall'aeroporto di Hostomel. Vogliono uccidere i civili! Lo sanno tutti che quel ponte è il nostro corridoio umanitario". Tanya è riuscita ad attraversarlo incolume, tra il nevischio e una pioggia di bombe. Chi non ce la fa, invece, viene coperto con una tovaglia.