✕

Venezuela, liberati due detenuti Usa. La mossa distensiva di Maduro per aprire un canale con Washington sul petrolio

(ansa)
Lo stop all'import di gas e greggio russo deciso dalla Casa Bianca spinge Washington alla ricerca di nuove forniture. E un possibile partner potrebbe essere lo storico nemico, che approfitta della crisi ucraina per lanciare segnali di pace agli Stati Uniti cercando di uscire dall'isolamento
2 minuti di lettura

Ci potrebbe pensare Caracas a coprire l’ammanco di petrolio degli Usa dopo la decisione di Joe Biden, assieme al premier britannico Boris Johnson, di bloccare l’export di greggio dalla Russia. “Difendere la libertà”, ha detto il presidente americano, “ha un costo, anche per noi”. Incredibile fino a qualche settimana fa, la prospettiva adesso diventa sempre più concreta. I venti di guerra ucraini soffiano impetuosi anche in America Latina assieme alle pedine che si muovono sullo scacchiere geopolitico.

Nicolás Maduro coglie al volo il momento e vede all’orizzonte la possibilità di uscire dall’isolamento. Non la fine delle sanzioni americane che lo assedi…

Ci potrebbe pensare Caracas a coprire l’ammanco di petrolio degli Usa dopo la decisione di Joe Biden, assieme al premier britannico Boris Johnson, di bloccare l’export di greggio dalla Russia. “Difendere la libertà”, ha detto il presidente americano, “ha un costo, anche per noi”. Incredibile fino a qualche settimana fa, la prospettiva adesso diventa sempre più concreta. I venti di guerra ucraini soffiano impetuosi anche in America Latina assieme alle pedine che si muovono sullo scacchiere geopolitico.

Nicolás Maduro coglie al volo il momento e vede all’orizzonte la possibilità di uscire dall’isolamento. Non la fine delle sanzioni americane che lo assediano da quattro anni ma la revoca di alcune. Sicuramente quelle di vendere l’oro nero che nascondono le terre che governa. Il Venezuela possiede la più grande riserva di greggio al mondo: una sacca che si estende per 54 mila km quadrati sulle sponde del fiume Orinoco valutata in 1500 miliardi di barili (nel 2011 il 17,9 per cento di quelle mondiali, l’Arabia Saudita ne aveva 16,1). Ai tempi di Chávez, l’industria nazionale era stata in grado di estrarre fino a 5 milioni di barili quotidiani. Da qui attingevano le multinazionali Usa del settore, (Chevron in testa che continua ad avere la deroga ad estrarre al di là del blocco) che provvedevano a raffinarlo, perché pesante e inadatto ad essere subito usato, negli impianti che si affacciano sul Golfo del Messico.

Con l’arrivo di Maduro, la crisi petrolifera e poi ancora le sanzioni scattate all’indomani delle contestate elezioni presidenziali del 2018 sancirono l’inizio di un tracollo della produzione che adesso si attesta sul mezzo milione di barili al giorno. Il leader chavista, proprio nei giorni scorsi, si è detto convinto di poter riprendere alla grande l’attività estrattiva. Punta a qualcosa come 1-3 milioni di barili. Non è facile. Mancano i pezzi di ricambio degli impianti che restano obsoleti, così come la gestione complessiva paga il prezzo dell’assenza di maestranze e dirigenti in parte fuggiti in parte trascinati nel giro di corruzione. Ma il vento sta cambiando. Gli Usa sostengono di aver raggiunto l’autosufficienza energetica. Ma senza l’apporto del greggio russo devono trovarne altrove.

Così, ramoscello d’ulivo in mano, Maduro compie il primo gesto richiesto da Washington per dimostrare la sua buona volontà a diventare un partner affidabile. Una richiesta posta sul tavolo del primo incontro tra delegazioni ad alto livello tenuto venerdì scorso. Libera due prigionieri Usa dei sette che il Venezuela ha in mano dal 2017: uno dei sei dirigenti della Citgo, la finanziaria dell’industria petrolifera statale PDVSA negli Stati Uniti, e un cubano-americano sorpreso nel 2021 a maneggiare un drone e accusato di spionaggio e terrorismo. Restano dentro gli altri cinque funzionari arrestati con una vera trappola, accusati di peculato e associazione a delinquere per aver cercato di trattare il rifinanziamento dell’industria petrolifera con emissari americani. La loro cattura fu la reazione all’arresto a Capo Verde di Alex Saab, considerato il prestanome di Maduro per tutti gli affari a dir poco opachi del delfino di Chávez. 

Saab ora si trova negli Usa, estradato dopo una battaglia legale durissima e una campagna che lo definiva un eroe e martire nello scontro con Donald Trump. L’uomo conosce tutti i segreti del vasto business di Maduro. Una pedina importante per Caracas. Stringere un accordo con Washington per aiuti nel rilancio della produzione di greggio e il travaso di almeno 500mila barili al giorno verso gli Usa passerebbe con la sua liberazione e quella degli altri sei funzionari della Citgo.