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La resistenza in Ucraina. Il comandante di Irpin: “Colpiamo i russi come in un safari”

Sergej guida un'unità che difende Kiev dal doppio cappio dei soldati di Putin: "Giochiamo in casa, li uccidiamo quando vogliamo"
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IRPIN (KIEV) - Il rancio è quello che è, ma a meno 8 gradi col vento da est che taglia la faccia e i russi da ovest che sparano, ci si accontenta. Sergej affonda il mestolo nel pentolone fumante e versa la brodaglia in una tazza. Pezzi di carne lessa, della pasta scotta tipo spaghetti, erbe. "Credetemi, qui è più facile che in Donbass", spiega, masticando, il comandante di un'unità di combattimento appostata a Irpin. "Là era più complicato, c'era un fronte fisso come nella Prima Guerra Mondiale, con l'aggiunta di droni e della guerra elettronica". Deglutisce. "Qui invece il nemico non ha segreti. Il fronte si muove. E noi siamo tutti di Irpin, conosciamo ogni strada e ogni palazzo, sappiamo dove nasconderci e come raggiungere le postazioni. È troppo facile, stiamo facendo il safari coi russi. Li possiamo uccidere quando vogliamo".

Irpin, la locanda abbandonata diventata quartier ge…

IRPIN (KIEV) - Il rancio è quello che è, ma a meno 8 gradi col vento da est che taglia la faccia e i russi da ovest che sparano, ci si accontenta. Sergej affonda il mestolo nel pentolone fumante e versa la brodaglia in una tazza. Pezzi di carne lessa, della pasta scotta tipo spaghetti, erbe. "Credetemi, qui è più facile che in Donbass", spiega, masticando, il comandante di un'unità di combattimento appostata a Irpin. "Là era più complicato, c'era un fronte fisso come nella Prima Guerra Mondiale, con l'aggiunta di droni e della guerra elettronica". Deglutisce. "Qui invece il nemico non ha segreti. Il fronte si muove. E noi siamo tutti di Irpin, conosciamo ogni strada e ogni palazzo, sappiamo dove nasconderci e come raggiungere le postazioni. È troppo facile, stiamo facendo il safari coi russi. Li possiamo uccidere quando vogliamo".

Irpin, la locanda abbandonata diventata quartier generale di un gruppo di soldati ucraini. Si trova sotto una delle vie principali, abbastanza protetta dal mirino dei cecchini e sufficientemente vicina al punto di contatto. La capitale dell'Ucraina si difende anche da qui, dove non mancano di autostima. Anche perché, va detto, l'esercito russo sta provando da giorni a sfondare coi bombardamenti la porta di nord-ovest per mettere gli stivali sul suolo di Kiev. Contemporaneamente scende da nord e da nord est lungo le arterie principali, in nome della vecchia tattica sovietica del doppio accerchiamento: un primo cappio, più stretto, per soffocare la città e annientarne le difese con le bombe dall'alto e lo scontro a terra; un secondo cerchio, più largo, che ha lo scopo di tagliare rifornimenti e possibilità logistiche agli assediati. Hanno fatto così anche in Cecenia. Applicato a Kiev, tuttavia, il piano non sta funzionando con la rapidità che Putin pretendeva.

Poche ore fa una colonna di veicoli militari nella periferia di Brovary, nord-est della capitale, è caduta in un'imboscata ed è stata distrutta dall'artiglieria ucraina. Le campagne a nord di Kiev vengono allagate per far impantanare i cingolati russi. Sergej? Il comandante 47 enne accenna un sorriso, mentre ingurgita rancio e prova a mandare un messaggio su whatsapp alla figlia. È il più equipaggiato tra i militari della locanda: casco col visore notturno, bombe nel giubbotto antiproiettili, una pistola alla cintura, le mappe tattiche nel telefono.

A differenza degli altri, non si fa fotografare. "Difendere la città è più facile che attaccarla. Noi conosciamo questi posti, possiamo usare gli edifici, le strade, possiamo arrivare vicino ai loro veicoli senza che se ne accorgano". Soprattutto quando si hanno a disposizione i droni turchi Bayraktar che i radar russi non vedono. "Non si spostano molto dai loro mezzi, appena li colpiamo si ritirano. Il loro target è Kiev. Non stanno ripulendo tutte le strade, vedo che prendono quelle principali rimanendo però fuori". Il doppio cerchio sovietico che, ora dopo ora, si va formando. Sulla mappa di una app che monitora l'avanzamento, si vede la piovra che sta calando da nord sulla capitale. 

Dentro la locanda abbandonata, il salone da pranzo è il bivacco di una ventina di soldati, sia regolari che volontari. Il sindaco di Irpin ha formato due battaglioni di forze di difesa territoriale. C'è un maxischermo, spento. Alexsej, 24 anni, è talmente esausto che dorme in equilibrio su una sedia. Zaini, lanciamissili, calzini di lana appesi a un passamano. Tutto molto eroico, però gli altri hanno l'aviazione e le proibite armi termobariche. A Mosca qualcuno, prima o poi, potrebbe essere talmente folle da premere il pulsante del bombardamento a tappeto o dell'attacco chimico.

"Lunedì stavamo pattugliando in cerca di segnali a infrarossi messi dai russi", riprende Sergej, senza scomporsi. Anni fa, prima del Donbass, è stato in Italia per incontrare i carabinieri di Livorno. "Durante un pattugliamento, con i nostri sensori abbiamo trovato quattro segnali ma non abbiamo avuto tempo per rimuoverli tutti. Uno dei segnali era vicino all'ospedale e un missile lo ha colpito...". Il suo telefono, per un attimo, aggancia una cella, arriva il messaggio che aspettava. "Basta così devo parlare con mia figlia. La ricreazione è finita".