La diplomazia potrebbe fermare la guerra di Putin?
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniIl negoziato di giovedì tra il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba si è concluso dopo appena novanta minuti senza alcun risultato. Eppure vari leader stranieri, dal presidente francese Macron al cancelliere tedesco Scholz, continuano a fare lunghe telefonate con Putin, e qualcuno lo visita al Cremlino, come ha fatto il premier israeliano Bennett, mentre altri paesi, dalla Turchia alla Cina, offrono una mediazione. È solo tempo perso o una possibilità che la diplomazia fermi la guerra ancora esiste? Ecco quali potrebbe essere i compromessi fra Mosca e Kiev.
Quale è stata finora la priorità del negoziato, sia nei precedenti incontri di delegazioni, sia in quello tra i due ministri degli Esteri, il primo colloquio di più alto livello?
Le discussioni si sono concentrate sulle questioni umanitarie: i corridoi per fare evacuare i civili dalle città bombardate dai russi e un …
Il negoziato di giovedì tra il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba si è concluso dopo appena novanta minuti senza alcun risultato. Eppure vari leader stranieri, dal presidente francese Macron al cancelliere tedesco Scholz, continuano a fare lunghe telefonate con Putin, e qualcuno lo visita al Cremlino, come ha fatto il premier israeliano Bennett, mentre altri paesi, dalla Turchia alla Cina, offrono una mediazione. È solo tempo perso o una possibilità che la diplomazia fermi la guerra ancora esiste? Ecco quali potrebbe essere i compromessi fra Mosca e Kiev.
Quale è stata finora la priorità del negoziato, sia nei precedenti incontri di delegazioni, sia in quello tra i due ministri degli Esteri, il primo colloquio di più alto livello?
Le discussioni si sono concentrate sulle questioni umanitarie: i corridoi per fare evacuare i civili dalle città bombardate dai russi e un cessate il fuoco a breve termine. Il fatto che nemmeno su questi aspetti ci siano stati progressi non fa presagire niente di buono per la possibilità di un accordo di pace.
Quali sono le condizioni annunciate da Mosca per interrompere la guerra?
Essenzialmente tre: la neutralità dell’Ucraina, il riconoscimento della Crimea e delle repubbliche del Donbass come appartenenti alla Russia e la “denazificazione” o demilitarizzazione, qualunque cosa questo significhi.
E come ha reagito il governo di Kiev?
Definendo questo pacchetto non una posizione negoziale di partenza ma un ultimatum su cui non è possibile trattare.
Ma davvero non ci sono novità nelle posizioni delle due parti?
In realtà qualcosa di nuovo emerge. Questa settimana il presidente ucraino Zelensky si è detto disponibile a una ipotesi di neutralità per il suo paese: “Mi sono raffreddato da tempo sulla questione di un’adesione alla Nato, dopo avere capito che l’Alleanza atlantica non è comunque disposta ad accettare l’Ucraina”, ha affermato in una intervista con la rete televisiva americana Abc. Nell’incontro con Lavrov, il suo ministro degli Esteri Kuleba ha riaffermato questa disponibilità: “La vera questione per noi sono garanzie internazionali sulla nostra sicurezza. Garanzie che vogliamo avere dalla Russia, perché è il paese che ci ha aggrediti, ma anche da altri paesi, inclusi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”.
Cosa sarebbero in concreto queste garanzie?
L’impegno che l’Ucraina non sarà più minacciata. In pratica, Kiev dice che un paese entra nella Nato per sentirsi protetto, ma non è l’unico modo per avere protezione internazionale. Che a dire il vero gli Stati Uniti e la Russia si impegnarono a fornire a Kiev, quando l’Ucraina rinunciò alle armi nucleari dislocate sul proprio territorio, dopo il crollo dell’Urss, consegnandole alla Russia, sulla base di un accordo internazionale per limitare la proliferazione nucleare.
E cosa ha risposto il ministro degli Esteri russo?
“Noi vogliamo che l’Ucraina rimanga neutrale”, ha detto Lavrov. “Siamo pronti a parlare di garanzie di sicurezza per l’Ucraina, insieme a garanzie per la sicurezza della Russia naturalmente”. Allusione, quest’ultimo, a un riassetto della sicurezza europea e del controllo degli armamenti, che in verità la Nato e gli Usa avevano già offerto a Mosca prima della guerra, per scongiurare l’invasione. “A giudicare da quanto ha affermato Zelensky” ha aggiunto il ministro degli Esteri russo, “il presidente ucraino comincia a comprendere questo ragionamento, il che ci rende cautamente ottimisti”.
Anche da parte di Mosca ci sono apparenti concessioni?
Non proprio ma qualcosa si muove: consiglieri e funzionari del Cremlino hanno iniziato a dire che l’obiettivo della guerra “non è rovesciare l’attuale governo di Kiev”. Sembrerebbe una buona notizia… Senonché Putin personalmente non ha ancora detto nulla del genere. Ed è difficile prevedere lo stato d’animo di un dittatore, quale oggi occorre definirlo, sempre più isolato anche all’interno del proprio potere e con un possibile “squilibrio” mentale, secondo la definizione fatta trapelare dall’intelligence americana. In sostanza non è chiaro se Putin, dopo avere lanciato una guerra di queste proporzioni, accetterebbe Zelensky presidente e un’Ucraina indipendente, seppure “neutrale”. Anche perché la sua vera preoccupazione non è solo l'ingresso dell'Ucraina nella Nato, ma l'esistenza vicino alla Russia di una nazione slava democratica: un modello per lui inaccettabile, un esempio che qualcuno prima o poi in Russia potrebbe voler seguire. Di conseguenza non è chiaro se Mosca sta negoziando in buona fede, o solo per dimostrare che ci sta provando, mentre in realtà aspira a una soluzione soltanto militare: rovesciare Zelensky e prendersi tutta l’Ucraina.
A proposito, cosa significa esattamente “neutralità”?
Ce ne sono di due tipi. Una è una neutralità armata, sull’esempio della Finlandia o della Svizzera: pur non entrando a far parte di alleanze militari internazionali, un paese mantiene il proprio esercito e la capacità di difendersi. L’altro è una demilitarizzazione totale, a cui sembra alludere Mosca chiedendo la “denazificazione” dell’Ucraina: un termine insultante, tenuto conto che il presidente Zelensky è di origine ebraica e la sua famiglia è scomparsa nell’Olocausto. Ma la di là della mistificante accusa russa, Putin potrebbe pretendere che l’Ucraina sia del tutto disarmata, rimanendo di fatto sotto la sua mercè anche dopo un eventuale ritiro delle forze russe.
Se le due parti si mettessero d’accordo sul tipo di neutralità e sul livello di militarizzazione dell’Ucraina, resterebbe la terza condizione posta da Mosca: il riconoscimento che Crimea e Donbass sono sue.
Su questo a Kiev circolano posizioni contradditorie. Il ministro degli Esteri ha escluso la possibilità che l’Ucraina rinunci ai territori occupati dai russi. Fonti vicine al presidente Zelensky indicano che potrebbe accettare il dato di fatto di Crimea e Donbass sotto controllo russo. C’è da notare che il capo della diplomazia ucraina, dopo il colloquio con il suo pari grado russo Lavrov, ha detto: “Se Mosca oggi non è pronta a trattare, non vuol dire che non lo sarà domani”.
Ma è immaginabile che le forze russe si ritirino dal corridoio che dal Donbass arriva alla Crimea, insomma da buona parte della costa del mar Nero e dalle altre porzioni di territorio conquistato finora?
È una domanda a cui può rispondere soltanto Putin. E la risposta dipende in buona misura dal campo di battaglia. Più i russi avanzano e più rapidamente lo fanno, meno saranno propensi a ritirarsi. Più l’Ucraina resiste e più perdite causa ai russi, più Mosca potrebbe finire per accettare un compromesso: prendersi una parte di Ucraina, ma non tutta, ottenere che l’Ucraina resti neutrale non entrando nella Nato, ma indipendente.
C’è un dejà vu in questo scenario?
Sì, la finlandizzazione. Nel 1939 Stalin invase la Finlandia per prendersela tutta, la guerra andò molto peggio di come prevedeva, la Russia dovette accontentarsi di prendere il 10 per cento del territorio finlandese e di ottenere la “neutralità” di Helsinki, che non è mai entrata nella Nato, ma che è rimasta un paese indipendente, democratico e con il tempo sempre più chiaramente occidentale, come ha dimostrato il suo ingresso nell’Unione Europea nel 1995. Ingresso avvenuto, tuttavia, dopo il crollo del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica. Oggi Putin ha già ammonito che se la Finlandia, spaventata dall’invasione dell’Ucraina, aderisse alla Nato, ci sarebbero “conseguenze”; e idem per la Svezia, anch’essa nella Ue ma non nella Nato.
Anche un’Ucraina “neutrale” potrebbe aspirare a entrare nella Ue?
Aspirarci sì, ma non accadrebbe tanto presto, come hanno segnalato i leader europei riuniti in summit per valutare la risposta alla guerra: nonostante richieste di accelerare il processo di adesione dell’Ucraina, richieste avanzate da Kiev ma anche da altri, come il politologo inglese Timothy Garton Ash, per adesso Bruxelles risponde che non è possibile. Del resto il processo di adesione, come si è visto anche per altri paesi ammessi o candidati a una futura ammissione, è lunghissimo. Si può immaginare che, se in futuro migliorasse il rapporto tra Occidente e Mosca, o se Putin cadesse o si ritirasse, l’Ucraina potrebbe mettersi in coda per entrare nell’Unione Europea. Da notare che altre due ex-repubbliche dell’Urss, Georgia e Moldavia, in questi giorni hanno chiesto di entrare nella Ue. Non soltanto a Kiev c’è paura dell’orso russo.
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Nel caso in cui la diplomazia riesca a fermare la guerra, l’Occidente toglierebbe le sanzioni alla Russia?
È verosimile che Mosca lo chiederebbe. Ma senza una completa restituzione dei territori occupati dalle forze russe, sembra improbabile che l’Occidente toglierà tutte le sanzioni contro Mosca, o più precisamente contro Putin. Forse potrebbe alleviare alcune misure. Forse con il tempo qualche brand occidentale tornerebbe in Russia. Ma lo sdegno per questa brutale invasione è immenso e non verrà dimenticato tanto presto, a Kiev come in Europa come in America. Non a caso qualcuno commenta che è quasi immorale negoziare con un aggressore simile.
E Putin, in caso di pace, sarebbe riammesso nella comunità internazionale?
Questo al momento appare ancora più improbabile della cancellazione o riduzione delle sanzioni. È vero che Macron e Scholz vanno a trovarlo al Cremlino anche durante la guerra. Ma con l’invasione, i bombardamenti di civili, la censura in patria, le spudorate menzogne, Putin è diventato un mostro agli occhi dell’opinione occidentale ed è probabile che rimarrà a lungo un paria. Comunque finisca la guerra, è così che sarà ricordato dalla storia, perlomeno nel mondo democratico.