Putin è il nuovo Stalin? Ecco come il presidente russo è diventato simile al leader sovietico
di Enrico Franceschini , di Enrico Franceschini“Quando Vladimir Putin ha ordinato l’invasione dell’Ucraina, sognava di ricostruire la gloria dell’Impero Russo. Invece ha ricostruito il Terrore di Stalin”. Comincia così l’editoriale di questa settimana dell’Economist, riassumendo il senso dell’articolo nel titolo di copertina: “La stalinizzazione della Russia”. Non è soltanto l’autorevole settimanale globale con sede a Londra a descrivere Putin come “il nuovo Stalin”: lo affermano anche numerosi commentatori internazionali, think tank di politica estera e leader stranieri, a cominciare dal presidente ucraino Volodymir Zelensky, il cui paese è oggi la vittima principale della guerra lanciata dal capo del Cremlino. Ma ci sono altre vittime: lo stesso popolo russo, gli altri paesi dell’ex-Urss che si sentono minacciati, l’Occidente trascinato in una nuova guerra fredda. Ecco in che modo il presidente russo è diventato …
“Quando Vladimir Putin ha ordinato l’invasione dell’Ucraina, sognava di ricostruire la gloria dell’Impero Russo. Invece ha ricostruito il Terrore di Stalin”. Comincia così l’editoriale di questa settimana dell’Economist, riassumendo il senso dell’articolo nel titolo di copertina: “La stalinizzazione della Russia”. Non è soltanto l’autorevole settimanale globale con sede a Londra a descrivere Putin come “il nuovo Stalin”: lo affermano anche numerosi commentatori internazionali, think tank di politica estera e leader stranieri, a cominciare dal presidente ucraino Volodymir Zelensky, il cui paese è oggi la vittima principale della guerra lanciata dal capo del Cremlino. Ma ci sono altre vittime: lo stesso popolo russo, gli altri paesi dell’ex-Urss che si sentono minacciati, l’Occidente trascinato in una nuova guerra fredda. Ecco in che modo il presidente russo è diventato un dittatore paragonabile al terribile Josif Vissarionovic.
Innanzi tutto, quanto è stato al potere Stalin e quali colpe gli attribuiscono gli storici?
Di origine georgiana, Stalin ha governato l’Urss dal 1922, alla morte di Lenin, fino al 1953, quando fu lui a morire per un ictus. Lenin aveva forti dubbi su di lui come successore, che espresse in un “testamento” mai reso pubblico all’epoca al di fuori di una ristretta cerchia di dirigenti comunisti. Contrariamente ai desideri della vedova, fu Stalin a decidere di fare imbalsamare il cadavere di Lenin e conservarlo in un mausoleo sulla Piazza Rossa. Ma questo è diventato il minore dei suoi misfatti: sia a Mosca, con le rivelazioni del suo successore Krusciov al XX Congresso del Pcus, sia nel resto del mondo, Stalin è stato accusato di repressione di massa, pulizia etnica, deportazioni su larga scala di interi popoli, centinaia di migliaia di esecuzioni, omicidi politici dei suoi avversari e una carestia che uccise milioni di persone, Durante gli anni del cosiddetto Terrore staliniano, chiunque fosse sospettato di avversarlo, inclusi tanti innocenti ingiustamente sospettati, veniva fatto assassinare o scompariva nel Gulag, un sistema di campi di concentramento in Siberia in cui si ritiene che perirono 20 milioni di persone. Fece di tutto per sviluppare un culto della personalità senza limiti e fu affetto da paranoie che lo portavano a non fidarsi di nessuno, passando in solitudine gli ultimi anni nella sua dacia, da dove guidava il paese. È passato alla storia come un mostro, uno dei più feroci dittatori del Ventesimo Secolo insieme a Adolf Hitler.
Nessun merito, in questa sua trentennale permanenza al potere?
Ha portato l’Urss, come si dice con un motto proverbiale, “dall’aratro all’atomica”, cioè da nazione prevalentemente agricola a potenza nucleare, ma ci è riuscito con la frusta, minacciando, fucilando e utilizzando il lavoro di milioni di schiavi, i prigionieri del Gulag. Dopo essersi inizialmente alleato con Hitler, ha contribuito a sconfiggere il nazismo nella Seconda guerra mondiale, sia pure al prezzo di 20 milioni di morti, usando i suoi soldati come “carne da cannone” con strategie spesso sbagliate. Ha comunque tenuto non solo l’Unione Sovietica, ma anche i paesi dell’Europa Orientale sotto una spietata dittatura, passando dalle strette di mano con Roosevelt e Churchill nel 1945 alla guerra fredda.
Putin va al potere con caratteristiche da dittatore?
No. Ci arriva molto in fretta, con una carriera inaspettata: ex-agente del Kgb di medio grado, da oscuro funzionario del Cremlino diventa in tre anni capo dell’Fsb (il nuovo nome del Kgb), primo ministro e presidente a interim, designato il 31 dicembre 1999 dal suo predecessore Boris Eltsin che dà le dimissioni in anticipo per ragioni di salute. Tre mesi dopo viene confermato da un’elezione popolare con il 63 per cento dei voti.
Una percentuale molto ampia.
Sì, forse troppo, ma nelle elezioni successive salirà ancora di più, al 71 per cento, al 78 per cento. Fin dai tempi di Eltsin, d’altra parte, circolavano accuse di brogli sulle elezioni in Russia, accuse che osservatori internazionali hanno accresciuto durante l’era Putin.
In che modo è rimasto al potere dal 1999 a oggi?
Dopo due mandati consecutivi da presidente, in base alla costituzione non poteva più ricandidarsi. Allora ha messo un presidente fantoccio al suo posto e si è fatto nominare primo ministro, continuando a comandare lui. Al termine del primo mandato del presidente fantoccio, si è ricandidato lui e ha vinto altre due elezioni. A quel punto avrebbe dovuto ritirarsi o ripetere il trucco di un mandato da premier, ma ne ha inventato un altro: ha modificato la costituzione, azzerando i quattro mandati precedenti e allungando a sei anni la durata di ogni mandato. Così potrà restare teoricamente al Cremlino altri due mandati per un totale di 16 anni, fino al 2036, superando il record di longevità di Stalin. Ecco una prima somiglianza tra i due: entrambi al potere per un trentennio o più. La differenza è che Stalin non aveva bisogno di farsi eleggere dal popolo, Putin preferisce la finzione di elezioni apparentemente pluraliste a base di brogli e propaganda sfegatata a suo favore.
Ma in Russia non ci sono altri partiti politici o candidati in grado di batterlo?
I partiti ci sono, ma sono controllati anche quelli dal Cremlino, creando di fatto una opposizione soltanto di facciata, giusto per poter dire che non c’è più un partito unico e un candidato unico come ai tempi di Stalin. I partiti di autentica opposizione, come quello di Aleksey Navalny, vengono messi fuori legge. Navalny, sopravvissuto a un avvelenamento, è stato condannato ad anni di carcere con un processo farsa, come era capitato prima di lui a un altro oppositore, l’oligarca ribelle Mikhail Khodorkovskij, chiuso in un penitenziario in Siberia per dieci anni, prima di venire rilasciato a rifugiarsi a Londra. Ad entrambi è andata meglio che a Boris Nemtsov, considerato per qualche tempo un potenziale erede di Eltsin e poi passato a guidare l’opposizione contro Putin, assassinato sulla Piazza Rossa a colpi di pistola esattamente sette anni fa. Come fece Stalin con Trotskij e altri oppositori, i nemici interni di Putin o finiscono in galera o finiscono sottoterra. Seconda somiglianza tra i due dittatori.
In cos’altro la Russia di Putin somiglia alla Russia di Stalin?
La democrazia pur fragile e corrotta degli anni di Eltsin è definitivamente scomparsa con l’ultimo giro di vite deciso da Putin con la guerra in Ucraina. Il leader russo non si aspettava che il conflitto durasse così tanto: credeva che sarebbe stata un’altra Crimea, ossia una conquista facile come quella della penisola ucraina nel 2014, ottenuta quasi senza colpo ferire, invece si ritrova con un’altra Cecenia, una guerra analoga a quella che ordinò nel ’99 per sottomettere la regione separatista nel sud della Russia. Non a caso usa la stessa tattica, che ha poi sperimentato anche in Siria: radere al suolo le città, terrorizzando i civili, come il suo esercito fece a Grozny, capitale cecena, e nella siriana Aleppo.
Per nascondere quello che il governo di Kiev definisce un genocidio, Putin ha eliminato gli spazi residui di libertà di stampa ed espressione che esistevano in Russia, chiudendo Radio Eco di Mosca, minacciando di 15 anni di carcere qualsiasi giornale che scrive la parola “guerra” (lui preferisce “operazione militare”), nascondendo in tivù le immagini delle città ucraine devastate e presentando una realtà orwelliana. “Noi non bombardiamo civili”, ha dichiarato il suo portavoce dopo il bombardamento del reparto maternità a Mariupol, una frase che ricorda “1948”, il romanzo distopico di George Orwell: “La guerra è pace”. La Russia di Stalin era stata una fonte di ispirazione per Orwell, oggi la Russia di Putin trasmette il medesimo messaggio. Un’altra somiglianza ancora.
Dunque niente vera opposizione politica, niente libertà di stampa: e la magistratura?
Ha perso da tempo la sua indipendenza, come dimostrano i processi truffa contro Khodorkovskij e Navalny. Se in Russia uno si mette contro Putin, finisce in prigione, nella migliore delle ipotesi, oppure assassinato, come Nemtsov o come la giornalista Anna Politovskaya.
Ci sarebbe una terza possibilità: scappare e rifugiarsi all’estero.
Non sempre è sufficiente. Aleksandr Litvinenko e Sergej Skripal, ex-spie di Mosca andate a vivere in Inghilterra, dove il primo prese perfino la cittadinanza britannica, sono stati raggiunti dai sicari del Cremlino, il primo assassinato con il polonio radioattivo, il secondo avvelenato con il gas nervino, ma sopravvisse: morì una donna che aveva toccato per sbaglio la bottiglietta contenente il gas, abbandonata in un parco. Una somiglianza anche quella: a Trotskij non bastò rifugiarsi in Messico per sfuggire alla furia omicida di Stalin.
Non rimane la libertà di prendere informazioni su internet?
In parte sì, ma fra le restrizioni imposte da Putin e la chiusura di Facebook e Twitter come risposta alla guerra in Ucraina, anche sul web è sempre più difficile navigare per i russi. Circolano voci che la prossima mossa sarà chiuderlo completamente ai circuiti stranieri, sul modello cinese.
Perlomeno i russi di oggi possono ancora viaggiare, andare all’estero, e lì ottenere informazioni credibili.
Sì, ma non possono più volare in Europa e in Nord America, per la chiusura dello spazio aereo decisa nel pacchetto delle sanzioni contro la guerra. Possono andare in vacanza in Cina o in Dubai, per esempio, due del pugno di paesi al mondo che non hanno condannato l’invasione dell’Ucraina. E nei giorni scorsi si era diffuso il timore che Putin imponesse la legge marziale, chiudendo completamente le frontiere, facendo della Russia una immensa prigione come era ai tempi di Stalin. Per questo da giorni tutti i russi che possono scappano, in treno e in auto, verso la Finlandia o il Baltico: “Non vogliamo vivere, e non vogliamo che i nostri figli vivano, in una dittatura”, dicono.
E poi ci sono le guerre di aggressione.
L’invasione dell’Ucraina ordinata da Putin ricorda l’invasione della Finlandia ordinata da Stalin. A Stalin non andò del tutto bene, dovette ritirarsi, accontentarsi di strappare a Helsinki un decimo del suo territorio e della neutralità finlandese, durata fino al 1995 con l’ingresso nell’Unione Europea. Chissà se in Ucraina finirà allo stesso modo.
E c’è stata la minaccia nucleare?
Putin ha messo le sue forze nucleari in stato d’allerta e ha ammonito l’Occidente che, se ci saranno interferenze straniere nella guerra, i nemici della Russia vedranno “cose che non si sono mai viste”: allusione al lancio di missili atomici. Stalin non ha mai fatto nulla del genere, forse perché l’arsenale atomico russo fino alla sua morte era ancora primordiale. Putin oggi ha più testate atomiche degli Stati Uniti, circa seimila. Bisogna tornare alla crisi dei missili a Cuba nel 1962, al tempo di Krusciov, il successore di Stalin, per trovare una minaccia simile.
In cosa altro si somigliano Stalin e Putin?
Nel culto della personalità. Con Stalin era ossessivo, ma anche Putin non ci va leggero, dalle foto che lo riprendono a cavallo a torso nudo nella steppa a quelle in cui stravince sul campo di hockey su ghiaccio. È simile anche il modo di trattare i propri consiglieri, ministri, generali. Quelli di Stalin erano terrorizzati quando apparivano davanti a lui, sapendo che bastava un colpo di tosse nel momento sbagliato per screditarli e farli finire nel Gulag. Putin ha trattato in modo simile il suo staff nelle apparizioni televisive prima di ordinare l’invasione dell’Ucraina, arrivando a redarguire in diretta il capo dello spionaggio perché non esprimeva subito incondizionata approvazione delle sue decisioni: "Vada al punto!" è sbottato per ben due volte, rimproverandolo. Un livello di paranoia che rammenta quello di Stalin, aumentato dai due anni di solitudine alla dacia per la pandemia, proprio come Stalin nella sua fase finale.
E in cosa sono diversi?
Putin non ha creato un “arcipelago Gulag” come quello staliniano descritto dal premio Nobel per la letteratura e grande dissidente Aleksandr Solgenitsin. Almeno, non ancora: ma ci sono comunque quasi 900 mila persone dietro le sbarre in Russia, una delle più ampie popolazioni carcerarie al mondo (insieme a quelle di Cina e Stati Uniti); e se non è arrivato alle carcerazioni di massa, rinchiude comunque tutti gli oppositori più in vista. Da questo punto di vista, comunque, bisogna ammettere che Stalin era peggio di Putin. Ma c’è anche un’altra differenza, in cui Putin è peggio di Stalin.
Quale?
La corruzione. Per quanti previlegi godesse Stalin tra il 1922 e il 1954, appaiono modesti, perfino risibili, vicino a quelli di cui si è dotato Putin con una corruzione rampante e spregiudicata che, secondo il rapporto del partito di Navalny, ne fa uno degli uomini più ricchi del mondo, con una fortuna in conti offshore o affidata a prestanomi intorno ai 150 miliardi di euro e una villa da 100 milioni di euro nel sud della Russia. Una villa degna di un faraone, o meglio di un dittatore.
Per cui come rispondere alla domanda posta dall’Economist: Putin è il nuovo Stalin?
Con la stessa risposta dell’Economist: sì. Uno Stalin 2.0, aggiornato al Ventunesimo Secolo.