Germania, Scholz lancia la task force per andare a caccia dei patrimoni degli oligarchi russi
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni , dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniLa Germania non è esattamente un modello per il sequestro di patrimoni di dubbia provenienza. Per anni fece scalpore un albergo nordcoreano situato nel cuore del quartiere governativo di Berlino che i funzionari tedeschi non riuscivano a far chiudere nonostante le pesanti sanzioni occidentali contro il regime di Kim Jong-un. Un punto esclamativo a due passi dal Bundestag, un monumento all’inefficienza burocratica tedesca. Non l’unico.
L’ultimo clamoroso caso di cortocircuito da scartoffia che ha fatto il giro del mondo è recente e riguarda lo yacht più grande del pianeta, “Dilbar”, un colosso lungo 156 metri da 600 milioni di euro, dotato di una pista di atterraggio per gli elicotteri, ormeggiato nel porto di Amburgo e di proprietà dell’oligarca russo Alisher Usmanov, uno degli uomini più vicini a Vladimir Putin.
La Germania non è esattamente un modello per il sequestro di patrimoni di dubbia provenienza. Per anni fece scalpore un albergo nordcoreano situato nel cuore del quartiere governativo di Berlino che i funzionari tedeschi non riuscivano a far chiudere nonostante le pesanti sanzioni occidentali contro il regime di Kim Jong-un. Un punto esclamativo a due passi dal Bundestag, un monumento all’inefficienza burocratica tedesca. Non l’unico.
L’ultimo clamoroso caso di cortocircuito da scartoffia che ha fatto il giro del mondo è recente e riguarda lo yacht più grande del pianeta, “Dilbar”, un colosso lungo 156 metri da 600 milioni di euro, dotato di una pista di atterraggio per gli elicotteri, ormeggiato nel porto di Amburgo e di proprietà dell’oligarca russo Alisher Usmanov, uno degli uomini più vicini a Vladimir Putin.
All’inizio di marzo, quando l’uomo d’affari era finito sulla lista delle sanzioni, si erano rincorse voci su un sequestro del suo giga yacht. Smentite poco dopo dalle autorità locali e da un imbarazzato ministero dell’Economia. Finché la nave non potrà essere attribuita con certezza al miliardario russo e non a un’anonima holding maltese, la città anseatica non può far altro che bloccarla nel porto, vietando ai proprietari di pagare la crew di ottanta dipendenti in dollari. E quelli, ça va sans dire, sono scappati a gambe levate. Esattamente come Usmanov, che ha lasciato la Germania per l’Uzbekistan, non prima di essersi lamentato pubblicamente per le “sanzioni ingiuste”.
La figura barbina globale - nelle stesse ore in cui la Germania smentiva il sequestro dello yacht parcheggiato ad Amburgo, l’Italia, la Francia e altri Paesi confiscavano a raffica ville e yacht dei boiardi putiniani - ha mosso il governo Scholz ad agire in fretta. Il cancelliere ha istituito nei giorni scorsi una task force presso la cancelleria, guidata dal suo consigliere principe, Joerg Kukies. I funzionari di vari ministeri - Economia, Esteri, Interni, Giustizia e Finanze - vengono dai dipartimenti che si sono occupati in questi anni delle sanzioni contro l’Iran, la Corea del Nord e la Russia e si autodefiniscono “i sanzionatori”. Collaboreranno con le Procure per evitare gli intoppi del passato e per consentire ai proprietari veri di beni nascosti dietro scatole cinesi e holding piazzate nei paradisi fiscali di essere rintracciati con certezza.
I segugi di yacht e ville frugheranno nelle miriadi di terabyte di dati sui paradisi fiscali forniti dalle procure per confrontarli con la lista sempre più lunga delle sanzioni, anche con l’aiuto di funzionari della Bundesbank, della dogana e delle autorità fiscali. Ma quanto sia titanico il compito della task force dimostra il caso di una villa al centro di Monaco, un palazzo aristocratico settecentesco accanto all’Opera, che secondo i “Pandora Papers” sarebbe attribuibile a uno degli uomini più vicini a Putin. Ma la proprietà è nascosta dietro un intreccio complicato di scatole cinesi in possesso a un prestanome.
Sebastian Fiedler, ex inquirente finanziario e parlamentare della Spd, ha le idee chiare sul modello da seguire: l’Italia, e in particolare i metodi anti riciclaggio della Guardia di Finanza. Alla Süddeutsche Zeitung, Fiedler ha spiegato che “la GdF è forte su tutto il territorio italiano e ha enormi competenze. Chi investe soldi sporchi in Italia, si prende un enorme rischio”. Peraltro, anche sul riciclaggio, la Germania è notoriamente anni indietro, rispetto a noi. A causa del feticismo dei tedeschi per le banconote, non riesce neanche a introdurre un limite per i contanti. Chissà che lo shock della guerra di Putin non spazzi via anche questi vecchi e dannosi retaggi.