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Le armi della Nato nel mirino di Mosca. "I rifornimenti sono un bersaglio"

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Attesi via Slovacchia i missili terra-aria S-300 per colpire i Mig russi
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LEOPOLI -  La resistenza ucraina aveva munizioni per dieci giorni, non uno di più. Era stata allenata alla nuova guerra in patria e nelle basi al confine europeo, questo a dicembre e gennaio scorsi. Istruttori britannici e canadesi, trainer polacchi. Ma l’esercito nazionale aveva ancora bisogno di armi quando, l’alba del 24 febbraio, l’invasione è iniziata furiosa: «Mi servono proiettili, non un passaggio», aveva detto il presidente Volodymyr Zelensky ai diplomatici americani che gli offrivano una via di salvezza dopo la resa.
L’esercito giallo e blu, affiancato da riservisti e volontari, da reparti speciali come Azov, ne ha fin qui resistiti diciotto di giorni. Le armi — almeno duemila lanciatori antiaereo Stinger, diciassettemila mortai anticarro, i nordamericani Javeline e i britannici Nlaws che i soldati più giovani postano su Facebook — sono arrivate. L’Operazione Porcospino, il rifornimento dall&rsqu…

LEOPOLI -  La resistenza ucraina aveva munizioni per dieci giorni, non uno di più. Era stata allenata alla nuova guerra in patria e nelle basi al confine europeo, questo a dicembre e gennaio scorsi. Istruttori britannici e canadesi, trainer polacchi. Ma l’esercito nazionale aveva ancora bisogno di armi quando, l’alba del 24 febbraio, l’invasione è iniziata furiosa: «Mi servono proiettili, non un passaggio», aveva detto il presidente Volodymyr Zelensky ai diplomatici americani che gli offrivano una via di salvezza dopo la resa.
L’esercito giallo e blu, affiancato da riservisti e volontari, da reparti speciali come Azov, ne ha fin qui resistiti diciotto di giorni. Le armi — almeno duemila lanciatori antiaereo Stinger, diciassettemila mortai anticarro, i nordamericani Javeline e i britannici Nlaws che i soldati più giovani postano su Facebook — sono arrivate. L’Operazione Porcospino, il rifornimento dall’esterno, senza coinvolgimento diretto della Nato, fin qui è riuscita.


Il viceministro degli Esteri, Sergey Ryabkov, ieri ha detto alla tv di Stato: «Ogni mezzo mobile che trasporta razzi sarà per noi un legittimo bersaglio». Si è rivolto direttamente agli Stati Uniti. Il Cremlino ha compreso che senza quei trasporti eccezionali e segreti dalla Romania, soprattutto dalla Polonia, non avrebbe perso il dieci per cento del suo contingente e Kiev e le città dell’Est non avrebbero potuto resistere con questa tenacia. Sempre ieri, tuttavia, Zelensky ha rilanciato: «Visto che non mi regalate nuova artiglieria antiaerea, la comprerò da solo». Poche ore e il presidente americano, Joe Biden, ha messo sul piatto altri 200 milioni di dollari, che vanno a sommarsi ai 350 milioni già investiti e praticamente tutti spesi: le armi occidentali si vedono nelle trincee ucraine e sui tetti delle città assediate. Con l’ultima tranche potrebbero arrivare, via Slovacchia, i missili terra-aria S-300, per colpire i Mig russi più in alto nel cielo.


Ora che il ministero della Difesa bielorusso ha smentito che il suo Paese possa entrare direttamente in guerra invadendo dal confine Nord — venerdì sera i servizi segreti ucraini avevano lanciato l’allarme — , l’allargamento di prospettiva da parte dell’esercito di Putin si può leggere proprio nella chiave dei rifornimenti bellici da tagliare. La distruzione degli aeroporti militari sopra e sotto Leopoli, in quello di Lutsk c’era un deposito di munizioni, serve a togliere basi di appoggio all’aviazione ucraina e a colpire gli approdi interni all’Ucraina delle armi di quattordici Paesi Nato (Italia compresa). Gli aeroporti nel Paese invaso sono trenta, e molti potenzialmente funzionanti. Ieri i russi hanno voluto colpire anche le piste di Vasilkiv, a sinistra di Kiev, e attraverso un sistema di droni sono pronti a monitorare i viaggi dei furgoni nemici.


All’aeroporto militare di Borospyl, a est della capitale, dal 22 gennaio fino alla vigilia della guerra sono atterrati cargo con merci belliche. Aerei Antonov sono invece partiti dal nord della Lettonia e l’aeroporto militare polacco di Rzeszów è diventato il magazzino delle armi occidentali. La Cnn, seguendo fonti della difesa Usa, ha comunque assicurato che le forze Nato hanno utilizzato al massimo della sua capacità — 17 atterraggi al giorno — uno scalo segreto «non ancora individuato dai satelliti russi».
Con la guerra iniziata le armi sono dovute entrare via terra, attraverso gli stessi varchi di confine utilizzati dai profughi: Medika-Shehyni, Krakovets, Hrebenne-Rava Ruska. Per far viaggiare le merci — verso Leopoli e Kiev, innanzitutto — è possibile che la Nato abbia chiesto un intervento a costosi contractors privati. E, ancora, i russi sono convinti che alcuni mortai e razzi abbiamo viaggiato insieme agli aiuti umanitari. Di certo, dai palazzi civili di Leopoli sono partiti elmetti e divise per i soldati ucraini e stoffe per camuffare i loro tank.