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A Kharkiv, nella Stalingrado ucraina: “Qui i cecchini russi mirano ai civili”

La seconda città del Paese resiste all’assedio. Il centro è ormai distrutto, le strade deserte, ma gli occupanti appaiono frustrati dalle sconfitte
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KHARKIV - "Non si può uscire, non si può uscire", ripete la guardia della stazione ferroviaria. "C'è il coprifuoco". La stazione, gelida, è un via vai di gente che nella notte cerca di scappare dalla città. Nell'unica saletta riscaldata donne e bambini sono costretti a dormire accovacciati mentre delle anziane signore cercano di riposare sedute su una panca. Qualche militare dorme in piedi, appoggiato alle pareti.


Alle sei del mattino si aprono le porte dello scalo ferroviario: fuori la città è un susseguirsi di palazzi crollati. Macerie, polvere e silenzio rotto da qualche esplosione. Le strade sono completamente deserte. Chi è riuscito è scappato, chi non ha potuto o non ce l'ha fatta si nasconde nei sotto scala utilizzati come rifugi. La resistenza ucraina dopo oltre 10 giorni di assedio sta ancora bloccando i russi, ma chi si avventura in strada in cerca di cibo in questa che sempr…

KHARKIV - "Non si può uscire, non si può uscire", ripete la guardia della stazione ferroviaria. "C'è il coprifuoco". La stazione, gelida, è un via vai di gente che nella notte cerca di scappare dalla città. Nell'unica saletta riscaldata donne e bambini sono costretti a dormire accovacciati mentre delle anziane signore cercano di riposare sedute su una panca. Qualche militare dorme in piedi, appoggiato alle pareti.


Alle sei del mattino si aprono le porte dello scalo ferroviario: fuori la città è un susseguirsi di palazzi crollati. Macerie, polvere e silenzio rotto da qualche esplosione. Le strade sono completamente deserte. Chi è riuscito è scappato, chi non ha potuto o non ce l'ha fatta si nasconde nei sotto scala utilizzati come rifugi. La resistenza ucraina dopo oltre 10 giorni di assedio sta ancora bloccando i russi, ma chi si avventura in strada in cerca di cibo in questa che sempre più assomiglia alla Stalingrado ucraina rischia di essere ammazzato dai cecchini di Putin.

La seconda città più importante del Paese che nemmeno un mese fa aveva una popolazione di un milione e mezzo di abitanti è stata brutalmente presa d'assedio il primo marzo dalle forze armate russe. Da allora per le autorità locali sono morti più di 200 civili, tra i quali 11 bambini, e 70 militari. Il centro storico con le sua architettura costruttivista e le torri d'epoca staliniana è stato martellato da una pioggia di missili piovuti dal cielo. Oltre alla stazione, rimangono in piedi solo le bellissime chiese ortodosse del centro e la grande cattedrale, bianca e marrone. Tutto intorno il deserto.

È stato accertato che più di 400 palazzine sono crollate. Tra le macerie della città martire cammina Andrey. Smunto e sciupato ha sempre la sigaretta in bocca. "Andiamo, andiamo - sussurra - bombardano". Andrey ha 48 anni e faceva il cartolaio. Conosce bene l'Italia dove è stato cinque volte. Si è innamorato di Fabriano: ci andava a rifornirsi di carta pregiata e tempere. Andrey, vive insieme a Svetlana, una professoressa di fisica di cinquantacinque anni, ed Evgeny, un informatico sui trent'anni. Alloggiano nei sotterranei della fabbrica di Juri, un imprenditore di sessant'anni. "Prima della guerra producevo zainetti e tovaglie", racconta. "Ora non ci resta che rifugiarci quaggiù, se potessi andrei all'estero ma come faccio a trasportare la fabbrica?". "Viviamo come topi in gabbia", mormora Svetlana mentre accarezza il gatto che gironzola impaurito nel rifugio. Chi sembra gestire meglio la situazione è Evgeny.


"Non sono andato a combattere", ammette, "perché aiuto i gruppi di difesa territoriale con le mie conoscenze informatiche". Già, i Gruppi di difesa territoriale, la branca sorta all'interno dell'esercito ucraino per coinvolgere i volontari e tutti quei milioni di cittadini dai diciotto ai sessant'anni che dall'oggi al domani si sono ritrovati con un fucile in mano per combattere il nemico alle porte. In questa Stalingrado d'Ucraina, completamente sotto assedio, distrutta, deserta e infestata di cecchini, la resistenza non solo aumenta ogni giorno che passa, ma l'esercito ucraino incassa pesanti vittorie. La riconquista degli strategici paesi di Derachi e Chuhuiv, a soli 40 chilometri da Kharkiv galvanizza tutto il Paese. Derachi e Chuhuiv stanno a Kharkiv come Irpin sta a Kiev. I carri armati russi non riescono a sfondare grazie agli ormai celebri missili Javelin, in grado di distruggere qualsiasi obiettivo incontrano.

Leggeri e portabili a spalla, sono in dotazione all'esercito ucraino grazie all'intervento americano che ha inondato anche di missili terra aria, Sterling, i soldati sul campo. Durante la battaglia di Kharkiv l'esercito ucraino ha catturato un pilota aereo e ha ucciso due comandanti russi di alto rango: il tenente colonnello Dmitry Safronov, comandante della 61a brigata marina, e il tenente colonnello Denis Glebov. Motivo per cui, stando ai servizi segreti ucraini, a Kharkiv i soldati russi avrebbero ricevuto l'ordine di sparare sui civili. "Siamo pochi e siamo circondati. Ora ci è stato dato il comando di uccidere tutti, i civili, i bambini, tutti. Un cecchino ha appena ucciso tre persone dietro la recinzione, che stavano solo puntando una torcia nella nostra direzione", l'agghiacciante contenuto di una conversazione di un militare russo con un commilitone, intercettato e rilanciato dallo Sbu, gli 007 ucraini. Da queste intercettazioni emerge tutta la difficoltà degli occupanti russi, con la decisione dei comandi di ordinare di aprire il fuoco sui civili in maniera indiscriminata.


Secondo lo Sbu, il morale dei soldati russi è bassissimo. Le forze di Mosca applicherebbero una "repressione stalinista" con "plotoni di esecuzione" nelle retrovie per fucilare chi tenta di disertare per tornare a casa, avrebbe raccontato ai servizi un prigioniero di guerra russo. Nonostante questa supremazia terrestre ucraina e una straordinaria capacità di resistenza all'aviazione russa, Kharkiv potrebbe essere facilmente polverizzata qualora Mosca decidesse un altro bombardamento a tappeto sulla città. Julia, una volontaria rimasta in città occupandosi di logistica non perde la speranza. "Non ci arrenderemo mai, dovessimo rifugiarci nel sottosuolo, se l'occidente ci dotasse di aerei moderni, potremmo rapidamente cambiare le sorti di questa assurda guerra".