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Ucraina, Mariupol addio. Un popolo in fuga dalla città martire

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Il racconto tra gli sfollati senza meta, mentre si apre il primo corridoio. Nell'intero Paese sarebbero due milioni le persone intrappolate tra un fronte e l'altro
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VASYLIVKA - "Siamo fuori, incredibile, riusciamo a parlare. Anche l'inferno ha una porta per uscire". La guerra, facendo accomodare la morte a capotavola, costringe a conoscere l'istante in cui si è felici di fuggire dal luogo in cui si è venuti al mondo, abbandonando il proprio focolare e chiunque si sia amato. La maledizione di questo attimo a lungo sognato e così fradicio di personale umiliazione, per i fantasmi di Mariupol è scoccata alle 15 di ieri. "Eravamo certi - sussurra al telefono Iryna Kulachko, uscita dalla sacca con la madre e la figlia Alona di 7 anni - di non farcela. Abbiamo bevuto l'ultimo sorso d'acqua sabato notte. Nel nostro palazzo siamo vivi in 46 su 79. Ancora un giorno e avremmo raggiunto gli amici nella fossa comune scavata in giardino".

Dopo due settimane di assedio spietato, l'esercito russo all'improvviso ha smesso di sparare e di bombardare l'unica via di fuga verso Zaporiz…

VASYLIVKA - "Siamo fuori, incredibile, riusciamo a parlare. Anche l'inferno ha una porta per uscire". La guerra, facendo accomodare la morte a capotavola, costringe a conoscere l'istante in cui si è felici di fuggire dal luogo in cui si è venuti al mondo, abbandonando il proprio focolare e chiunque si sia amato. La maledizione di questo attimo a lungo sognato e così fradicio di personale umiliazione, per i fantasmi di Mariupol è scoccata alle 15 di ieri. "Eravamo certi - sussurra al telefono Iryna Kulachko, uscita dalla sacca con la madre e la figlia Alona di 7 anni - di non farcela. Abbiamo bevuto l'ultimo sorso d'acqua sabato notte. Nel nostro palazzo siamo vivi in 46 su 79. Ancora un giorno e avremmo raggiunto gli amici nella fossa comune scavata in giardino".

Dopo due settimane di assedio spietato, l'esercito russo all'improvviso ha smesso di sparare e di bombardare l'unica via di fuga verso Zaporizhzhia. L'evacuazione dall'enclave dell'orrore, isolata dentro la steppa desertificata dal conflitto, è cominciata con donne, bambini e anziani. "Sono andate via 160 auto - dice il consigliere del sindaco, Petro Andryushchenko - con 700 persone. Ha avuto la precedenza chi, senza cure immediate, era a un passo dalla fine. Gli aggressori, dopo otto tentativi falliti e cento attacchi aerei, hanno promesso di non colpire i profughi".

In città 2.500 morti

La città martire sul Mare d'Azov, simbolo che la storia assocerà alla vergogna dell'invasione ucraina ordinata da Putin, conta 400 mila abitanti. Alcune centinaia di fantasmi lasciati passare sono una goccia nell'oltretomba di condannati costretti ancora a resistere. "La trappola però si è aperta - dice Oleksandr Ilchenko, chirurgo nell'ospedale pediatrico bombardato - : se il corridoio regge, questo cimitero dei vivi si svuoterà. Resta l'incubo di una fine che può sorprenderci in ogni momento". Dal primo giorno d'assedio i morti sono saliti a 2.560: vecchi e bambini, i primi fiaccati da gelo, sete e fame. Tra le vittime anche la mamma incinta fuggita tra le macerie del reparto maternità squarciato da una bomba russa.

Ad attendere i primi civili evacuati, un viaggio carico di pericoli. Due ponti sono crollati sotto i colpi dei russi. La via che attraversa il fronte è minata, sconvolta da voragini e occupata dai carri armati. Le auto dei fuggitivi hanno incrociato la prima colonna di camion che ha potuto raggiungere Mariupol con 450 tonnellate di medicine, cibo e acqua potabile. "Nelle vie i falò della gente bruciavano a terra - dice Serghey Gornov, autista di uno dei mezzi arrivati fino alla città -. Ci sono corpi irrigiditi per le strade. Interi quartieri sono rasi al suolo. Padri sono stati spinti a cuocere i cani per sfamare i figli". Bloccata in auto sulla strada per Vasylivka, anche la famiglia di Andreji Buinak si sporge dai sedili per scaldarsi le mani sul fuoco acceso all'esterno. Tre donne e due bambine masticano fette di pane nero congelato, stese sotto cumuli di giacconi.

La timeline della guerra

La fuga impossibile

"Non si trova benzina - dice Andreji - non abbiamo soldi. Restiamo qui, per noi non c'è un altro posto dove vivere". Fuggita da Mariupol il 2 marzo la famiglia di Andreji non è riuscita a raggiungere Zhaporizhzhia. Alle spalle ha la casa crollata, davanti un canale senza più guado. "Siamo prigionieri - dice la moglie Rymma - tra le due linee del fronte. Di notte a turno cantiamo: chiunque potrebbe spararci per sbaglio, anche l'esercito che ci difende". Oltre 2,8 milioni di persone sono già fuggite dall'Ucraina.

Nomadismo di guerra

Ma almeno 2 milioni di sfollati, secondo le stime del governo di Kiev, non sono riusciti, non possono, o non vogliono scappare dalla loro patria. Sono i prigionieri della guerra, bloccati nella terra di nessuno tra due fronti mobili. La massa dei profughi interni si sposta finché può verso ovest, precedendo l'avanzata degli invasori. Oltre che Mariupol, abbandonano Donetsk, Lugansk, Kiev, Kharkiv, Dnipro, Melitopol, Kherson, Mykolajiv, le città spazzate via e i villaggi cancellati da missili e tank di Mosca. Tentare di mettersi in salvo all'estero ormai è un lusso. "Giovedì scorso - dice Valerjia, 28 anni e due bambini - una bomba ha spaccato a metà il mio condominio a Persotravneve, fuori Mariupol. Siamo scappati in pigiama: mangiamo grazie alla generosità di chi passa". A Nikopol in dieci giorni si sono ammassati 46 mila imprigionati dalla guerra. Arrivano dal Donbass, dalle coste del Mare d'Azov e del Mar Nero. Molti sono ospitati in collegi e palestre. La maggioranza non trova posto e ferma l'auto nei distributori chiusi, o nelle piazze.

Le baraccopoli della guerra non sono campi profughi organizzati. Sono distese di poveri costretti al nomadismo. La distruzione e l'avanzata russa hanno tolto loro casa e lavoro, senza offrire un rifugio o la speranza di un viaggio. "Ho affidato i miei tre bambini ad amici diretti in Lituania - dice Valentyna, scappata da Novoazovsk - e sono tornata a prendere Miron. Io resto: anche lui ha diritto di salvarsi". Il figlio più grande ha compiuto 18 anni in gennaio. La guerra vieta di espatriare ai maggiorenni fino a sessant'anni. Milioni di studenti, anziani e invalidi ucraini si scoprono in trappola e bloccano la fuga anche alle loro famiglie. "Quando i soldati russi sono entrati nella mia camera - dice Miron - mi hanno spaccato il computer. Gridavano che ero una spia. Siamo vivi perché abbiamo consegnato l'ultimo cibo che avevamo nel piatto".

Messaggi su una forca

Lasciare case in fiamme, montagne di macerie, parenti e amici che non rispondono più, scatena un odio mai provato prima nel popolo di chi non ha un luogo dove rifugiarsi. Tra Zaporizhzhia e Vasylivka i prigionieri interni della guerra si sfogano aprendo il segreto del loro cuore al nemico. Costruiscono forche con pali e rami tagliati agli alberi. Rimuovono gli spaventapasseri dalle campagne e li vestono di rosso e di blu, i colori della bandiera russa. Impiccano i fantocci agli improvvisati patiboli. Al collo appendono un pezzo di cartone con il nome "Putin". Su una trave di legno, la minaccia dipinta: "Morte ai nemici". Prigionieri dei russi e imprigionati dalla guerra ucraina attorno a Mariupol, nell'odio si confondono. Fuggire o restare, quando è chiaro che il mondo di prima non tornerà, è un modo diverso di aspettare. Senza arrendersi, ma nel buio del vuoto.