La russificazione di Putin nelle città occupate: una dottrina coloniale che va dall'antica Roma all'Urss

La russificazione di Putin nelle città occupate: una dottrina coloniale che va dall'antica Roma all'Urss
Sin dai tempi di Stalin intere comunità sono state spostate da una parte all'altra dell'Unione Sovietica, con criteri etnici che coincidevano con idee politiche
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C’è una matrice sovietica anche nell’operazione di russificazione che Putin sta avviando nelle città ucraine occupate tra il Donbass e il Mar Nero. Sin dai tempi di Stalin intere comunità sono state spostate da un capo all’altro dell’Urss, seguendo criteri etnici che coincidevano con idee politiche: i cosacchi rimasti fedeli allo Zar finivano in Siberia; quelli schierati con l’Armata Rossa invece ottenevano terre fertili sul Don. Una pratica applicata in maniera sistematica negli anni Venti per prendere il controllo delle repubbliche più fredde verso gli slogan bolscevichi, inserendo colonie di veterani dell’esercito rivoluzionario con le loro famiglie - il modello seguito dai romani per “latinizzare” l’Europa occidentale - e deportando nelle terre asiatiche chi non si piegava al verbo comunista.

 


Dopo la Seconda guerra mondiale, in un Paese completamente devastato dalla lotta contro i nazisti, i traslocatori di popoli del Cremlino si sono dedicati alle nuove terre ottenute grazie agli accordi di Potsdam. Un’operazione che ha preso di mira soprattutto l’Ucraina, ampliata con regioni strappate alla Polonia e alla Romania i cui abitanti hanno spesso preferito l’esodo verso le patrie originarie: sono stati rimpiazzati con i superstiti delle metropoli russe rase al suolo dai combattimenti.

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Stessa procedura nelle repubbliche baltiche, indipendenti fino al 1940 e inglobate nell’Urss. Il simbolo resta Königsberg, la capitale prussiana dei cavalieri teutonici dove era nato Immanuel Kant: diventata Kaliningrad, in omaggio al presidente del soviet supremo morto nel 1946, è stata trasformata in una terra russa popolata da russi, rimasta tale anche dopo la fine dell’Urss nonostante sia chiusa tra la Polonia e la Lituania. Oggi è l’avamposto dei missili di Putin puntati contro la Nato e l’Europa.