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La morte non ha bandiere

Il racconto della guerra in Ucraina attraverso una foto. Un drappo su una bara, durante uno dei funerali delle vittime del conflitto: morire in guerra è una frase che ha qualcosa di irreale
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I funerali di Oleh Yaschyshyn, Sergiy Melnyk e Rostyslav Romanchuk, militari ucraini uccisi durante l'invasione russa, al cimitero di Lychakiv. Lviv, 15 marzo 2022 (Foto di Yuriy Dyachyshyn / AFP) 

"Morire in guerra" è una frase stupida, ha sempre qualcosa di irreale. È una frase feroce. Nel buio, nel silenzio, nello strazio di un funerale, i colori della bandiera spiccano fra le sagome in ombra dei vivi. I morti si chiamano Oleh Yaschyshyn, Sergiy Melnyk e Rostyslav Romanchuk. C’è chi può dire: io li conoscevo, e non pensavo potesse finire così, per loro, per tutti noi. E il fatto è che non c’è, per questo, nessuna consolazione in quei colori: non nell’azzurro che – nelle intenzioni di chi lo ha scelto, poco più di un secolo fa – richiama un cielo di pace; non nel giallo, che evoca i campi …

I funerali di Oleh Yaschyshyn, Sergiy Melnyk e Rostyslav Romanchuk, militari ucraini uccisi durante l'invasione russa, al cimitero di Lychakiv. Lviv, 15 marzo 2022 (Foto di Yuriy Dyachyshyn / AFP) 

"Morire in guerra" è una frase stupida, ha sempre qualcosa di irreale. È una frase feroce. Nel buio, nel silenzio, nello strazio di un funerale, i colori della bandiera spiccano fra le sagome in ombra dei vivi. I morti si chiamano Oleh Yaschyshyn, Sergiy Melnyk e Rostyslav Romanchuk. C’è chi può dire: io li conoscevo, e non pensavo potesse finire così, per loro, per tutti noi. E il fatto è che non c’è, per questo, nessuna consolazione in quei colori: non nell’azzurro che – nelle intenzioni di chi lo ha scelto, poco più di un secolo fa – richiama un cielo di pace; non nel giallo, che evoca i campi di grano e la prosperità. Nessuna consolazione. Non riesco, nonostante tutto, a credere che possa bastare un drappo a riscattare il sacrificio di chi cade in guerra; o come si sarebbe detto nella retorica fondativa delle nazioni, si immola (o viene costretto a immolarsi) per un ideale, per una patria, per la libertà. A me pare che la morte non abbia bandiere. E fossero diversi quei colori, non fossero il giallo e il blu, cambierebbe molto? Cambierebbe cosa? Mi faccio la stessa domanda che Cesare Pavese fa risuonare nell’ultima pagina del suo romanzo "La casa in collina", scritto alla fine della seconda guerra mondiale. "So che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: "E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?". Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero".