✕

Stazione d'approdo

Il racconto della guerra in Ucraina attraverso una foto. Il seminterrato di una grande stazione nel cuore dell'Europa. Quello che definivamo un non-luogo adesso diventa il rifugio dei profughi e il simbolo di un popolo in fuga
1 minuti di lettura

Rifugiati ucraini nel seminterrato della stazione ferroviaria di Berlino. 17 marzo 2022
(Foto di Bernd von Jutrczenka/picture alliance via Getty Images) 

Il seminterrato di una grande stazione nel cuore dell’Europa. Il seminterrato! Una specie di ventre della balena – uno spazio di transito, sicuro solo in apparenza. La luce al neon. Le scritte affisse al muro in una lingua familiare. Il colpo d’occhio potrebbe far supporre che si tratti semplicemente di viaggiatori. Nei fatti, lo sono. Le borse, le valigie, le buste di plastica, di carta. Non siamo dotati di guscio o di carapace, come certi molluschi o rettili, siamo animali costretti – se si spostano – ai traslochi. Qualcosa, comunque, bisogna lasciare indietro.

Il bicchiere sul tavolo sembra quello fornito da qualche fast food. La sonnolenza, la stanchezza – un tempo di attesa non quantificabile &ndash…

Rifugiati ucraini nel seminterrato della stazione ferroviaria di Berlino. 17 marzo 2022
(Foto di Bernd von Jutrczenka/picture alliance via Getty Images) 

Il seminterrato di una grande stazione nel cuore dell’Europa. Il seminterrato! Una specie di ventre della balena – uno spazio di transito, sicuro solo in apparenza. La luce al neon. Le scritte affisse al muro in una lingua familiare. Il colpo d’occhio potrebbe far supporre che si tratti semplicemente di viaggiatori. Nei fatti, lo sono. Le borse, le valigie, le buste di plastica, di carta. Non siamo dotati di guscio o di carapace, come certi molluschi o rettili, siamo animali costretti – se si spostano – ai traslochi. Qualcosa, comunque, bisogna lasciare indietro.

Il bicchiere sul tavolo sembra quello fornito da qualche fast food. La sonnolenza, la stanchezza – un tempo di attesa non quantificabile – fanno cadere la testa in avanti. A fine ventesimo secolo, quando il numero dei viaggiatori reali e potenziali ha raggiunto cifre mai toccate nella storia dell’umano (l’11 settembre e la pandemia erano incubi imminenti ma non preventivabili) abbiamo preso a definire non-luoghi le stazioni e gli aeroporti. Aveva senso? Forse – dice questa foto – gli unici non-luoghi sono quelli abitati da quella speciale e disperata tipologia di viaggiatori che chiamiamo profughi. Anche quando trovano un approdo – il lembo di un’isola in mezzo al Mediterraneo, il seminterrato di una grande stazione europea –, anche quando possono immaginare un altro tetto, un’altra casa, altre mura, talvolta perfino felici, sanno di essere condannati a quel non. Sfrattati come sono dalla geografia, brutalmente, e per certi versi anche dalla storia.