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Ribellione russa

Le voci dell’opposizione alla guerra di Putin in Ucraina
17 minuti di lettura

"La stella della Russia brucia e brilla nel buio"

Viktor Bokov, 1962

 

Dove è l'opposizione alla guerra di Putin? Non l'opposizione ufficiale, sostanzialmente compromessa col regime, ma la ribellione quotidiana. E cosa ci dice dello stato della Russia, Paese che frequento sin dalla fine degli anni Ottanta? Sono andato alla ricerca di voci non convenzionali nel mondo accademico, nell'attivismo di base, tra le persone comuni e nella chiesa ortodossa. Molti sono stati arrestati e hanno fatto almeno un viaggio nelle camionette della polizia che in questi giorni stazionano agli angoli delle strade, pronte ad inghiottire chi protesta pacificamente contro la guerra.

Il diario

Grigory

Tra questi vi è Grigory Yudin, un professore di filosofia politica alla Scuola di Scienze Sociali di Mosca ed esperto di opinione pubblica. Ha studiato in Inghilterra, dove ha ottenuto un dottorato all'Università di Manchester. La sua è stat…

"La stella della Russia brucia e brilla nel buio"

Viktor Bokov, 1962

 

Dove è l'opposizione alla guerra di Putin? Non l'opposizione ufficiale, sostanzialmente compromessa col regime, ma la ribellione quotidiana. E cosa ci dice dello stato della Russia, Paese che frequento sin dalla fine degli anni Ottanta? Sono andato alla ricerca di voci non convenzionali nel mondo accademico, nell'attivismo di base, tra le persone comuni e nella chiesa ortodossa. Molti sono stati arrestati e hanno fatto almeno un viaggio nelle camionette della polizia che in questi giorni stazionano agli angoli delle strade, pronte ad inghiottire chi protesta pacificamente contro la guerra.

Il diario

Grigory

Tra questi vi è Grigory Yudin, un professore di filosofia politica alla Scuola di Scienze Sociali di Mosca ed esperto di opinione pubblica. Ha studiato in Inghilterra, dove ha ottenuto un dottorato all'Università di Manchester. La sua è stata una delle poche voci ad avvertire, mesi orsono, che l'intenzione di Putin era di invadere l'Ucraina, quando osservatori russi e occidentali ancora pensavano ad un bluff. Il 25 febbraio, con la moglie Anastasia Yudina, una consulente di marketing, Grigory decide di partecipare ad una manifestazione contro la guerra in Piazza Pushkin, nel centro di Mosca. Appena uscito dal metrò, "dopo appena dieci secondi" - mi dice in collegamento dal suo appartamento di Mosca - sente qualcosa che lo colpisce alla testa e perde conoscenza. La moglie non fa in tempo a girarsi che il marito è scomparso. Presume sia stato caricato di peso in una camionetta della polizia. Scoprirà poi che Grigory è stato portato in una stazione di polizia nei sobborghi della capitale. Quando la moglie riesce a raggiungerlo, lo trova con il collo imbragato da un tutore, col fango sui vestiti, in uno stato confusionale, disteso sul lettino di un'ambulanza. Grigory passa la notte in ospedale a causa delle percosse subìte.

Quando gli parlo, è tornato a casa da poco. Nel frattempo, la moglie è stata a sua volta arrestata durante una seconda manifestazione e lui attende notizie. "Adesso mi sento meglio - mi dice - , ma non voglio parlare di quello che è successo a me, è un evento tutto sommato insignificante".  Infatti, la storia delle percosse subite da Grigory non è affatto speciale. Dal 24 febbraio quasi quindicimila persone sono state arrestate. La maggior parte sono a Mosca e San Pietroburgo, ma non mancano anche le città nell'Estremo Oriente: in Siberia, come Vladivostok e Tomsk e negli Urali, come Perm ed Ekaterinburg (per i dati aggiornati, consultare il sito indipendente ovd.info). Mi rivolgo a Grigory per capire come stia evolvendo la società russa durante questa crisi esistenziale e cosa possono fare le persone comuni di fronte ad un potere malvagio. Per Yudin siamo ad un punto critico della storia russa.

"Se non c'è una reazione forte delle élite, la repressione continuerà con una intensità senza precedenti. Le persone verranno picchiate e andranno in prigione per anni. La Russia diventerà uno Stato totalitario ed emergerà un movimento clandestino di resistenza. Molti, ovviamente, lasceranno il Paese". Qualche segnale positivo esiste. Gli ultimi sondaggi dell'agenzia Levada rivelano che almeno un quarto degli intervistati è contrario alla "operazione militare speciale" in Ucraina. Un dato non di poco conto, poiché ci vuole coraggio ad esprime una simile opinione ad un intervistatore, anche se in maniera anonima. Gli stessi sondaggi dicono che non vi è alcuno sostegno per una guerra in quanto tale. "Le conseguenze dell'invasione diventano ogni giorno più evidenti - continua Grigory - così come l'enormità della catastrofe che ci attende".

Le sanzioni stanno avendo effetti devastanti sul Paese. L'economia russa si fonda su due pilastri: l'esportazione di risorse naturali e l'importazione di tecnologia. A causa delle sanzioni, i microprocessori usati per la produzione di automobili non arrivano più e Avtovaz ha fermato la produzione; i funzionari che sovrintendono al servizio radiofonico sono in allarme perché il sistema usa la tecnologia della azienda americana Cisco, che ha smesso di rifornire il Paese; le compagnie di volo non possono ordinare pezzi di ricambio per i loro aerei. È stato introdotto il controllo sull'esportazione di capitali, il rublo è crollato del 30%, i tassi di interesse sono raddoppiati e l'inflazione si aggira adesso intorno al 20%. La vita quotidiana è stata stravolta. Per ritirare valuta straniera dai conti correnti ci sono file sin dalle tre del mattino ai pochi bancomat ancora aperti, i tassi di cambio imposti dallo stato stanno riportando in Russia il mercato nero della valuta degli anni Novanta, molti negozi hanno chiuso in attesa di ricalcolare prezzi, salari e contratti.

L'élite economica è in fermento e i manager di imprese straniere hanno lasciato il Paese. Ma è ad un punto di non ritorno? "Per ora vi sono state prese di posizione significative solo nell'élite intellettuale e artistica del Paese", mi ricorda Grigory. Studenti e professori di molti atenei hanno sottoscritto petizioni e si preparano all'occupazione di alcune facoltà, anche se la maggior parte dei Rettori ha firmato un documento a favore delle azioni di Putin. "Bisognerà vedere come procede l'offensiva militare, che non è affatto il successo sperato dal Cremlino". Stanno cominciando ad arrivare le bare con i morti della "operazione speciale" e, come nel caso dell'Afghanistan, l'associazione delle madri dei soldati è una forza politica da non sottovalutare. In quella guerra, durata dal 1979 al 1989, i morti furono 15.000. I soldati caduti in Ucraina oscillano già tra i 6mila e i 10mila e non a caso il governo vuole proibire i funerali.

L'invasione ci riporta ad uno dei momenti peggiori della storia europea. Secondo Grigory, molti - in Russia e in occidente - ancora non si rendono conto che l'unico paragone possibile è con l'Europa degli anni Trenta. "L'idea che questa sia una piccola, sporca guerra post-sovietica è una pia illusione. I piani di Putin già includono la conquista della Moldavia e chiare minacce alla Polonia. Se cade l'Ucraina, cade l'Europa tutta". In effetti, il saggio che Putin ha pubblicato il 12 luglio del 2021, "sull'unità storica di Russi e Ucraini", contiene passaggi inquietanti anche su Lituania e Polonia. "Quel testo è rivelatore. Si sta affermando nel Paese una narrazione di tipo fascista, esattamente come nella Germania degli anni Trenta. Si sostiene apertamente che bisogna depurare gli Ucraini della loro identità".

Possiamo solo disperare dunque? Un atteggiamento che sembra prendere piede in questi giorni tra le persone colte e avvertite con cui sono in contatto in Russia è un senso di colpa collettivo, quasi cosmico. Si chiedono: "Cosa abbiamo fatto per meritarci questo? Come abbiamo permesso che un dittatore quale Putin andasse al potere?". Per Grigory, questo flagellarsi è controproducente, equivale ad assolversi delle proprie responsabilità. Mi dice, con fervore e disperazione: "Se siamo tutti colpevoli, nessuno è colpevole. Una canzone russa recita:

Quando tutti si sentono in colpa, non vi sarà abbastanza colpa per tutti

Il messaggio più potente di Grigory investe la responsabilità morale dell'individuo di fronte al potere. "La cosa più grave in questo momento è rinunciare, dire 'non c'è nulla che io possa fare'. Sono convinto che stiamo vivendo una situazione di tipo arendtiano", dal nome della filosofa Hannah Arendt, che scrisse sulla banalità del male e su Adolf Eichmann, un organizzatore chiave della soluzione finale. "Oggi come allora bisogna guardare in faccia alla sfida, non negarla, non nascondersi. Non è legittimo dire 'io sono solo un moscerino, non ho alcuna colpa'. Occuparsi solo delle proprie faccende quotidiane è oggi un atteggiamento irresponsabile. La sfida riguarda tutti. E ognuno deve fare quello che può". Nessuno di noi da solo può salvare il mondo, ma se siamo disposti ad accettare le nostre responsabilità, dobbiamo chiederci quale è l'azione politica minima che dobbiamo intraprendere. Nelle parole di Grigory c'è la rabbia lucida di una rivolta obbligata e intransigente.

 

Ivan

Resistere e disobbedire in Russia significa confrontare l'immenso apparato burocratico-poliziesco che sempre più riduce gli spazi di protesta. Esiste una tradizione di dissidenti sovietici che, dagli anni Settanta in poi, ha invocato la legalità socialista per smascherare le menzogne e l'autoritarismo del vecchio regime. Il "difensore dei diritti umani" del periodo tardo-sovietico impugnava la legge per far esplodere le contraddizioni del sistema. Ivan Astashin è un erede di questa tradizione, anche se oggi la situazione è forse peggiore. Dal suo appartamento di Mosca mi spiega come la polizia che arresta i manifestanti di questi giorni viola le stesse leggi del regime. Ivan conosce l'apparato repressivo per esperienza diretta.

All'età di diciassette anni, nel 2009, con un paio di amici, lanciò una bottiglia incendiaria contro un ufficio dell'FSB, il servizio segreto interno russo. Per questo gesto simbolico e straordinariamente inutile è stato etichettato come il leader di un gruppo terroristico e condannato a dieci anni di galera. Li ha passati quasi tutti nel penitenziario di Krasnoyarsk, tristemente noto per la tortura sistematica messa in atto dalle autorità cui erano sottoposti i detenuti, ed è stato rilasciato da poco. Questa è la seconda volta che ci parliamo, infatti agli inizi di gennaio mi ha raccontato la sua esperienza in carcere. Ivan oggi lavora per una associazione non governativa che difende i diritti dei detenuti.

"Domenica 27 febbraio volevo andare alla manifestazione in onore di Boris Nemtsov, ucciso esattamente sette anni fa. Nemtsov si opponeva alla guerra nel Donbass e i progressisti come me lo ammirano molto. E così mi sono avviato con un paio di amici verso il ponte dove era stato ucciso, nei pressi delle mura del Cremlino. La polizia antisommossa bloccava l'accesso e non c'era modo di avvicinarsi. Quando è stato chiaro che non si poteva raggiungere il ponte, ho letto su Telegram che la protesta si stava spostando in Piazza Smolenkasya e ci siamo avviati là. La città era piena di poliziotti e non si poteva stare fermi. Presto anche lì sono arrivate le forze speciali (OMON). Noi abbiamo continuato a cantare slogan contro la guerra. Devi tener presente che è bene evitare di avvicinarsi alla polizia. Se lo fai, questi possono verbalizzare che sono stati attaccati da te. Inoltre, in Russia è illegale manifestare in strada, ma il regolamento permette di stare sul marciapiede. Invece di scappare abbiamo formato un cerchio serrato, tenendoci forte per mano. La polizia ha fatto molto fatica a rompere il nostro blocco compatto, ma alla fine, a forza di manganellate, ce l'ha fatta e ha cominciato ad arrestarci tutti sulla strada Prechistenka".

La scena dell'arresto di Ivan viene ripresa dal telefonino di un amico. Ivan viene trascinato sull'asfalto e si protegge dai colpi abbracciandosi le ginocchia con le braccia. Nonostante non opponesse alcuna resistenza, il poliziotto gli porta un braccio dietro la schiena, flettendolo fino quasi a romperglielo. Mentre lo spingono sulla camionetta gli colpiscono le gambe con i manganelli. "Ci hanno caricato su un mezzo da venti posti, ma eravamo stipati in 37. Dopo un lungo viaggio, siamo arrivati in una stazione della polizia in periferia: ci portano così lontano perché le autorità vogliono impedire ai manifestanti di tornare rapidamente in città dopo essere stati rilasciati".

Secondo i dati di ovd.info quel giorno sono state arrestate circa 2.500 persone solo a Mosca. "Ci hanno accusato di aver condotto una protesta non autorizzata e quindi di aver commesso una infrazione amministrativa, che si può saldare con una multa. Per legge, dovremmo essere rilasciati entro tre ore dal fermo. Ma dopo aver firmato diverse carte, ci hanno portato in un altro ufficio, dove siamo stati interrogati dalle unità speciali anti-estremismo del Ministero degli Interni. A quel punto l'interrogatorio è diventato brutale. I ragazzi, che non sapevano bene quali fossero i loro diritti, erano molto scossi, chiedevano loro di rivelare chi avesse organizzato la protesta. Io mi sono rifiutato di rispondere. Per questo ho passato la notte in cella, accusato erroneamente di aver violato le condizioni della mia libertà vigilata".

La sciatteria regna sovrana in quella stazione di polizia. I funzionari compilano le denunce con verbali copia e incolla e non si peritano neppure di cambiare il genere degli accusati (i testi sono tutti al femminile, anche per i manifestanti maschi) per formulare l'accusa ai 37 detenuti. Gli agenti sono irritati per la mole di lavoro imprevista. Ivan viene riconvocato il giorno dopo. Gli chiedono la password del suo telefono cellulare, ma lui si rifiuta: "Dopo dieci anni di galera, conosco i loro trucchi", mi dice. Nel frattempo, le prigioni di Mosca sono stracolme e la polizia non sa più dove mettere gli arrestati. "Non si trova un posto da nessuna parte", annuncia sorridendo, quasi si riferisse alle camere d'albergo durante l'alta stagione in una località di villeggiatura. Ivan non si perde d'animo. Domani c'è un'altra manifestazione e lui si improvvisa insegnante di diritti (che saranno negati) a scolari che certamente si troveranno su una camionetta diretta verso la periferia di Mosca.

Pensi di lasciare la Russia? gli chiedo. "No. Per il momento non c'è un pericolo immediato, solo uno indiretto", mi dice quando decidiamo di interrompere la nostra conversazione. E la mia mente va ad un testo di Heinrich Böll (Fraternità difficile) che dice:

Mi piacerebbe pagare personalmente un premio a ogni funzionario di polizia che dichiarasse 'non ho avuto il coraggio di manganellarlo, di passarci sopra col cavallo, di colpirlo in faccia o sulla testa

 

Ludmila

Anche Ludmila Nikolaevna Vasilyeva ha protestato ed è stata arrestata, due volte, il 24 e il 27 febbraio. Ma il suo gesto ha avuto una risonanza senza precedenti in Russia e nel mondo. Nelle prime parole che pronuncia nella conversazione via WhatsApp con me annuncia: "Sono una pensionata di ottant'anni e ho vissuto tutta la mia vita a San Pietroburgo. Quindi, sì, sono una blokadnika". Questa è l'espressione russa usata per riferirsi ai sopravvissuti dell'assedio di Leningrado da parte dei nazisti. Lo stesso Putin ricorda spesso Vitya, il suo fratellino di due anni, che morì durante l'assedio. I sopravvissuti all'assedio occupano un posto speciale nell'immaginario collettivo dell'Urss e in quello costruito dal regime di Putin, sono l'anello nella catena ideale che lega la resistenza antinazista alla guerra di oggi in Ucraina. Ma Ludmila si ribella: not in my name, potrebbe dire.

"I miei due gatti mi hanno svegliata la mattina del 24, come tutti giorni. Vivo da sola in un appartamento di tre stanze, mentre mio figlio è emigrato in Germania con la sua famiglia. Accendo Dozhd' (lit. 'pioggia', il canale indipendente adesso messo al bando) e sento che abbiamo invaso l'Ucraina. Sono incredula. La pressione mi sale a 200. Telefono a mio figlio e mi faccio dire dove posso andare a protestare. Quando arrivo di fronte ai grandi magazzini del Gostiny Dvor sulla Prospettiva Nevsky vedo delle ragazze con dei cartelli, ma non fanno in tempo ad alzarli che vengono arrestate. Allora li raccolgo e mi metto ad urlare, 'No alla Guerra!' Io amo la mia città, amo il mio Paese, non potevo tacere". La protesta di Ludmila dura circa un minuto, poi viene caricata anche lei nel furgone della polizia, dove ritrova le ragazze. Data la sua età viene trattata bene, ma lo stesso non accade ai giovani, che vengono malmenati brutalmente, mi dice. "Avranno avuto dai 14 ai 21 anni. Quei giovani mi hanno fatto ringiovanire, mi hanno dato una grande energia. Durante il tragitto abbiamo continuato a urlare slogan contro la guerra nella speranza che qualcuno ci potesse sentire. Loro hanno cantato una canzone di Boris Grebenshchikov, il cantante del gruppo rock alternativo Aquarium. Io invece ho recitato una poesia della mia giovinezza, del periodo del disgelo, scritta da Viktor Bokov. Si intitola 'Dove inizia la Russia.'" Ho ritrovato il testo e questa è la mia traduzione approssimativa:

Dove inizia la Russia?
Dalle Curili? Dalla Kamchatka? O dalle isole del Commodoro?
Perché sono tristi gli occhi di steppa
Che sorgono dal canneto di tutti i suoi laghi?
La Russia inizia con la passione
Il lavoro
La pazienza
La verità
La gentilezza.
Ecco dove sta la sua stella, che è bellissima!
Brucia e brilla nel buio.
Da qui tutte le sue grandi opere,
Il suo destino unico.
E se ne sei parte -
La Russia
Non inizia sui monti, ma dentro di te!

Contro le farneticazioni della geopolitica, Bokov rivendica un nazionalismo dell'anima, interiore e pacifico.

Finito il viaggio verso la periferia, Ludmila viene messa in stato di fermo. Cerca di spiegare alla polizia che il diritto di protestare in maniera pacifica è sancito dalla Costituzione. Glielo urla in faccia, quasi disperata. Quando si rendono conto che è una blokadnika capiscono che il suo arresto può rivelarsi un boomerang. La vogliono rilasciare immediatamente e si offrono di accompagnarla a casa senza registrare il reato. Lei dapprima rifiuta, ma i ragazzi insistono e alla fine accetta. Ludmila è diretta, materna, senza freni. Quando i poliziotti tornano a farle visita in abiti civili la sera stessa, li fa accomodare e gli offre il tè. Passano un paio d'ore a guardare i vecchi album di famiglia. "Gli ho chiesto se vogliono che i loro figli crescano in un Paese come questo. Hanno abbassato gli occhi". Per un attimo, quello che unisce gli esseri umani - la famiglia, i figli, i ricordi, il futuro del Paese che si ama - ha avuto la meglio sulla logica del potere.

Ludmilla è tornata a protestare il 27 febbraio ed è stata arrestata di nuovo, questa volta insieme alla nipote Alisa, che adesso rischia di essere licenziata. "Sono ottimista sul futuro di questo Paese quando vedo i ragazzi che protestano, ma temo che se ne andranno tutti". La nostra conversazione non è facile: a volte Ludmila è disperata, piange, urla 'no alla guerra', sembra voler convincere anche me. Ma presto ritorna la sua innata gentilezza, quel valore cantato nella poesia di Viktor Bokov. Mi invita a farle visita quando passo per San Pietroburgo, "ho una stanza per gli ospiti, e vivo sola...". La nostra conversazione volge al termine: "Adesso - mi dice - vado. Devo discutere con mia nipote cosa fare con i miei gatti se veniamo entrambe arrestate. Chi darà loro da mangiare? Ci serve una strategia".

La voglio ricordare così: la sopravvissuta all'assedio di Leningrado che in una camionetta della polizia recita una poesia, una preghiera laica che per un attimo ha unito le generazioni e fermato le menzogne della propaganda.

 

Ioann

Il villaggio di Karabanovo, nella regione di Kostroma è talmente piccolo da non meritare una pagina su Wikipedia, neppure in russo. Per arrivarci da Mosca bisogna percorrere circa 400 chilometri. Chi provasse a cercare l'immagine satellitare su Google Maps troverebbe le silhouette di poche case e di una chiesa di mattoni coperti da una calce bianca, in stile barocco, con un campanile e un piccolo cimitero protetto da un muro di cinta. Chi è molto determinato e si avventura sul sito della Chiesa scopre che il tempio, costruito nel 1833 e chiuso al culto nel dopoguerra, è dedicato alla Resurrezione di Cristo. Vi è oggi una buona ragione per occuparsi di questo luogo di preghiera. Il parroco, padre (pope) Ioann Burdin, è il primo e sino ad ora unico esponente della Chiesa Ortodossa ad essere stato processato per aver violato la nuova legge sulla censura che criminalizza ogni opposizione alla guerra (parola che non può più essere usata in pubblico).

Cosa ha detto nel suo sermone del 6 marzo? Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, riesco a parlare con padre Burdin attraverso WhatsApp (non ha mai usato Zoom). Si trova nella canonica di un'altra chiesa dove vive, in un villaggio a circa 25 chilometri da Karabanovo. "Non ho fatto alcuna dichiarazione di tipo politico. Ho semplicemente ripetuto parole tratte dalla parabola di Abele e Caino nella Bibbia. Caino è il primo traditore della storia, l'assassino di suo fratello. Versare quel sangue è una maledizione per le generazioni future. Concludevo dicendo che uccidere nostri fratelli e sorelle sporcherà anche le mani di coloro che hanno taciuto, che non hanno fatto nulla". In Chiesa ad ascoltare il sermone vi erano dodici persone. Un parrocchiano ha intuito il messaggio eversivo delle parole del Vecchio Testamento e prontamente ha informato la polizia, la quale con inusitata celerità notifica la convocazione in tribunale appena finisce la messa. "Io sono cristiano, sono nato a Odessa, mio padre era di origine russa e sua nonna di religione ebraica, mentre mia madre, che purtroppo è deceduta a causa del Covid qualche mese fa, è nata a Kharkiv. Ho sempre pensato che un cristiano non appartenga ad alcuna nazione, ma all'umanità intera".

Per padre Burdin la base della civiltà cristiana è il comandamento 'non uccidere'. Dopo la nascita di Cristo non vi sono più scuse, non possiamo dire, 'non lo sapevamo'. Gli chiedo come ha reagito alle notizie del 24 febbraio. "Dapprima non ci volevo credere, ho letto dell'invasione sul mio canale Telegram e l'ho spento quasi subito. Avevo bisogno di riflettere, ero sconvolto. Ma il 25 ho riaperto Telegram, non era più possibile ignorare la realtà, fare finta di nulla. Il mondo che abbiamo conosciuto era finito". Dopo la notifica del reato, padre Burdin è stato anche convocato dal Metropolita della regione. L'incontro non è andato troppo bene, mi dice con un understatement tipico della cultura anglosassone. "Il mio superiore mi ha parlato a lungo degli otto anni di massacri nella regione del Donbass per mano del governo ucraino. Sono giunto alla conclusione che la libertà di dire quello che si pensa sia un dono di Dio. Quando una persona prende una decisione, rivela la sua natura a sé stesso, agli altri e a Dio, che già la conosceva. Gli altri possono così giudicare le scelte fatte, le parole dette".

Chiedo a padre Burdin come può rimanere ancora nella Chiesa Ortodossa, soprattutto dopo il sermone del patriarca Kirill sulla guerra giusta contro la lobby gay, pronunciato anch'esso il 6 marzo, nel giorno che dovrebbe essere dedicato al perdono secondo la tradizione ortodossa. Di nuovo, Ioann mi sorprende per la sua fermezza diplomatica e gentile. "Vede, deve sapere che il nostro patriarca non equivale al papa della Chiesa cattolica, che per definizione è infallibile e promulga encicliche. Il patriarca della Chiesa Ortodossa, la quale per altro ha milioni di adepti in Ucraina, è solo un funzionario, che può commettere errori e molti ne sono stati commessi in passato. Lui con le sue parole e io con le mie riveliamo la nostra natura a Dio e verremo giudicati".

La chiesa di padre Ioann nel villaggio di Karabanovo. Foto di Marina Muratova 
La conversazione continua su molti temi quando mi rendo conto che sono passate quasi due ore. È giunto il momento di fargli un'ultima domanda, e lui mi risponde così: "Come mi sento adesso? Sono in uno stato di limbo. Mi trovo a casa, tra poco cenerò con mia moglie, il mio gatto mi fa le fusa. Non so cosa mi aspetta, non ho la forza di guardare così lontano, ma sono pronto, ho letto molti libri di dissidenti che sono stati confinati nel Gulag sovietico (ride). E i poliziotti che mi hanno arrestato sono prima di tutti esseri umani, è stato Dio a mettermi in contatto con loro". Ha ricevuto messaggi di appoggio da altri religiosi della chiesa Ortodossa? "Non deve credere che i preti vivano in un universo parallelo, sono uomini come tanti, alcuni migliori, altri peggiori. Molti di noi non hanno un livello di istruzione elevato e spesso dicono cose semplici, anche stupide. Ma sì, ho avuto attestati di stima, anche da religiosi che oggi hanno paura di parlare".

 

Yura

Nonostante questi atti di ordinaria resistenza, la repressione aumenta, la censura è draconiana e le sanzioni hanno fatto evaporare risparmi e lavoro di milioni di russi. Girano voci che Putin sia pronto a dichiarare la legge marziale e chiudere le frontiere. Così decine di migliaia di russi hanno deciso di lasciare il Paese. Secondo ovd.info (7 marzo), almeno 150 giornalisti sono già partiti. La redazione della tv indipendente Dozhd' ha cercato di passare il confine con la Georgia ma è stata rispedita indietro, Novaya Gazeta pensa di trasferirsi in un Paese baltico. La maggior parte scappa in Georgia, Armenia e Turchia. Secondo il ministero egli esteri georgiano, dall'inizio delle operazioni in Ucraina sono arrivati più di 20.000 russi. Molti cercano anche di riparare in Azerbaijan, Emirati Arabi, Kazakhstan, Kyrgyzstan e in quei paesi dell'America Latina che non richiedono il visto ai cittadini della Federazione Russa. Ci sono decine di canali Telegram dedicati alla Relocatsiya (trasferimento).

Qualche giorno fa ho parlato con Ira, una giovane russa che gestisce un canale Telegram con quasi 107 mila abbonati. Ira ha anche compilato un manuale con tutte le informazioni pratiche su dove andare e, una volta arrivati, come trovare un agente immobiliare affidabile, aprire un conto bancario, quale operatore telefonico usare, come cambiare i contanti. Dopo una decina di minuti in cui mi parla (da Istanbul) con il piglio della manager che offre un servizio, Ira scoppia a piangere. "Non so se rivedrò mai più la mia famiglia, non so ne tornerò a Mosca".

Il 7 marzo riesco a parlare con Yura (che preferisce non pubblicare il cognome). Lo raggiungo a Dushanbe, in Tajikistan, dove si è rifugiato con migliaia di altri connazionali. Mi parla da un ostello con decine di rifugiati stipati in una stanza, che intravedo nel mio schermo. Yura, che a Mosca lavorava all'Istituto di Fisica e Tecnologia e collaborava con laboratori e aziende farmaceutiche occidentali, mi dice: "Il 24 febbraio i miei amici ucraini mi dicono, 'siamo sotto le bombe.' Non ci potevo credere. Ho pianto insieme a loro al telefono per due giorni. Poi domenica ho deciso di partire. Ero ad una gara di sci e chiedevo in giro, 'ma siete a favore della guerra?'. Otto su dieci mi rispondevano di sì, davano la colpa agli USA, blateravano di Iraq e così via. Ammettevano che c'era la censura in Russia, ma ci davano peso. Allora ho capito che era ora di partire". Come sei finito a Dushambe? "All'inizio volevo andare a Yerevan, ma i biglietti erano esauriti e ho preso il primo volo disponibile". Per quanto sia ancora legale lasciare il Paese, tutti i russi nell'ostello di Yura sono stati interrogati alla frontiera, ma solo uno di loro ha subìto gravi vessazioni per voler lasciare la madrepatria nel momento del bisogno.

In ogni caso, potrebbe essere una strategia del regime quella di lasciar partire chi altrimenti andrebbe ad ingrossare le file dell'opposizione. Diversi deputati della Duma hanno già chiesto di impedire a chi è partito di tornare in patria. Come siete stati accolti in Tajikistan? "Tutti sono stati molto gentili, comprensivi. È stato perfetto. Nel nostro ostello siamo una ventina e nessuno ha un piano per il futuro, solo una persona pensa di tornare in Russia. Io ed altri amici ci spostiamo domani in Uzbekistan, alcuni cercano di andare a Dubai, oppure in Turchia, un altro ha trovato un biglietto per la Lituania. Le nostre carte di credito non funzionano e non abbiamo più contanti ... Non è chiaro se ho ancora un lavoro, ma il laboratorio è aperto". Cosa pensi succederà nei prossimi mesi? "Spero davvero di poter tornare a Mosca. Lo scenario ideale è che questo incubo finisca, al massimo tra un anno, magari dopo una rivoluzione pacifica. Ma se ciò non avviene, la Russia si chiuderà al resto del mondo e io non ci torno".

Epilogo

Le voci che ho raccolto sono un miracolo di resistenza e di senso critico. Nella Russia di Putin la vita politica è stata decimata, non esistono partiti politici degni di questo nome, l'unica organizzazione ancora attiva ma allo stremo è quella di Alexei Navalny. La società civile è atomizzata, i pochi giornali, televisioni e radio indipendenti sono stati chiusi. I dissidenti ancora a piede libero vengono arrestati. All'apparenza, la scelta di invadere cade quindi in un terreno fertile, con una popolazione disposta a credere alla versione orwelliana della realtà promossa dalla tv di Stato. Se non è docile, è sempre più impaurita. Già esiste una opposizione civile, anche se ancora minoritaria. Ma il principio di realtà non tarderà a toccare anche la maggioranza dei russi: la crisi economica e l'esclusione dal resto del mondo costringerà molti a riflettere sulla saggezza del Grande Condottiero e sulle sue scelte.

La storia procede a sbalzi e accelera: nei mesi precedenti alla caduta del muro di Berlino non vi era stata quasi nessuna protesta nella Germania dell'Est. Poi all'improvviso l'intera popolazione si riversò in strada e il regime crollò. Giudicare il consenso dall'assenza di atti palesi di dissenso è un errore. I sentimenti privati non coincidono con quelli pubblici in uno stato illiberale. L'inaspettata resistenza ucraina, i racconti che cominciano a trapelare delle atrocità commesse dall'esercito russo e soprattutto la prospettiva di una sconfitta militare possono portare al crollo del regime, alla fine dell'era di Putin. La solitudine della minoranza che oggi resiste non deve diventare motivo di sconforto. Mi tornano alla mente le parole di Albert Camus, che scrisse, 'mi rivolto dunque siamo'.

Risento alcuni dei protagonisti di questo racconto. Padre Burdin mi dice che è stato convocato dal tribunale e ritenuto colpevole di aver violato Sezione 1, articolo 20, comma 3.3 del codice amministrativo della Federazione Russa e condannato al pagamento di una multa di 35 mila rubli (una seconda condanna apre le porte del carcere). Il denaro era pronto ad essere versato, raccolto con una colletta dei suoi parrocchiani. Ivan è ancora libero e documenta la repressione nel suo canale di Telegram. La nipote di Ludmila, come si temeva, è stata licenziata e sta per raggiungere il padre in Germania. Ludmila invece non ha intenzione di lasciare San Pietroburgo: "Questa è la mia città, qui sono seppelliti i miei genitori e vivono i miei gatti, non posso lasciarli soli". Come immaginavo, è stata arrestata una terza volta. L'11 marzo i poliziotti le hanno fatto visita per farle firmare un documento in cui dichiarava di essere a conoscenza delle sue responsabilità. Decisa sino all'ultimo, si è rifiutata, tanto che gli agenti si sono lamentati poiché temono di essere licenziati se non tornano con le carte firmate. "Ho detto a quei ragazzi: dimettetevi subito! Non aspettate un altro minuto". Prima di congedarli, li ha abbracciati. Forse per l'ultima volta.

La stella della Russia brucia e brilla nel buio.

Nota dell'autore: Ringrazio Elena Racheva per l'indispensabile aiuto e Barbara del Mercato, Vania Facchinelli e Roberto Roversi per i preziosi commenti al testo.