Mariupol, nella città martire si combatte in centro. Fuoco sui civili in fuga
dal nostro inviato Giampaolo Visetti , dal nostro inviato Giampaolo VisettiPutin ora è vicino all’obiettivo di unire i territori occupati del Donbass e della Crimea. Salve le persone rifugiate nel teatro colpito mercoledì. Ma si muore sul ponte del corridoio umanitario
NIKOLSKE (MARIUPOL) - "Perché?". A questa domanda il giovanissimo soldato russo, in piedi tra i carrarmati che da ore sparano alle porte di Mariupol, risponde con una risata e dice: "Perché è la guerra". Ai bordi della strada bruciano gli alberi spogli e l'erba secca dell'inverno. Colonne di fumo rosso si alzano dalle trincee ucraine fatte saltare dalle bombe. Fino a poco prima era una giornata azzurra con il sole giallo: i colori della bandiera ucraina. Poi, sopra Mariupol e fino a Nikolske, sono calati la nebbia nera e l'odore di morte dell'ultima vendetta di Putin.
La città in agonia sul Mare d'Azov per tre settimane ha resistito all'avanzata delle truppe da Crimea e Donbass. Le milizie ultranazionaliste barricate all'interno hanno fermato il blitz teso a conquistare l'intera costa del Mar Nero fino a Odessa. Per questo oggi si compie qui l'estremo sacrificio di persone inermi, imprigio…
NIKOLSKE (MARIUPOL) - "Perché?". A questa domanda il giovanissimo soldato russo, in piedi tra i carrarmati che da ore sparano alle porte di Mariupol, risponde con una risata e dice: "Perché è la guerra". Ai bordi della strada bruciano gli alberi spogli e l'erba secca dell'inverno. Colonne di fumo rosso si alzano dalle trincee ucraine fatte saltare dalle bombe. Fino a poco prima era una giornata azzurra con il sole giallo: i colori della bandiera ucraina. Poi, sopra Mariupol e fino a Nikolske, sono calati la nebbia nera e l'odore di morte dell'ultima vendetta di Putin.
La città in agonia sul Mare d'Azov per tre settimane ha resistito all'avanzata delle truppe da Crimea e Donbass. Le milizie ultranazionaliste barricate all'interno hanno fermato il blitz teso a conquistare l'intera costa del Mar Nero fino a Odessa. Per questo oggi si compie qui l'estremo sacrificio di persone inermi, imprigionate tra due fuochi a un passo dalla fine per sete, fame e gelo.
A metà mattina tutti hanno compreso di vivere il giorno della resa dei conti. Lo hanno capito i militari ucraini, sparsi con i loro tank lungo le piste sterrate e nelle campagne. Lo hanno intuito i russi, a cui è stato impartito l'ordine di andare all'assalto superando la pietà. Se ne sono accorte donne, bambini e anziani in fuga con gli occhi spenti, a bordo di relitti a quattro ruote lungo il cosiddetto "corridoio umanitario" aperto verso Zaporizhzhie. Lo hanno visto e sentito gli oltre 350 mila intrappolati sotto gli edifici crollati e tra i cadaveri abbandonati per le strade vuote.
Mariupol, i russi tagliano le vie di fuga. "Mine ovunque, è più pericoloso scappare che rimanere sotto le bombe"
La resa dei conti è cominciata con il ponte fatto esplodere lungo la via tra Rozivka e Pology. Superava un acquitrino nella steppa, ma fino a ieri aveva permesso ai profughi in fuga di allontanarsi dall'inferno. È stato centrato dal proiettile di un tank russo, che ha mirato una delle mine lasciate sull'asfalto. La colonna di auto dei disperati, ammassati anche nei portabagagli tenuti aperti con le mani, o sui carretti trainati con le corde per portare via qualche bottiglia di carburante e i sacchetti con tutta la vita di prima, ha dovuto fermarsi. Alle spalle l'armata del Cremlino e i combattenti separatisti dell'autoproclamata repubblica autonoma di Donetsk. Davanti, il ponte crollato e il fuoco dei carrarmati ucraini, in fuga dall'accerchiamento russo che pressava da nord. Ci si sarebbe potuti salvare deviando lungo le piste che oltre i radi boschi di betulla conducono ai terreni in attesa dei semi. A sbarrarle, decine di mine sparse a rombo per soffocare qualsiasi tentazione di serpentina. I governi di Kiev e Mosca assicurano che i "corridoi verdi" negli ultimi giorni sono "aperti", e che vengono percorsi da migliaia di profughi. I posti di blocco rivelano invece che "i transiti sono poche centinaia di persone". Meglio del niente della scorsa settimana.
Ieri però, poco prima di mezzogiorno, su questa strada ormai sbarrata, tre auto cariche di donne e di bambini all'improvviso sono esplose e hanno preso fuoco. Impossibile stabilire chi abbia sparato, se i russi o gli ucraini impegnati a difendersi. Non è chiaro se le auto siano state centrate direttamente, o se i proiettili dei tank abbiano fatto saltare le mine lasciate a pochi metri da loro. La tragedia è invece inconfutabile: persone allo stremo e terrorizzate, che sventolavano fogli bianchi con la scritta "bambini" fuori dai finestrini, sono morte mentre scappavano davanti ai soldati che fino a poco prima promettevano di risparmiare almeno il loro ultimo sogno di salvezza. Il resto della colonna, diretta nei centri medici e d'assistenza di Zhaporizhzhie, ha sfilato senza guardare le lamiere avvolte dal fuoco, spinte in un fossato dai blindati ucraini decisi ad arrestare l'assalto russo.
Quante stragi nascoste e ignorate sconvolgono in queste ore l'Oblast di Dnipro, attorno a Mariupol? Non si sa. Ignota anche la fine della giornalista ucraina Victoria Roshchyna, rapita a Berdiansk dai servizi segreti russi. Consumato lo scontro, i soldati di Mosca sono arretrati urlando d'orgoglio verso la città che assediano. Quelli ucraini si sono riuniti attorno a un falò per mangiare e bere tè caldo, come impiegati in pausa pranzo. L'anonimo orrore resterà infilato tra le cifre incerte del conflitto.
All'orizzonte anche il cielo sopra Mariupol si è presto chiuso per il buio solido dei bombardamenti aerei. "Dove andate - chiedevano i militari spossati dagli scontri - non vedete che questo non è più un luogo adatto alla vita?". La gente in fuga ha taciuto, mostrando gli occhi indifferenti di chi non può né fermarsi né proseguire. Il fragore degli scoppi non ha dato tregua nemmeno agli stormi dei corvi, costretti a volare di pianta in pianta, fuggitivi come gli umani.
I ceceni combattono casa per casa a Mariupol
Così è iniziata la giornata del sacrificio a Mariupol. "Le bombe - dice Makar, uscito alle 8 con sette famigliari - stanno finendo di cancellare la città. Si spara casa per casa, i russi vogliono fare pulizia in ogni quartiere. La gente resiste sepolta nelle cantine, ma non spera più di tornare un giorno a sorridere". Chi fugge conosce la profondità degli eventi, ma sa poco dei loro dettagli. Un gruppo d'assalto filorusso ha conquistato il controllo delle acciaierie Azovstal e dell'aeroporto. Questo, secondo la propaganda putiniana, era usato come prigione e luogo di tortura dai servizi segreti ucraini e dai famigerati miliziani del battaglione Azov. Strada dopo strada, anticipati dai missili, i russi mangiano i quartieri ancora difesi dalla resistenza. Si combatte in centro, oramai, e in serata i russi annunciano di avere offerto ai difensori la possibilità di arrendersi e lasciare incolumi la città ormai allo stremo, aggiungendo, forse per giustificare l'ultimo macello, di avere ricevuto un rifiuto.
La violenza degli scontri è tale che dopo tre giorni l'ignoto avvolge il destino delle centinaia di persone sepolte sotto il Teatro d'arte drammatica, centrato dalla bomba sganciata sul tetto da un aereo. I primi 130 superstiti sono stati estratti giovedì dai rifugi sotterranei, che pare abbiano retto ai crolli. Dopo, il nulla di cifre su cifre. "Là sotto - dice Lyudmila Denisova, commissaria per i diritti umani in Ucraina - ci sono ancora 1.300 esseri umani. Sono tappati negli scantinati, che non risultano crollati. La speranza è che siano ancora vivi. Nessuno però li ha potuti raggiungere, o riesce a cominciare soccorsi reali". Troppo ravvicinati e incessanti, bombardamenti e battaglie. Subito dopo l'esplosione, le autorità locali avevano stimato i sommersi tra 1.000 e 1.200. Giovedì erano scesi a 500. Ieri l'impennata a 1.300. Fino all'ultimo bilancio ufficiale: tutti salvi e un ferito grave. Ogni vita conta: ma l'incapacità di assegnare una dimensione al crimine, di stabilire se davanti a noi ci sia un massacro, o un miracolo, esprime la portata dell'apocalisse che inghiotte l'epicentro del martirio ucraino.
Per gli invasori, chi scava con le mani alla ricerca di un figlio o di una madre dispersi, si macchia di un crimine contro "l'operazione speciale di denazificazione" scatenata da Putin. Oggi a Mariupol si muore così. "Riemergendo dal sottosuolo per trovare acqua - dice Violeta, sfuggita ai russi a Nikolske con due bambini - sfidando la sorte per scovare qualche patata, allontanandosi un istante dalla propria cantina per non sentire l'odore dei rifiuti e degli escrementi, provando a scavare una fossa nel cortile per coprire i cadaveri con un velo di terra, andando da un vicino per implorare una medicina essenziale. Ai corpi lasciati dove sono caduti, stendiamo giacche sul viso e allacciamo al braccio un pezzo di cartone con la scritta del loro nome". Una comunità condannata ed espulsa dal mondo. Non basta dire che succede "perché questa è la guerra".