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"Ho attraversato la Russia per dare sepoltura alla mia Tetiana e ai ragazzi. Ora mi arruolo per vendicarli"

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Parla Serhiy Perebynis, il padre della famiglia uccisa sul ponte di Irpin. "Ho preso il pollice freddo di mia moglie per recuperare le foto dal suo telefono, però non si è sbloccato. Funziona solo con le persone vive"
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KIEV - Per tornare a Irpin a seppellire sua moglie e i due figli, Serhiy Perebynis è stato costretto ad attraversare il Paese che li ha uccisi. Chiedendo permesso. Abbassando gli occhi alla frontiera, davanti a guardie russe che domandavano ma poi non credevano. "Spiegavo che per colpa di un mortaio del loro esercito avevo perso la mia famiglia, ho fatto vedere la foto dei corpi vicino al ponte, li pregavo di farmi passare... non mostravano alcuna emozione, ero uno qualunque. Anzi peggio, ero un ucraino in Russia". 
Serhiy, 43 anni, programmatore, siede davanti a una tazza di tè. La sua angoscia è nelle mani che muove come se le stesse lavando sotto un rubinetto immaginario. Non aveva ancora raccontato l'allucinante viaggio da Donetsk a Irpin, via Mosca. Quattro giorni senza dormire, con il cuore a pezzi in una terra ostile. Il 6 marzo, all'ora del pranzo, ha scoperto da Twitter che Tetiana (43 anni), Mykyta (18) e Alisa (9) non ce l&…
KIEV - Per tornare a Irpin a seppellire sua moglie e i due figli, Serhiy Perebynis è stato costretto ad attraversare il Paese che li ha uccisi. Chiedendo permesso. Abbassando gli occhi alla frontiera, davanti a guardie russe che domandavano ma poi non credevano. "Spiegavo che per colpa di un mortaio del loro esercito avevo perso la mia famiglia, ho fatto vedere la foto dei corpi vicino al ponte, li pregavo di farmi passare... non mostravano alcuna emozione, ero uno qualunque. Anzi peggio, ero un ucraino in Russia". 
Serhiy, 43 anni, programmatore, siede davanti a una tazza di tè. La sua angoscia è nelle mani che muove come se le stesse lavando sotto un rubinetto immaginario. Non aveva ancora raccontato l'allucinante viaggio da Donetsk a Irpin, via Mosca. Quattro giorni senza dormire, con il cuore a pezzi in una terra ostile. Il 6 marzo, all'ora del pranzo, ha scoperto da Twitter che Tetiana (43 anni), Mykyta (18) e Alisa (9) non ce l'avevano fatta.
 
LA MAPPA DEL CONFLITTO A KIEV
Dove si trovava?
"Stavo fumando una sigaretta sul balcone dell'appartamento di mia madre a Donetsk, osservavo le bombe cadere sulla città. Le avevo portato il respiratore per l'ossigeno perché aveva il Covid. Con Tetiana avevamo studiato nel dettaglio il piano di evacuazione da Irpin e seguivo i suoi spostamenti su Google, con la condivisione della posizione. C'era poco campo, la T di Tetiena, sullo schermo, appariva e spariva. È ricomparsa sull'Ospedale N.7. Non capivo. Poi ho letto un tweet e ho visto quella foto. Ho urlato con tutto il fiato che avevo in gola. Da lì in poi, un unico pensiero: vederli un'ultima volta, dargli una sepoltura degna. Però Donetsk è nel Donbass filorusso, nessuno può entrare in Ucraina ora che i check-point sono ridotti in polvere".
 
Quindi che ha fatto?
"Sono salito in macchina e sono andato a est, verso Rostov sul Don. Al confine le guardie mi hanno portato in una stanza per interrogarmi. Chi ero, dove andavo e perché, mi hanno preso le impronte digitali. Ho detto loro cosa mi era appena successo, non hanno reagito. Mi hanno tenuto lì per 5 ore, mormorando. Alla fine mi hanno fatto attraversare fino a un altro check-point. C'erano gli agenti dell'Mgb (l'intelligence di Donetsk), mi hanno strattonato fuori dall'auto, volevano arrestarmi. Ho mostrato loro i polsi, "arrestatemi, tanto non ho più niente da perdere". Anche loro volevano sapere come è morta la mia Tetiana. "Non lo indovinate?", li ho sfidati. Ma loro gelidi e scettici".
 
Da Rostov dove si è spostato?
"In autobus fino all'aeroporto di Mosca. Stessa scena: controllato da uomini dei servizi russi, "chi ha bombardato la tua famiglia?". Stessa risposta, stessa indifferenza. Da Mosca a Kalilingrad, in taxi fino alla dogana con la Polonia. Gli unici a provare pietà per me erano i tassisti russi, confessavano che era una guerra che non gli apparteneva. Da lì sono andato a Leopoli e poi Kiev".
 
Cosa ha provato nel Paese governato da chi ha portato la guerra in Ucraina?
"Ho mantenuto la calma, ho tenuto tutto dentro. Appena partito avevo una speranza perché sembrava che Tetiana, ricoverata, potesse sopravvivere. I ragazzi, invece, sono morti subito. Mi ripetevo che forse c'era ancora una piccola luce in questo buio. Quando sono arrivato a Rostov ho saputo che era morta. Adesso mi hanno chiesto di entrare nelle Forze di difesa territoriali, per tornare a Irpin a sparare ai russi".
 
E cosa ha deciso?
"Più sì che no, sto riflettendo. Ho un fucile che è rimasto a casa mia".
 
La spinge il desiderio di vendetta?
"Sì. E la voglia di proteggere la mia patria. Sono già scappato dal Donbass nel 2014, non voglio scappare più. Non saremo noi ad andarcene, questa volta".
 
A Kiev che è successo?
"Sono stato per tre giorni all'obitorio N°1, quello centrale, c'erano troppi cadaveri provenienti da Irpin e Bucha, bisognava mettersi in fila. Ho chiesto ai volontari di portarmi da mia moglie per sbloccare il suo iPhone. Contiene le foto della mia famiglia, le volevo. Ho preso il pollice freddo di Tetiana e l'ho appoggiato sullo schermo, però non si è sbloccato, funziona solo con le persone vive. Dopo un po' mi hanno consegnato tre bare. Ho vestito Mykyta e Alisa, ho vestito la mia Tetiana, li ho sepolti nel cimitero di un villaggio a sud della capitale". 
 
I suoi due cani Keks e Benz?
"Sono in un cimitero per animali".
 
I russi l'hanno fatto apposta a bombardare il ponte di Irpin?
"Non è certo stato un errore. Hanno sparato tre colpi di mortaio di seguito, il primo è caduto nel fiume, il secondo sul ponte. Sotto c'erano le persone che si nascondevano, è probabile che la seconda esplosione abbia gettato nel panico Tetiana e i ragazzi. Si sono messi a correre verso l'altra sponda con Anatoly, un volontario della chiesa. È piovuto il terzo mortaio. Se fossi stato lì non sarebbe accaduto, perché sono più riflessivo. Non li ho potuti proteggere, questa è la verità. Ero a Donetsk, eravamo convinti che Putin avrebbe invaso solo il Donbass".
 
Chi era sua moglie?
"Una donna positiva. Le piaceva aggiustare le cose, era molto più brava di me. Amava sciare. Avevamo progettato una vacanza in Italia, amava il vostro Paese".
 
Ci sono parole che non le ha detto?
"Ogni mattina, per 22 anni, le ho detto che l'amavo. Continuerò a farlo sulla sua tomba".
 
Chi era Mykyta?
"Studiava informatica alla Shevchenko University, stava per fare lo stage in un'azienda. Aveva tanti amici, anche nel Donbass".
 
L'ultima volta che ha sentito Alina?
"Il 2 marzo. Era terrorizzata dal rumore delle bombe. Dormivano per terra nel corridoio. Le ho promesso che tutto sarebbe finito presto e che sarebbe andata in un posto sicuro".
 
Lo scatto del New York Times è diventato il simbolo di questa guerra. Ha cambiato qualcosa? 
"Sì. Al ponte hanno smesso di bombardare, mi dicono".
 
È tornato a Irpin?
"Sono riuscito ad arrivare fino al punto dove sono morti. Ho preso i trolley e la gabbietta di Benz. Della mia famiglia rimangono solo quelle due valige sporche di sangue".