Blinken, da esercito birmano genocidio contro i Rohingya: "I militari avevano chiara intezione di distruggerli"
di Raimondo Bultrini , di Raimondo BultriniBANGKOK - Il più vecchio testo dove compare la parola Rohingya è il diario di un medico britannico, Francis Hamilton, alla fine del 18° secolo. Era così - scrisse - che si autodefinivano allora i musulmani dello stato di Rakhine, o Arakan nel nord ovest del Myanmar, sui confini con l'islamico Bangladesh. Ma nessun dirigente birmano, nemmeno Aung San Suu Kyi quando è stata capo di stato, li ha mai chiamati così, invitando perfino i diplomatici stranieri a definirli "bengali", quindi un popolo non indigeno. Gli abitanti buddhisti dello stato usano invece un termine ancora più dispregiativo: "Kalar", pressappoco negro.
Della loro stessa esistenza secolare gran parte del mondo venne a sapere quando i media mondiali mostrarono le immagini delle enormi carovane di uomini donne e bambini attraverso il fiume Naf sui confini per fuggire ai massacri dei soldati birmani che davano alle fiamme i loro poveri villaggi soprattutt…
BANGKOK - Il più vecchio testo dove compare la parola Rohingya è il diario di un medico britannico, Francis Hamilton, alla fine del 18° secolo. Era così - scrisse - che si autodefinivano allora i musulmani dello stato di Rakhine, o Arakan nel nord ovest del Myanmar, sui confini con l'islamico Bangladesh. Ma nessun dirigente birmano, nemmeno Aung San Suu Kyi quando è stata capo di stato, li ha mai chiamati così, invitando perfino i diplomatici stranieri a definirli "bengali", quindi un popolo non indigeno. Gli abitanti buddhisti dello stato usano invece un termine ancora più dispregiativo: "Kalar", pressappoco negro.
Della loro stessa esistenza secolare gran parte del mondo venne a sapere quando i media mondiali mostrarono le immagini delle enormi carovane di uomini donne e bambini attraverso il fiume Naf sui confini per fuggire ai massacri dei soldati birmani che davano alle fiamme i loro poveri villaggi soprattutto di bambù e legno, uccidevano gli uomini sul posto e violentavano le donne. Tra agosto e settembre del 2017 trovarono scampo nei già sovraffollati e miseri campi profughi di Cox Bazar oltre 750 mila Rohingya scappati senza niente. Secondo l'Onu - che li ha definiti "il popolo più perseguitato della terra" - durante i massacri ne morirono almeno 25.000, e sono stati registrati 18mila stupri di gruppo o altre forme di violenza sessuale.
Meno noto era il fatto che non si trattasse del primo pogrom. I profughi di precedenti epurazioni erano giunti ad onde nei vari accampamenti come Cox Bazar, oltre il confine bengalese, già negli anni '70, '80 e '90. Erano già oltre un milione i Rohingya divenuti esuli per le condizioni sempre più segregate in ghetti e villaggi militarizzati, sottoposti a continue umiliazioni, violenze e stragi. Nel maggio del 2012 l'odio religioso ed etnico raggiunse però un nuovo punto di ebollizione, con un clima da caccia alle streghe alimentato dagli interessi economici dei militari nella regione ricca di gas naturali e dalle fake news dei monaci fondamentalisti di fede buddhista che incitavano via Facebook alla caccia al musulmano, al boicottaggio del loro business e al divieto di matrimonio per bloccare "l'invasione islamica". La scintilla delle rivolte fu l'uccisione in Arakan di una ragazza di fede buddhista attribuita a tre Rohingya. Seguì l'incendio di un bus con 10 musulmani dentro e fu l'inizio di una guerra tra le due fazioni, con centinaia di morti, nuovi esodi, città e villaggi in preda al terrore sia nelle aree buddhiste che islamiche.
I Rohingya rimasti videro ulteriormente ristrette le loro libertà di movimento nonché aggravate le condizioni di vita, a migliaia tentarono di fuggire in altri paesi islamici del sud est come Malesia e Indonesia, spesso finendo in mano a trafficanti che - come in Thailandia - li hanno impiegati in condizioni disumane nelle barche da pesca. Fosse comuni al confine con la Malesia sono state la prova delle molte stragi nascoste avvenute negli anni e del loro malessere si fece portavoce un ambiguo gruppo armato di nome Arsa, al quale i militari birmani attribuirono diversi attacchi a loro postazioni di frontiera. Le rappresaglie contro le popolazioni civili Rohingya sospettate di aiutarli cominciarono nell'ottobre del 2016 e proseguirono fino a gennaio 2017 con una prima ondata di esuli, per poi riprendere su scala ancora più massiccia contro Maungdaw, Buthredaung e i villaggi Rohingya del nord ovest nell'agosto di quello stesso anno.
Il 16 ottobre 2016 - sotto il governo di Suu Kyi e un anno prima di quello che anche gli Stati Uniti oggi chiamano "genocidio" - un gruppo di organizzazioni Rohingya già denunciava "le forze armate e di polizia del Myanmar" che "uccidono indiscriminatamente i Rohingya, incendiando e saccheggiando le loro case e villaggi". Ma è del 2018 la prima menzione della parola "genocidio" in un rapporto UN, con la richiesta di giudicare per crimini contro l'umanità i vertici delle forze armate. Il caso è stato portato davanti alla corte internazionale dell'Aia un anno dopo dal solo governo del Gambia, paese africano a maggioranza musulmana, col sostegno dei 57 paesi dell'Organizzazione per la cooperazione islamica.
Fu a questo punto - ancora saldamente in carica ai vertici dello sato assieme ai militari - che Aung San Suu Kyi decise di recarsi all'Aia per difendere l'esercito, negando che si fosse verificato un genocidio e attribuendo la responsabilità ai "gruppi terroristi" infiltrati tra i Rohingya.
E' stato proprio per la sua negazione dell'olocausto e l'atteggiamento di lealtà verso i suoi alleati di governo - ripagato con il carcere e il golpe del febbraio 2021 - che Suu Kyi ha perso gran parte della stima dell'occidente che l'aveva sostenuta e degli intellettuali birmani non islamofobici che credevano in lei. Dopo il golpe, lo stesso movimento della disobbedienza civile, i vari gruppi etnici separatisti e perfino il governo "ombra" esule da lei virtualmente presieduto, hanno ripudiato la sua linea di condotta e chiesto scusa ai Rohingya per non aver capito a suo tempo il dramma che avevano attraversato per mano dello stesso nemico comune.
E' un riconoscimento postumo e tardivo come quello degli Stati Uniti, che ha restituito dignità nazionale e internazionale a questo popolo, anche se agli effetti pratici resta tutto come prima. La condizione dei Rohingya è stata aggravata nel frattempo dall'epidemia del Covid sia in Arakan che nel Bangladesh dove molti vivono nei campi malsani o su un'isola del golfo bengalese alla mercè delle intemperie, oltre che da una guerra civile a sempre più alta intensità combattuta da guerriglieri etnici ed ex studenti arruolati nelle Forze di difesa popolari presenti in numerose città e regioni.
Due settimane fa oltre 100 Rohingya affollati sull'ennesima barca della speranza sono stati tratti in salvo a largo di Banda Aceh in Indonesia. Molti altri sono sicuramente già in viaggio lungo mari pericolosi, e lungo coste dove le motovedette thai, malesi e indonesiane spesso li rimandano al largo anche se ci sono a bordo bambini e moribondi.
Delle stragi e della sorte miserabile di queste genti ancora oggi prive di diritti e di un'esistenza degna di questo nome, si sono occupate spesso le cronache degli ultimi 10 anni. Ma poco si sa di come sono nate queste sacche islamiche demograficamente incuneate nell'ovest dell'Arakan fino alla capitale Sittwe. Molti sono eredi degli immigrati portati qui in condizioni più o meno di schiavitù durante il periodo coloniale britannico tra il 1870 e i primi decenni del XX secolo. A differenza di altri immigrati indiani che svolgevano attività commerciali e portuali o servivano l'amministrazione britannica, i "bengalesi" lavoravano principalmente la terra. Altri raggiunsero l'Arakan dal Bangladesh per sfuggire ai massacri durante la guerra d'indipendenza dal Pakistan nel '71, altri ancora vennero dal Pakistan subito dopo la partizione dell'India nel '47 e tutti ottennero dai locali l'offensiva etichetta di Kalar.
Ma nonostante tutto molti Rohingya, svolgendo lavori umili, tra pesca, agricoltura e piccoli commerci, riuscirono a conquistarsi uno spazio nella società finché nel 2012 non fu avviato il processo di "democratizzazione" che ebbe de facto effetti collaterali nefasti sulla loro sorte. Dopo aver liberato due anni prima la Nobel Suu Kyi, i generali fecero uscire migliaia di altri prigionieri politici. Tra questi c'era il monaco che fomenterà l'odio anti-Rohingya con dei sermoni postati per anni sui social media. Si chiama U Wirathu, detto il Bin Laden buddhista e a quel tempo stava scontando 25 anni di cella inflitti nel 2003 "per istigazione all'odio e al disordine sociale". La sua alleanza con i militari nella strategia di eliminazione dei "nemici del buddhismo" è stata denunciata in varie sedi e gli stessi vertici di Facebook fecero mea culpa per avergli offerto una piattaforma di odio.
Ma in questi giorni il gruppo di monioraggio Global Witness ha dimostrato che i messaggi anti-Rohingya possono continuare a circolare su Facebook nonostante le rassicurazioni che Mark Zuckerberg diede dopo il genocidio del 2017 al Senato Usa, quando ammise i mancati controlli e promise di impedire altri abusi. Una serie di Ad poi rimosse autonomamente da Global witness sono state approvate dalla compagnia americana nonostante il contenuto razzista. Come il messaggio che diceva: "L'attuale uccisione dei Kalar non basta, dobbiamo ucciderne di più!".