La (in)giusta distanza
Paolo Di Paolo, di Paolo Di Paolo
Non fa differenza, o forse sì, ma ero a Lipsia l’altro giorno, e questa fotografia l’avevo praticamente davanti agli occhi - lì, dal vero: la sua matrice in movimento. Non fa differenza, o forse sì, perché i corpi non erano immagini ma corpi; e c’erano le voci, e i pianti dei bambini, ma anche le loro risate, nel gioco, nei giochi che non resistono anche nella situazione più estrema. Non fa differenza, o forse sì, perché vedere da lontano non è vedere da vicino. L'empatia è più facile a quale distanza? A volte penso che sia naturale, più istintiva nell'astrazione del pensiero, ma l'idea di fare il bene - di saperlo fare – è spesso un'auto-consolazione narcisistica. E se fosse proprio l'estrema vicinanza a chiamare la misericordia, ad alimentare la pietà? Anche l'uomo più freddo, cinico, distante, carico di pregiudizi, di fronte a una difficoltà tangibile, non dà forse il meglio di sé? Quanta distanza bisogna ridurre perché la sofferenza altrui ci tocchi il cuore? A quanti metri inizia una possibilità di condivisione, di pietà umana? Come si fa a sentire vicino il nostro Prossimo più remoto? Come facciamo ad allenare il nostro sguardo alla misericordia, anche quando le mani non possono toccare, stringere, portare in salvo, dare calore?