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Ucraina, l’Europa fa i conti con la sua debolezza. Servono più tank e si riflette sulla leva

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L'Europa della Difesa deve ancora muovere i primi passi mentre le singole armate europee guardano all'invasione dell'Ucraina come specchio della loro inadeguatezza: nessun esercito della Ue sarebbe oggi in grado di intervenire sul Dnepr. L'allarme lanciato dal presidente Macron è lo stesso condiviso da tutte le cancellerie, accomunate dall'identica impreparazione di fronte a uno scenario sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino. Adesso c'è di nuovo un nemico alle porte e ogni Paese deve fare i conti con questo shock, che richiede non solo un esborso economico ma anche un cambiamento politico e culturale nel tornare a misurarsi con la terribile prospettiva della guerra. Perché anzitutto c'è un problema di numeri: quanti soldi si è disposti a investire e quante persone a mobilitare? E poi c'è una questione di qualità, anzi - come dicono i generali - di capacità: quali sono gli strumenti e i model…
L'Europa della Difesa deve ancora muovere i primi passi mentre le singole armate europee guardano all'invasione dell'Ucraina come specchio della loro inadeguatezza: nessun esercito della Ue sarebbe oggi in grado di intervenire sul Dnepr. L'allarme lanciato dal presidente Macron è lo stesso condiviso da tutte le cancellerie, accomunate dall'identica impreparazione di fronte a uno scenario sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino. Adesso c'è di nuovo un nemico alle porte e ogni Paese deve fare i conti con questo shock, che richiede non solo un esborso economico ma anche un cambiamento politico e culturale nel tornare a misurarsi con la terribile prospettiva della guerra. Perché anzitutto c'è un problema di numeri: quanti soldi si è disposti a investire e quante persone a mobilitare? E poi c'è una questione di qualità, anzi - come dicono i generali - di capacità: quali sono gli strumenti e i modelli organizzativi per ottenere una forza efficiente?
Di fronte alle immagini che arrivano da Kiev, il primo pensiero è andato ai carri armati: dinosauri praticamente estinti in Occidente. La Francia ne ha 300, la Germania 350, la Spagna meno di 200 e l'Italia 120: dati teorici, perché solo una parte è operativa. Paradossalmente, la potenza corazzata d'Europa è la Grecia, che impegna più di mille tank nel duello con la Turchia. Il paragone con Mosca? Putin ne ha comprati 1.466 nuovi e ha modernizzato 1.500 di quelli più anziani. Il problema è trovarne perché nessuno li produce. La Polonia si è rivolta a Washington acquistando 250 M1 Abrams, ultimo modello di un gigante in servizio dal 1981. Gli altri vogliono aggiornare quelli che hanno, in attesa di riuscire a definire un futuro EuroTank. E capire, alla luce dei colpi subiti dalle colonne russe, se vale la pena di spendere milioni per macchine che vengono distrutte da missili da 20 mila euro.
 
La stessa situazione riguarda tutti gli altri veicoli cingolati: per le "operazioni di pace" in Afghanistan, Libano o Sahel erano bestioni eccessivi e sono state queste missioni a forgiare gli eserciti europei del presente: c'era la necessità di spedire contingenti limitati in posti lontani. Reparti ridotti - il massimo impegno italiano a Herat è stato di 5mila militari, quello francese in Mali di 7mila - per spedizioni pianificate in anticipo: il peso ricadeva sugli incursori, truppe selezionatissime; il resto poteva venire preparato con calma. Si ragionava in termini di brigate, le unità più piccole, e mai si è arrivati alla dimensione delle divisioni, quelle intermedie: l'idea che potessero resuscitare intere armate, come quelle schierate da Mosca, era stata rimossa. Adesso risorge dai cassetti degli Stati Maggiori, che devono riallestire questi comandi e addestrare decine di migliaia di fanti in esercitazioni complesse.
(afp)
Nell'attuale situazione, poi, ogni singolo Paese riflette sul numero complessivo di personale. In Italia, ad esempio, l'Esercito ha 95.511 effettivi, interamente volontari: ai tempi della Guerra Fredda erano 258 mila, di cui 187 mila di leva. In Francia i soldati sono 118 mila e tutti i militari in Germania sono 186 mila contro il mezzo milione presente a Ovest prima della riunificazione. Mosca ha un milione di uomini in armi, un quarto dei quali coscritti del servizio obbligatorio. Quale sarà la reazione? Incrementare i professionisti? Ripristinare la leva? Da Parigi a Berlino il dibattito si è appena aperto e il nostro Parlamento sta già discutendo un primo aumento dei ranghi.
 
Ci sono infine alcune lezioni che vengono dalle battaglie ucraine. La prima è l'importanza dell'artiglieria, mentre cannoni e lanciarazzi finora arrugginivano nei depositi. Poi quella dei piccoli droni armati, come i Bayraktar turchi, assenti dagli arsenali europei. Gli insuccessi russi invece confortano la scelta di puntare sulla superiorità tecnologica: aviazioni e marine infatti paiono all'altezza della sfida. Pure in questo settore la quantità si è molto ridotta, ma in compenso l'affiatamento tra stormi e flotte è rodato. L'esigenza è coordinare gli strumenti più costosi, per evitare doppioni: dai radar volanti - quelli italiani vengono mezzo miliardo l'uno - alle portaerei.
 
Sulla carta, se le forze armate dei 27 diventassero un'unica cosa, allora l'Ue potrebbe rimediare alle carenze senza mettere mano al portafogli. Lo ha sottolineato l'Alto rappresentante Josep Borrell: "Oggi la spesa militare di tutti gli stati europei è di circa duecento miliardi di euro: più o meno quattro volte quella della Russia e più di quella della Cina. Ma non è la stessa cosa avere ventisette parti diverse invece che una sola struttura integrata". Elementare, ma quasi impossibile. Perché l'Europa è fatta di nazioni e di culture, dalla grandeur francese ai fantasmi tedeschi, dalle paure dell'Est alla scarsa marzialità latina. Il sogno europeo d'altronde è cresciuto sulle note dell'Inno alla gioia, non ha mai previsto di misurarsi con tamburi di guerra.