Michal, il "tassista" della speranza che raccoglie i disperati alla frontiera tra Polonia e Ucraina: "Così porto i profughi dalle macerie alla salvezza"
dalla nostra inviata Brunella Giovara , dalla nostra inviata Brunella GiovaraMichal Borkiewicz, imprenditore di Varsavia e gestore del locale simbolo della comunità gay, fa la spola con Przemysl per raccogliere chi fugge dalla guerra. La città accoglie, ma non mancano gli episodi di razzismo
VARSAVIA - Con il pane e con il sale, che è il benvenuto antico dei polacchi agli ospiti. Ma non c'è più tempo per i rituali, c'è solo la fretta di traghettare più ucraini possibile da là a qui, dalle rovine che fumano alla civiltà di Varsavia, che pure ha paura di un'avanzata russa. E dal primo giorno di guerra a oggi, "ne abbiamo portati qua migliaia. Con gli autobus che affittiamo, con i pulmini...", più viaggi al giorno, ci sono cento volontari polacchi che ogni giorno partono vuoti per la frontiera, caricano e tornano in città.
Sono i "convoy of life", o tassisti della speranza, o dei Caronte all'incontrario, che trasportano la gente dalla morte alla vita, che in questo momento è la Polonia. Al Klub Plan B c'è Michal Borkiewicz, con il socio Pawel Gorski manda avanti il locale simbolo della comunità Lgbt di Varsavia. Un posto che dal pomeriggio si riemp…
VARSAVIA - Con il pane e con il sale, che è il benvenuto antico dei polacchi agli ospiti. Ma non c'è più tempo per i rituali, c'è solo la fretta di traghettare più ucraini possibile da là a qui, dalle rovine che fumano alla civiltà di Varsavia, che pure ha paura di un'avanzata russa. E dal primo giorno di guerra a oggi, "ne abbiamo portati qua migliaia. Con gli autobus che affittiamo, con i pulmini...", più viaggi al giorno, ci sono cento volontari polacchi che ogni giorno partono vuoti per la frontiera, caricano e tornano in città.
Sono i "convoy of life", o tassisti della speranza, o dei Caronte all'incontrario, che trasportano la gente dalla morte alla vita, che in questo momento è la Polonia. Al Klub Plan B c'è Michal Borkiewicz, con il socio Pawel Gorski manda avanti il locale simbolo della comunità Lgbt di Varsavia. Un posto che dal pomeriggio si riempie di giovani e non solo gay, un posto di libertà, diciamo, "più che gay friendly lo definirei global friendly". E salendo le scale buie per arrivare al club, ecco i poster "Nessun umano è illegale", "Aiutaci a sostenere i piccoli profughi". E "Fuck Putin", per essere chiari.
Michal ha 41 anni, è un imprenditore, ma da anni si interessa ai profughi: "Abbiamo cominciato nel 2013, andando a prendere quelli della rotta balcanica, che cercavano di passare dalla Turchia alla Bulgaria". Ora ci sono da salvare gli ucraini, ma non solo loro, "tutti quelli che conosco sono impegnati in questa impresa", e di amici ne ha tanti. Facebook ha aiutato molto, con le pagine Grupa Granica (Gruppo Frontiera), e Polska Goscinnosc (Ospitalità Polacca), "la fondazione che ho creato nel 2014, uno strumento per raccogliere i mezzi", cioè i soldi che permettono di andare e tornare, e ci vuole molto molto gasolio. Poi c'è Chlebem i sola (Con il pane e con il sale), che mette in rete i cittadini che offrono ospitalità, e lì si trovano le case aperte, il letto e la doccia, quelli che accettano anche cani e gatti, quelli che magari parlano l'ucraino. Un movimento trasversale, dal Kik (Club di intelligenza cattolica, i più conservatori), alle casalinghe alla comunità gay, ai singoli che di slancio hanno deciso che bisognava fare qualcosa e subito, perché non c'è più tempo, non si può lasciarli morire così, del resto a Varsavia sventolano molte bandiere gialle e blu, tanti portano all'occhiello il nastro con i colori ucraini. Non puoi fare granché? Almeno fai capire da che parte stai.
Dice Michal che "nei nostri trasporti, la priorità sono le donne con bambini, naturalmente. Ma molti ignorano che sulla frontiera c'è una massa di profughi non solo ucraini. Studenti stranieri, che vivevano a Kiev. Persone senza passaporto, o uomini che non vogliono combattere perché pacifisti. E clandestini dall'Afghanistan e dal Maghreb, fino a poco tempo fa nei centri profughi dell'Ucraina. Se anche riescono a passare il confine, poi nessuno li vuole. Sono gli ultimi della fila". Come anche i cento transessuali ucraini respinti dalle autorità polacche, qualche giorno fa. Di fatto donne, ma con documenti che li definiscono come uomini. Michal conosce questa situazione, ma non dice di più, e forse qualcuno nel frattempo ha risolto il problema, ma in maniera clandestina, e lui di questo non sa niente. Di certo c'è la spola continua tra Varsavia e Przemysl, "ma se c'è bisogno andiamo a prenderli anche a Leopoli. Basta che dici 'sono qui per aiutare' e la barriera si alza, anche se hai la targa polacca". Poi, si va a raccogliere i disperati sulla frontiera Bielorussia-Polonia, "lì c'è un ping pong tra i due Stati, e gente che viene respinta con violenza da una parte e poi dall'altra. Ecco, noi portiamo aiuto a chi non riceve aiuto dal sistema, che spesso è razzista".
"I nostri pullman sono gratuiti, e sono sicuri per tutti. Lgbt, stranieri, e per le prede di abusi e violenze", mai come adesso ce ne è stato tanto bisogno. Varsavia si è mobilitata per dare aiuto ai vicini di casa, e qualcuno pensa "i prossimi siamo noi", ma c'è del razzismo spicciolo anche qui, come ha imparato Maciej Sierputowski, un altro che fa avanti e indietro con la frontiera, con la sua macchina, da solo. "La prima volta ho portato in qua una famiglia classica ucraina: mamma con bambini e nonna. La seconda volta quattro studenti somali. E al confine un polacco mi ha detto 'ma cosa fai, ci porti in casa i negri?'. Come mi sono vergognato, in quel momento".