Modello Mongla, la città del Bangladesh che è una speranza per i rifugiati climatici
di Carlo Pizzati , di Carlo PizzatiCHENNAI – Potrebbe sembrare una città di porto come le altre, che dà lavoro a 150mila persone esportando juta, pellame, tabacco, gamberi e pesce surgelato. Cento chilometri più a sud, lungo il Pusur, effluente bangladese del Gange, c’è il Golfo del Bengala, che di golfo ha solo il nome perché è grande come un oceano. È un mare che dà vita ma anche morte, perché lì si nasconde anche un mostro spesso invisibile che a queste altitudini si manifesta più crudelmente che altrove: il cambiamento climatico. Scappano in tanti dalle coste del Golfo. Devono. O te ne vai o affondi. Letteralmente. Le maree sono sempre più violente e pericolose. Non c’è più speranza di far rendere la terra. Tanti emigrano, rischiando la vita. Ma adesso città come Mongla accolgono i profughi climatici nei loro stessi Paesi, arginando il fenomeno di totale sradicamento che costringe ad abbandonar…
CHENNAI – Potrebbe sembrare una città di porto come le altre, che dà lavoro a 150mila persone esportando juta, pellame, tabacco, gamberi e pesce surgelato. Cento chilometri più a sud, lungo il Pusur, effluente bangladese del Gange, c’è il Golfo del Bengala, che di golfo ha solo il nome perché è grande come un oceano. È un mare che dà vita ma anche morte, perché lì si nasconde anche un mostro spesso invisibile che a queste altitudini si manifesta più crudelmente che altrove: il cambiamento climatico. Scappano in tanti dalle coste del Golfo. Devono. O te ne vai o affondi. Letteralmente. Le maree sono sempre più violente e pericolose. Non c’è più speranza di far rendere la terra. Tanti emigrano, rischiando la vita. Ma adesso città come Mongla accolgono i profughi climatici nei loro stessi Paesi, arginando il fenomeno di totale sradicamento che costringe ad abbandonare la propria terra.
Nei prossimi trent’anni, almeno 134 milioni di persone, in tutto il mondo, hanno un’alta probabilità di essere costretti ad abbandonare casa per l’innalzamento dei mari, la siccità, le temperature più irrespirabili e altri catastrofi climatiche. Lo dice un documento pubblicato il mese scorso dal Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’Onu. Buona parte di queste persone vivono in Asia. E molte nel Bangladesh, tra le paludi di mangrovie della foresta delle Sundarbans, regione al confine con l’India che ospita la famosa tigre del Bengala.
Da lì è fuggita anche la ventinovenne Monira Kathun, dopo che marito e padre sono morti, lasciandola a provvedere per tre familiari. “Ho perso tutto”, ha raccontato all’agenzia Ap, “c’erano solo tenebre attorno a me. La casa di famiglia è stata mangiata dal fiume, non c’era più terra coltivabile”. A Mongla, Kathun ha trovato lavoro in una delle fabbriche della zona ad economia speciale che impiega decine di migliaia di profughi come lei, nelle attività del secondo porto più grande del Bangladesh. La chiamano una città “resiliente al clima” grazie a caratteristiche economiche e strutturali che verranno replicate in altre 25 città, clonando questa idea per portare in salvo almeno 10 milioni di profughi climatici nei prossimi anni in Bangladesh. Si tratta di un ambizioso programma di ridistribuzione demografica per riorganizzare in varie città di medie dimensioni le masse di contadini in fuga da campi che scompaiono sotto acqua o che s’inaridiscono per la salinizzazione.
“Questa città è un successo di adattamento", spiega Saleemul Huq, direttore del Centro internazionale per il cambiamento climatico di Dhaka. “È l’esempio perfetto di come la vita dei profughi climatici possa essere trasformata da nuove opportunità, con un approccio diverso al riadattamento delle popolazioni in fuga. Qui ci sono tante opportunità, grazie al porto di mare collegato al fiume e a una zona di smistamento esportazioni all’interno di un’infrastruttura resiliente al clima. È tutta un’altra storia”.
Il programma, ora, è di replicare il modello nelle città costiere in tutto il Bangladesh, per accogliere le masse di profughi climatici in arrivo. Si stanno mobilitando sindaci e funzionari bangladesi, proponendo loro il modello Mongla. “Abbiamo già identificato più di una dozzina di città satelliti, tutte adiacenti a centri economici con porti fluviali o marini. Centri secondari con circa mezzo milioni di abitanti, in grado di accogliere un altro mezzo milione di profughi ciascuno”. Calcolando che secondo uno studio della Banca Mondiale rilasciato l’anno scorso il Bangladesh avrà almeno 19 milioni di profughi climatici interni entro il 2050, cioè più della metà di tutto il sudest asiatico, il programma delle città resilienti al clima, dove dare lavoro in zone di smistamento esportazioni ai profughi in fuga dalle acque, diventa una necessità più urgente che mai.