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Olena Zelenska: “La felicità è sparita. Salvo i bimbi ucraini per un nuovo futuro”

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Intervista alla First Lady ucraina: “Sono fortunata a non dovermi separare dai nostri figli, loro mi supportano e aiutano. Voglio arrivare alla vecchiaia con mio marito Volodymyr circondati dai pronipoti”
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LEOPOLI - Olena Zelenska, first lady dell’Ucraina in guerra, target dei russi esattamente come il marito. Vive con i due figli in una località segreta, dove lavora all’organizzazione dei “convoy for life” che espatriano i bambini, soprattutto quelli malati.

Lei ha scelto di restare in Ucraina, ma avrebbe potuto comodamente andare all’estero, al sicuro. Perché ha preso questa decisione?

“Perché adesso è questo il mio compito di first lady, e anche la mia vocazione. Mio marito è qui, io sto qui. Poi, tutti hanno il diritto di andarsene. Se non puoi aiutare nella resistenza, allora è meglio se te ne vai. I civili non devono diventare scudi umani, o vittime. E poi, se qui restano molti civili, risulta difficile per i militari proteggere le città. Quindi è necessario che le famiglie, in particolare i bambini e gli anziani, lascino la zona di guerra. Meglio essere un rifugiato che morire&rdqu…

LEOPOLI - Olena Zelenska, first lady dell’Ucraina in guerra, target dei russi esattamente come il marito. Vive con i due figli in una località segreta, dove lavora all’organizzazione dei “convoy for life” che espatriano i bambini, soprattutto quelli malati.

Lei ha scelto di restare in Ucraina, ma avrebbe potuto comodamente andare all’estero, al sicuro. Perché ha preso questa decisione?

“Perché adesso è questo il mio compito di first lady, e anche la mia vocazione. Mio marito è qui, io sto qui. Poi, tutti hanno il diritto di andarsene. Se non puoi aiutare nella resistenza, allora è meglio se te ne vai. I civili non devono diventare scudi umani, o vittime. E poi, se qui restano molti civili, risulta difficile per i militari proteggere le città. Quindi è necessario che le famiglie, in particolare i bambini e gli anziani, lascino la zona di guerra. Meglio essere un rifugiato che morire”.

Lei vive con i suoi figli. Come ha spiegato loro la situazione, e come hanno reagito.

“Ai bambini non è necessario spiegare nulla, perché vedono tutto con i loro occhi. Oleksandra è già grande, ha 17 anni, ma in questo mese sembra diventata più adulta. Discutiamo le notizie, come si fa tra adulti. Kyrylo ha 9 anni, e pensa sempre a quando arriveremo alla vittoria. Costruisce piani e strategie… in questo è eroico, perché è solo un bambino. Sogna di incontrare i suoi amici, che gli mancano molto, infatti parla continuamente di loro. Io mi sento molto fortunata a non dovermi separare dai miei figli. Non so come sarei sopravvissuta senza di loro. Posso dire che non sono io il loro supporto, ma sono loro che aiutano me”.

Lei è sposata dal 2003, ma da quando conosce suo marito?

“Ci siamo conosciuti a scuola, a Kryvyi Rih, la nostra città di origine. Posso dire che siamo stati insieme fin dall’infanzia, ma abbiamo iniziato la nostra storia quando avevamo 18 anni”.

Cosa ricorda di quel tempo di felicità?

“Questa domanda mi spaventa. È come se la felicità fosse finita per sempre… Voglio arrivare alla vecchiaia con mio marito, circondati da molti pronipoti. Non voglio pensare alla nostra vita come un ricordo del passato. E dico: viviamo questa vita anche adesso. Anche se è il periodo peggiore, sono sicura che finirà. Dopo, potremo ricordarlo”.

Lei e suo marito siete nati quando c’era ancora l’Unione Sovietica. Cosa ricorda di quegli anni?

“Era il periodo dell’infanzia, e l’infanzia è quando i tuoi genitori sono ancora giovani e non esistono problemi, ma solo feste con regali, viaggi d’estate al mare o sul fiume… ma tutto questo non è legato all’URSS. Oggi i russi stanno facendo un ritorno al passato, che è una cosa senza senso. Quel Paese non esiste più, e non potrà esistere più. È finito tanto tempo fa. Con questa guerra, i russi hanno solo aumentato il divario tra noi e loro. Questa è la differenza; noi guardiamo al futuro, loro al passato”.

Ha notizie dalla sua città, che si trova a sud, quindi in grande pericolo?

“Kryvyi Rih è come Genova, città di fabbriche e metallurgia, con una popolazione simile. Ma è uno degli obiettivi dei russi, che il primo giorno di guerra hanno attaccato proprio lì, infatti ci sono stati incendi e vittime. Ora è pronta a respingere nuovi attacchi, che purtroppo possono arrivare in qualunque momento”.

Cosa le manca di più, rispetto alla vita prima della guerra?

“La semplice possibilità di poter programmare il domani. E mi manca una giornata normale, che ti alzi la mattina e vai al lavoro, stai nel traffico del centro città... E discuti con i bambini su come organizzare la serata, leggi la chat degli altri genitori su Messenger, dove non si parla di guerra ma di lezioni e delle attività del pomeriggio per gli studenti. Mi manca non poter andare nei negozi, cucinare la cena. E anche rimproverare il marito che torna tardi dal lavoro, e così nel frattempo tutto si è raffreddato. Sì, sento la mancanza di una vita normale. Adesso la definirei strana, ma ‘strano’ è un’espressione troppo debole, non è la parola giusta”.

Una vita stravolta, per tutti…

“Certo, tutto è cambiato per me come per gli ucraini. Avevamo una vita pacifica, con sogni e progetti di pace. Di colpo è apparso il concetto di ‘allarme aereo’, che avevamo visto solo nei film di guerra e forse nei corsi di protezione civile a scuola. E magari allora abbiamo seguito malvolentieri quelle lezioni… Ma non avremmo mai pensato di dover mettere in pratica quella teoria. Poi, abbiamo imparato cos’è un rifugio antiaereo, e come trovare il posto più sicuro in casa se non esiste un seminterrato. E anche io, ho imparato cosa vuol dire non avere notizie dei propri cari per più di un giorno. È la situazione quotidiana per tutti noi, aspettiamo i messaggi dagli amici e dai parenti che per molto tempo non trovano la connessione. Tutti in Ucraina vivono così, troppi hanno perso il contatto con qualcuno che amano, soprattutto in certe città dove sono entrati i russi. Speriamo sempre che sia colpa della mancanza di elettricità, perché vogliamo credere che siano vivi”.

Come succede per Mariupol, una città devastata ormai.

“Tutti noi aspettiamo sempre notizie da Mariupol. Guardate cosa hanno fatto i russi con una città del genere, una florida città portuale come Livorno, Ravenna, La Spezia. Guardate su internet com’era prima… Sembra che i russi abbiamo deciso di cancellarla dalla faccia della terra. Là ci sono ancora centinaia di migliaia di persone negli scantinati. A me sembra che dopo questi eventi non solo la mia vita, o quella di qualsiasi cittadino ucraino, ma la vita di tutti non possa essere come era prima”.

Cosa fa lei, in concreto?

“Io e il mio staff siamo concentrati sulla questione umanitaria. In particolare, stiamo evacuando i bambini con disabilità e gli orfani, e quelli malati di cancro, perché possano continuare le cure indispensabili in Polonia e in Francia, è una collaborazione tra i rispettivi ministeri della Salute, Affari sociali e Affari esteri. Tutti i nostri ospedali si sono spostati nei rifugi antiaereo, e come sa nell’oncologia non si può sbagliare, quindi abbiamo concordato che questi bambini devono essere curati all’estero. E lo facciamo perché così possiamo avvicinare l’Ucraina alla vittoria: salvando i nostri figli. È un lavoro che sto portando avanti con le first ladies di tutto il mondo, che voglio ringraziare anche in questa intervista. Insieme stiamo conducendo una ‘guerra dell’informazione’, spiegando che questa non è una ‘operazione speciale’, ma un massacro, un omicidio collettivo”.

Come sta procedendo questo progetto?

“Proprio adesso mentre stiamo parlando, otto ‘convogli della vita’, con oltre 300 bambini e i loro parenti sono arrivati in Polonia, accompagnati da equipe mediche specializzate. Ora si trovano in questa clinica Unicorn, e penso che ai bambini questo nome piacerà molto… I medici decideranno se lasciarli in Polonia o farli trasportare in altri Paesi dell’Europa. E adesso al progetto ha anche aderito la Santa Sede: alcuni bambini sono già al Bambin Gesù, su invito personale di Papa Francesco. Proprio lui, dopo aver visitato i giovani ucraini ricoverati a Roma durante le prime settimane di guerra, ha suggerito di far venire in Italia altri bambini”.

Lei lavorava sui temi infanzia, cultura e dialogo con gli altri Paesi, già da prima della guerra…

“… e per me è ancora difficile pronunciare questa parola, mi creda. È vero, prima avevo diversi progetti importanti, come l’eliminazione delle barriere, perché la gente non abbia limitazioni fisiche o psicologiche. E contro la violenza domestica… Abbiamo lanciato le audioguide in lingua ucraina nei musei più famosi del mondo (c’è anche al Colosseo, ad esempio), in modo che la cultura possa parlare ucraino. Per quasi due anni abbiamo lavorato sulla riforma dell’alimentazione scolastica, e qualche mese prima dell’inizio della guerra l’abbiamo avviata, secondo i migliori modelli europei, affinché i bambini possano mangiare cibi sani e gustosi allo stesso tempo. Con questi esempi voglio dire che ci stavamo sviluppando come tutti gli altri Paesi d’Europa. Ora, cosa posso dire? è come se tutto appartenesse a una vita passata”.

Lei stessa diceva che bisogna affrontare il presente.

“Sì. I nostri temi ‘pacifici’ non sono scomparsi, sono solo cambiati gli accenti. La barriera principale che stiamo superando è la guerra, stiamo combattendo contro questa violenza che ci arriva dai russi. E quando si tratta di cibo, la cosa principale è che ci sia per i nostri bambini. Metà dei bambini ucraini sono diventati sfollati interni, il loro diritto alla salute e all’istruzione è in pericolo. Poi dobbiamo proteggere i diritti dei disabili e proteggere le donne. Lo facevamo anche prima, adesso lo facciamo in situazione di guerra”.

Molte donne ucraine la seguono su Instagram, la vedono come un punto di riferimento.

“Non so se sono un esempio. Lo sono molte ucraine, un vero modello da seguire. Come la dottoressa Iryna Kondatrova, che salva i neonati a Kharkiv. E Natalia Pesotska, educatrice in un centro di accoglienza a Chernihiv, che ha messo in salvo trenta dei suoi orfani. Non solo è sempre stata con loro nel rifugio antiaereo, ma ce li ha portati attraversando il centro sotto un bombardamento. Poi penso a Nastya Tykha, una ragazza di Irpin che ha messo in salvo i suoi fratelli piccoli, e anche un intero rifugio di animali disabili. Ecco, queste sono donne incredibili che ci fanno da esempio. Così sono fatte le nostre donne”.

Le giro la domanda di una donna ucraina, Alessia, attualmente in Polonia: “A guerra finita, come pensa di affiancare noi e i nostri bambini?”.

“Li aiuteremo a tornare a casa. Ogni ucraino che si trova all’estero non di sua volontà, ma a causa della guerra, vuole solo questo. Abbiamo più di 3 milioni di persone fuggite all’estero, per lo più donne e bambini. Ormai sono sparse per l’Europa, e le potete vedere anche in Italia. Sono molto stanche, perché hanno percorso la strada della guerra che è lunga e difficile. Ora stiamo lavorando con tutti i governi europei per aiutarli ad adattarsi nella nuova situazione. Non se ne sono andate di spontanea volontà, hanno dovuto lasciare tutto dietro di sé: casa, affari, persone care. Le prime cose di cui hanno bisogno sono una nuova casa, un lavoro, la scuola per i figli. Quando la guerra finirà, lavoreremo per riportare tutti in Ucraina”.

Lei, signora Zelenska, aveva un ruolo importante anche prima. Ma ha mai pensato di ritrovarsi a fare quello che fa oggi?

“No. E sicuramente non avrei mai voluto diventare importante e conosciuta per quello che sta succedendo: la guerra”.