Perché le autocrazie del mondo possono uscire sconfitte dalla guerra in Ucraina
di Enrico Franceschini , di Enrico Franceschini“Perché l’Ucraina deve vincere” titola l’Economist la storia di copertina di questa settimana, affermando che una vittoria per le forze ucraine, con il crescente aiuto militare occidentale, appare adesso come una possibilità concreta e sostenendo che questo risultato porterebbe a una pace stabile nella regione, alla fine di tre secoli di “imperialismo russo” e alla trasformazione della sicurezza in Europa. Ma una vittoria dell’Ucraina nella guerra che dura da quasi sei settimane, o perlomeno una “non vittoria” della Russia, con un accordo negoziato fra le due parti che neghi a Putin l’obiettivo iniziale di annettere o assoggettare un intero Paese, potrebbe avere anche conseguenze globali, nota il Financial Times, segnando il declino di quella che si può chiamare “l’età delle autocrazie”. Ecco che cos’è e come potrebbe tramontare.
Perché gli ultimi due de…
“Perché l’Ucraina deve vincere” titola l’Economist la storia di copertina di questa settimana, affermando che una vittoria per le forze ucraine, con il crescente aiuto militare occidentale, appare adesso come una possibilità concreta e sostenendo che questo risultato porterebbe a una pace stabile nella regione, alla fine di tre secoli di “imperialismo russo” e alla trasformazione della sicurezza in Europa. Ma una vittoria dell’Ucraina nella guerra che dura da quasi sei settimane, o perlomeno una “non vittoria” della Russia, con un accordo negoziato fra le due parti che neghi a Putin l’obiettivo iniziale di annettere o assoggettare un intero Paese, potrebbe avere anche conseguenze globali, nota il Financial Times, segnando il declino di quella che si può chiamare “l’età delle autocrazie”. Ecco che cos’è e come potrebbe tramontare.
Perché gli ultimi due decenni si possono definire “l’età degli autocrati”?
Perché dal 2000 ad oggi una serie di “uomini forti” (alla lettera, nel senso che finora sono tutti di sesso maschile) sono saliti al potere in varie parti del mondo e lo hanno tenuto con pugno di ferro: dalla Russia alla Cina, dall’India alla Turchia, dall’Ungheria alle Filippine, dal Brasile all’Arabia Saudita. Messi insieme, i loro popoli rappresentano più di metà della popolazione terrestre.
Sono tutte dittature?
No. Alcune sono da sempre sistemi totalitari, come la Cina, o monarchie assolute, come l’Arabia Saudita. Altre hanno avuto un graduale declino della democrazia per tornare a essere dei sistemi autocratici, come la Russia di Putin. Altre ancora rimangono sistemi democratici, ma con sempre più poteri in mano a un leader e al suo partito, come il Brasile, l’India o la stessa Ungheria, che pur appartenendo alla Ue, una unione di Stati democratici, viene oggi classificata dalla think tank Freedom House come “solo parzialmente democratica”.
Che tipo di leader sono questi autocrati?
Nazionalisti, culturalmente conservatori, con scarsa tolleranza per le minoranze, i dissidenti, gli stranieri. Incoraggiano il culto della personalità: la propria. E sono critici nei confronti della globalizzazione e della democrazia liberale.
Quando è cominciata questa nuova età delle autocrazie?
Forse con l’elezione di Putin a presidente il 31 dicembre 1999. Quattro anni dopo Erdogan è diventato primo ministro in Turchia. Nel 2012 Xi Jinping è andato al potere in Cina, nel 2014 Narendra Modi in India. Tutti e quattro sono ancora saldamente al comando: il rifiuto di lasciare il potere è un’altra caratteristica degli autocrati. Tra i quali il Financial Times inserisce anche Donald Trump, un altro che ha fatto di tutto per non lasciare il potere, inclusa secondo i suoi accusatori un’insurrezione popolare, anche se poi è stato costretto a cederlo: ma pare intenzionato a cercare di riprenderselo alle prossime presidenziali americane.
Che tipo di nazionalismo perseguono questi nuovi autocrati?
Un nazionalismo “nostalgico”, come lo definisce il quotidiano della City, cioè impegnato a recuperare un prestigio e un potere perduto dalla propria nazione. Putin sogna di ricostruire l’Urss. Erdogan cerca ispirazione dalla gloria dell’Impero ottomano, Xi fa riferimenti al tempo dell’Impero cinese, Modi a quello delle dinastie indiane prima del periodo coloniale britannico. Viktor Orbán ha parlato di riconquistare un giorno i territori che appartenevano all’Ungheria prima della Prima guerra mondiale. Perfino Boris Johnson, che pure non è certo un autocrate ma ha raggiunto il potere grazie a una miscela di populismo e nazionalismo, ha usato la retorica del British Empire per vincere la campagna per la Brexit.
Perché questo modello politico potrebbe andare in crisi se la Russia non vince la guerra in Ucraina?
Putin stesso potrebbe essere il primo ad andare in crisi, se il mancato obiettivo, le ingenti perdite di soldati e la crisi provocata dalle sanzioni lo costringesse in un modo o nell’altro a perdere il potere, perlomeno a non mantenerlo fino al 2036 come gli permetterebbe la nuova costituzione da lui fatta approvare. La lezione di una sconfitta militare russa, o almeno di una mancata vittoria contro un avversario sulla carta molto più debole, verrebbe probabilmente studiata con attenzione da Xi in Cina, che ha ambizione simili verso Taiwan, una determinazione analoga a rimanere a lungo al potere e sembra pronto a un confronto con l’Occidente che è stato già ribattezzato “la nuova guerra fredda”. Questo non significa che Russia e Cina vedrebbero emergere rapidamente dei sistemi democratici liberali, ma un declino dell’autoritarismo e del nazionalismo a Mosca e Pechino sarebbe già un risultato enorme per gli equilibri internazionali e per la globalizzazione.
E in Europa e nel resto del mondo cosa potrebbe accadere?
Anche se Orbán verrà rieletto questo fine settimana a Budapest, dove il suo partito viene pronosticato al primo posto nei sondaggi, dopo l’inizio della guerra in Ucraina il premier ungherese ha preso le distanze da Putin, di cui si dichiarava grande amico. È possibile che una crisi del modello Putin in Russia favorisca il ritorno a una piena democrazia anche in Ungheria e in altri paesi della Ue che erano tentati da una svolta nazionalista, rafforzando l’Unione Europea. Una tendenza analoga potrebbe mettersi in moto in India, in Brasile, nelle Filippine, paesi democratici che in anni recenti hanno subito una svolta populista e nazionalista con caratteristiche autoritarie.
Dunque l’età degli autocrati potrebbe avviarsi a conclusione?
È presto per dirlo. Nel lungo termine, “ci sono buone ragioni per aspettarsi che la democrazia liberale prevarrà”, scrive Gideon Rachman sul Financial Times nel lungo essay dedicato all’argomento. L’autocrazia dell’uomo forte è un sistema imperfetto, con una successione problematica: e più a lungo un autocrate resta al potere, più è probabile vederlo diventare prigioniero di megalomania e paranoie, conducendolo a errori come l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin. Ma ci voluto un ventennio, ossia una generazione, per vedere affermare nel mondo l’età delle autocrazie e potrebbe volerci un’altra generazione per vederla scomparire.