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Ucraina, gli orrori della guerra: donne violentate davanti ai figli e poi uccise dagli invasori

(ansa)
I corpi schiacciati dai cingoli dei tank. A Bucha uccisi anche i bambini con un colpo alla nuca
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LEOPOLI - Una si è salvata, forse perché era incinta. Ma qui bisogna spiegare bene. Lo stupro l’ha subito, poi l’hanno lasciata vivere. Altre però sono morte, e man mano che gli ucraini si riprendono il loro territorio, ecco emergere da tutto questo fango le storie di altre ragazze e donne, schiacciate dalla guerra, dal corpo di un soldato, talvolta anche dai cingoli di un carrarmato. A Bucha hanno trovato i cadaveri di bambini, anche loro con le mani legate dietro la schiena, e il colpo alla nuca che li ha uccisi, e alcuni corpi di donne. Nude, o con pochi stracci addosso, che erano poi i vestiti che indossavano, violentate anche con i fucili, poi date alle fiamme.


Nella fuga dei russi verso est, ora sappiamo che è successo anche questo. Non solo a Bucha, naturalmente. Ma visto che bruciare un cadavere non è cosa semplice, alcune di queste vittime di Bucha sono state ritrovate quasi intatte, e gli ucraini stanno raccogliendo foto, …

LEOPOLI - Una si è salvata, forse perché era incinta. Ma qui bisogna spiegare bene. Lo stupro l’ha subito, poi l’hanno lasciata vivere. Altre però sono morte, e man mano che gli ucraini si riprendono il loro territorio, ecco emergere da tutto questo fango le storie di altre ragazze e donne, schiacciate dalla guerra, dal corpo di un soldato, talvolta anche dai cingoli di un carrarmato. A Bucha hanno trovato i cadaveri di bambini, anche loro con le mani legate dietro la schiena, e il colpo alla nuca che li ha uccisi, e alcuni corpi di donne. Nude, o con pochi stracci addosso, che erano poi i vestiti che indossavano, violentate anche con i fucili, poi date alle fiamme.


Nella fuga dei russi verso est, ora sappiamo che è successo anche questo. Non solo a Bucha, naturalmente. Ma visto che bruciare un cadavere non è cosa semplice, alcune di queste vittime di Bucha sono state ritrovate quasi intatte, e gli ucraini stanno raccogliendo foto, video, testimonianze, e anche i resti di quelle persone serviranno come prove per i processi del futuro. Intanto, si cercano le vive, le sopravvissute. Schiave sessuali, sequestrate anche per giorni, pestate a sangue, talvolta uccise, talvolta liberate. «Non è facile raccogliere i loro racconti», spiega l’avvocata Yulia Anosova, impegnata in Ucraina per la difesa delle donne anche prima che tutto questo cominciasse. «Le donne si vergognano», a Bucha come nel resto del mondo, «e per adesso abbiamo poche segnalazioni», a parte i cadaveri.

LA MAPPA DEL CONFLITTO


La hot line della sua associazione “La strada”, ong sempre aperta per raccogliere le denunce, ha ricevuto poche chiamate, «ed erano soprattutto amici delle vittime, o persone che hanno assistito ai fatti, senza poterle salvare dalla violenza. Cercano aiuto legale e soprattutto psicologico per queste donne», perché chi subisce uno stupro si chiude in casa, non vuole vedere più nessuno, e ha solo voglia di morire.


«Noi speriamo che quando la situazione sarà più calma, troveranno il coraggio di chiamarci direttamente. E sarà così, perché quando non avranno più paura di un eventuale ritorno dei loro aggressori, si faranno avanti». Aggiunge che «lo stupro è un’arma di guerra», una violenza aggiuntiva alla violenza che già c’è, e racconta senza entrare nei particolari di un caso documentato: un soldato russo entrato in una casa, e c’era tutta la famiglia. Ha subito sparato al marito, con grande semplicità. Poi ha violentato la moglie. I figli hanno dovuto assistere. In un’altra casa, tre ragazze stuprate più volte da un gruppo di soldati, e qui c’è una testimone.

Anche l’ong Human Rights Watch sta raccogliendo prove di altri episodi, nelle regioni di Mariupol, Kharkiv, Chernihiv. Olga, una donna di 31 anni aggredita in una scuola di Malaya Rohan, vicino a Kharkiv, ha raccontato nei dettagli il soldato che l’ha stuprata più volte, l’ha seviziata con un coltello, le ha tagliato i capelli, infine l’ha lasciata andare. Il giorno dopo i medici  dell’ospedale cittadino hanno fotografato i tagli sulle guance e sul collo, e gli altri segni della violenza. «È successo il 14 marzo, quando i russi sono entrati in paese. Ci siamo rifugiati nella cantina, eravamo circa 40 persone, io avevo vicina mia figlia di 5 anni. Ma c’era anche mia madre, e un’altra parente giovane. Uno dei soldati mi ha chiesto la bambina, e gli ho detto di no. Sono andata io, mi ha ordinato di spogliarmi, avevo il fucile puntato alla testa. Due volte ha sparato al soffitto per “motivarmi”. Mentre mi rivestivo, mi ha detto di essere russo, di avere 20 anni, e mi ha anche detto il suo nome». Poi le ha detto di sedersi su una sedia, e le ha anche concesso di rivestirsi, ma solo nella parte superiore. L’ha ancora aggredita, e ha ancora giocato con il coltello sulla sua pelle.
A chi ha raccolto la sua testimonianza di schiava, Olga ha detto «sono fortunata ad essere ancora viva». Spera in un processo, le autorità di Malaya Rohan glielo hanno promesso. Poi, c’è quel nome. Non se lo dimenticherà mai, e servirà pure a qualcosa, saperlo.