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Flick: "Processare Putin per crimini di guerra? Non è impossibile"

Intervista all'ex presidente della Corte costituzionale che scongiurò la scarcerazione di Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine
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Di criminali di guerra, Giovanni Maria Flick se ne intende. Il 1° agosto 1996 era ministro della Giustizia quando fu chiamato d’urgenza perché Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, era stato appena scarcerato dalle autorità militari per prescrizione, e i parenti delle vittime e la comunità ebraica stavano protestando clamorosamente impedendo da molte ore l’uscita dei giudici (e dell’imputato) dal tribunale. Flick ebbe l’idea di recuperare la richiesta di estradizione dalla Germania e Priebke fu riarrestato dalla polizia seduta stante. Divenne così imputato presso una corte non più militare ma civile e fu condannato infine a 15 anni. Sennò sarebbe sparito per sempre. “Nell’occasione venne sancita l’imprescrittibilità dei reati di guerra”, ricorda oggi Flick che dopo l’esperienza da ministro è stato rappresentante italiano nella Convenzione per la costituzione europe…

Di criminali di guerra, Giovanni Maria Flick se ne intende. Il 1° agosto 1996 era ministro della Giustizia quando fu chiamato d’urgenza perché Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, era stato appena scarcerato dalle autorità militari per prescrizione, e i parenti delle vittime e la comunità ebraica stavano protestando clamorosamente impedendo da molte ore l’uscita dei giudici (e dell’imputato) dal tribunale. Flick ebbe l’idea di recuperare la richiesta di estradizione dalla Germania e Priebke fu riarrestato dalla polizia seduta stante. Divenne così imputato presso una corte non più militare ma civile e fu condannato infine a 15 anni. Sennò sarebbe sparito per sempre. “Nell’occasione venne sancita l’imprescrittibilità dei reati di guerra”, ricorda oggi Flick che dopo l’esperienza da ministro è stato rappresentante italiano nella Convenzione per la costituzione europea per i diritti umani e poi giudice e presidente della Corte Costituzionale.

E Putin? Quante speranze abbiamo di vederlo alla sbarra?

“Non è tecnicamente impossibile. Il Tribunale penale internazionale esiste dal 1998, ed è ben diverso dalla Corte internazionale di Giustizia che ha sede anch’essa all’Aja, la quale si occupa di controversie fra Stati e non di delitti e di imputati. Le fattispecie che emergono dai documenti filmati e dai racconti delle vittime sono sotto gli occhi di tutti: violenza contro civili, donne e minori, efferatezza gratuita e crudeltà, stupro, omicidio volontario, tortura, uso di bombe a grappolo, appropriazione di beni. Tutti reati che rientrano nelle categorie dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità, così come altre nefandezze per fortuna non avvenute come l’uso ulteriore di armi non convenzionali: chimiche, batteriologiche, nucleari. Bene ha fatto il procuratore generale della corte dell’Aja, Karim Asad Ahmad Khan, a recarsi a Kiev per raccogliere le prove e avviare la collaborazione con le autorità ucraine, perché la competenza del Tribunale penale internazionale è soltanto sussidiaria a quella dei giudici locali se essi non possono o non vogliono occuparsi di quei reati”.

Giovanni Maria Flick 

Poi ci sarà da risalire attraverso le catene del comando, vero?

“Certo, perché la responsabilità penale è individuale. Però c’è anche il reato di mancato controllo, e su di esso si può lavorare così come sul mandante, salvo verificare se e dove si ferma la catena di comando. Mi permetta di precisare che ci sono altre due categorie di reati perseguibili dal Tribunale penale: genocidio e aggressione. Sul primo come comprenderete è difficile pronunciarsi, almeno al momento, sul secondo invece – che sembrerebbe modellato appositamente sul caso ucraino – è impossibile andare avanti per un motivo procedurale”.

Qual è?

“Nel 1998, alla convention di Roma cui partecipai in quanto ministro della Giustizia, si raccolse l’adesione di 123 Paesi per la creazione del Tribunale, che così poté nascere. Via via venivano ratificate le adesioni dei Paesi divise per i quattro casi citati: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, aggressione. Mancò la ratifica dell’Ucraina, per motivi che non conosco, che accettò nel 2014 la competenza della Corte ma senza l’estensione al delitto di aggressione. Va detto che Russia e Stati Uniti non hanno aderito e oggi sono fuori da quest’area di diritto”.

L’anarchia di Mosca si può spiegare con l’autocrazia, ma l’America?

“E’ tradizione che la giustizia gli americani vogliono essere loro a farsela. Certo, è un peccato, l’adesione degli Stati Uniti darebbe ulteriore credibilità a questa istituzione”.

Torniamo a Putin. Il problema, allora, è risalire lungo la catena del comando per vedere se si arriva al capo dei capi?

“Come in qualsiasi processo bisogna procedere per gradi: accertamento dei fatti, movente, prove, responsabilità soggettive. Non è impossibile arrivare fino al vertice, è solo piuttosto complesso”.

Quindi non è vero che Putin è stato già rinviato a giudizio dalla corte dell’Aja?

“No, però esiste un Tribunale legalmente costituito e ben strutturato che è pronto a lavorare, anzi sta già lavorando, e lui è, sembra, fortemente indiziato. Potrebbe difendersi dicendo che lui riteneva soltanto di fare una ‘operazione speciale di polizia’, formula che gli è cara, in cui non erano previsti quegli effetti. Il problema, semmai, è un altro: il Tribunale non può processare in contumacia, deve esserci la presenza fisica dell’imputato. Che andrebbe arrestato su mandato della Corte dalle autorità di un Paese appartenente alla convenzione. Vede, se oggi appare un’ipotesi remota, il fatto che ci sia la cornice giuridica per processarlo, la rende plausibile. Soprattutto, è importante che al di là dei risultati pratici si sia comunque affermato il principio della responsabilità penale e del processo per accertarla prima che i fatti si siano verificati, a differenza di ciò che accadde a Norimberga”.

Ma realisticamente?

“Si potrebbe tentare un’operazione di isolamento progressivo, emettendo una serie di mandati di cattura per ufficiali o gerarchi di sorta che si siano macchiati di qualcuno dei reati. E si potrebbe anche arrestarli ogni volta che si affacciano fuori dal loro Paese. Se il Tribunale saprà lavorare bene, si potrebbe anche tentare un’operazione del genere a carico di Putin medesimo. Intendiamoci, niente giustizia sommaria: prima andrebbero raccolte e valutate prove e testimonianze. All’abuso, anche il peggiore, si deve sempre reagire col diritto. Dobbiamo comunque tener conto che finora la Corte penale ha inquisito anche capi di Stato, come Milosevic, ma ha potuto farlo solo quando non erano più al potere”.