Ecco come funziona la caccia ai superyacht degli oligarchi russi
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniLONDRA – Uno è salpato all’improvviso da quello che sembrava un porto sicuro in Turchia. Un altro ha attraversato l’Egeo a zig-zag per rimanere sempre in acque internazionali. Un terzo ha fatto rotta sulla Maldive, non per una vacanza da sogno bensì per cercare rifugio. Sono i sotterfugi escogitati dai super yacht degli oligarchi russi per sfuggire alle sanzioni varate dall’Occidente come risposta all’invasione dell’Ucraina. Naturalmente i miliardari di Mosca non partecipano in modo diretto alla guerra, ma vengono giudicati implicitamente responsabili per le loro collusioni con Vladimir Putin, attraverso una ragnatela di corruzione che secondo i suoi accusatori ha fatto del capo del Cremlino uno degli uomini più ricchi della terra. Obiettivo delle sanzioni è danneggiare economicamente i Paperoni di Russia, nella speranza che, al di là della punizione in sé stessa, questo li spinga a rompere con Putin e in de…
LONDRA – Uno è salpato all’improvviso da quello che sembrava un porto sicuro in Turchia. Un altro ha attraversato l’Egeo a zig-zag per rimanere sempre in acque internazionali. Un terzo ha fatto rotta sulla Maldive, non per una vacanza da sogno bensì per cercare rifugio. Sono i sotterfugi escogitati dai super yacht degli oligarchi russi per sfuggire alle sanzioni varate dall’Occidente come risposta all’invasione dell’Ucraina. Naturalmente i miliardari di Mosca non partecipano in modo diretto alla guerra, ma vengono giudicati implicitamente responsabili per le loro collusioni con Vladimir Putin, attraverso una ragnatela di corruzione che secondo i suoi accusatori ha fatto del capo del Cremlino uno degli uomini più ricchi della terra. Obiettivo delle sanzioni è danneggiare economicamente i Paperoni di Russia, nella speranza che, al di là della punizione in sé stessa, questo li spinga a rompere con Putin e in definitiva contribuire a rimuoverlo dal potere.
Come in una specie di Monopoli al contrario, in cui le ricchezze vengono sequestrate invece di venire accumulate, le sanzioni hanno congelato le proprietà degli oligarchi in mezzo mondo: case, terreni, conti bancari, aziende, automobili di lusso, aerei privati e appunto yacht. Definizione riduttiva perché si tratta effettivamente di imbarcazioni grandi come una nave che costano centinaia di milioni di euro l’una. Ma per mettere i sigilli a questi mega piroscafi bisogna innanzi tutto trovarli. Così, parafrasando il cult film di trent’anni fa “Caccia a Ottobre Rosso” (nel quale l’intera flotta sovietica andava in cerca di un sottomarino il cui comandante ribelle cercava di passare agli Stati Uniti – dopo avere eliminato l’ufficiale di bordo fedele a Mosca, per ironia della sorte un certo “tenente Putin”), ora sullo sfondo del conflitto in Ucraina si è scatenata in tutti i mari una grande caccia agli yacht degli oligarchi.
Molti sono stati sequestrati poco dopo l’annuncio delle sanzioni, con l’Italia in prima linea nel catturarli quando erano ancora in porto: come il Lena di Gennadij Timchenko a San Remo, il Lady M di Aleksej Mordashov a Imperia, il Sailing A (valore stimato: 578 milioni di dollari) di Andrej Melnichenko a Trieste, lo yacht Amore Vero di Igor Sechin a La Ciotat, in Francia, il Valerie di Sergej Chemenov a Barcellona, il Lady Anastasia di Aleksandr Mikheev a Puerto Adriano in Spagna, l’Axioma di Dmitrij Pumpyanskij a Gibilterra e altri ancora, incluso il Phi, appartenente a un non meglio identificato oligarca russo, fermato sul Tamigi in prossimità di Londra. Ma per i “pesci” più grossi, se così si possono definire, la caccia continua. Un inseguimento reso complicato dal fatto che spesso il proprietario è un prestanome o addirittura una società anonima con sede in qualche paradiso fiscale. Ad assistere i governi occidentali per individuarli e catturarli, come riporta la Bbc, contribuisce la Lloyd’s List Intelligence, un dipartimento della nota compagnia di assicurazioni londinese, che avendo polizze su quasi tutte queste barche da favola ha gli strumenti per monitorarle continuamente e dunque per sapere dove si trovano.
Tra i fuggitivi un posto di primo piano spetta a My Solaris di Roman Abramovich, il petroliere ormai “ex” proprietario del Chelsea Football Club: uno yacht costato 600 milioni di dollari, con un equipaggio di 60 persone, cabine per 30 ospiti, piscina, beach club all’aperto ed elicottero. Nei giorni in cui si prevedeva che stavano per arrivare le sanzioni, My Solaris è partito improvvisamente l’8 marzo da Barcellona dove si era fermato per riparazioni, ha aggirato Sardegna e Sicilia per poi fare tappa il 12 marzo a Tivat sulla costa del Montenegro, circumnavigare l’Egeo in acque internazionali intorno al 15 del mese, giorno in cui le sanzioni sono state annunciate e giungere a destinazione a Bodrum, in Turchia, il 21 marzo. Proprio d’accordo con la Turchia, Abramovich ha preso parte nel mese di marzo a un paio di sedute dei negoziati fra Russia e Ucraina, con un ruolo non ben definito di mediatore, per cui sperava forse di trovare nel porto turco un rifugio sicuro. Ma così non è stato. Ad attendere My Solaris c’erano dei gommoni noleggiati da rifugiati ucraini che sventolando la bandiera giallo-blu del proprio paese hanno contestato vivacemente la sua presenza. Perciò il 4 aprile lo yacht è ripartito, apparentemente dopo avere cambiato completamente equipaggio, per un altro porto turco, Yalikavak, dove è arrivato il 4 aprile e dove per il momento sembra non rischiare nulla, perché le autorità di Ankara hanno reso noto di non volersi unire alle sanzioni dell’Occidente.
Non a caso un paio di settimane prima in Turchia è arrivato un altro yacht di Abramovich, l’Eclipse, 700 milioni di dollari di valore, uno dei più grandi del mondo, con nove ponti, tre eliporti, un minisommergibile per tre persone con cui scappare in caso di attacco di qualunque tipo e perfino – si dice – un sistema di difesa antimissile e uno scudo laser per impedire di venire fotografato. Ormeggiato nell’isola caraibica di St. Marteen, un territorio olandese, è salpato frettolosamente alla notizia delle sanzioni, ha attraversato l’Atlantico, quindi il Mediterraneo lungo le coste dell’Algeria e infine è approdato a Marmaris, sulla cosiddetta Costa Turchese.
Ma non tutti considerano la Turchia un porto tranquillo in cui parcheggiare il proprio battello. Sea Rapsody, uno yacht dotato di cinema e palestra attribuito a Andrej Kostin, presidente della banca statale russa Vtb, pure lui nella lista delle sanzioni, ha lasciato Fethyie il 18 febbraio, facendo rotta prima verso l’Oman e poi per le isole Seychelles, dove è arrivato il 3 marzo e dove sarebbe tuttora. Un avanti e indietro sospetto nell’Oceano Indiano lo ha compiuto il superyacht Clio, di proprietà del miliardario russo Oleg Deripaska, considerato tra i più vicini a Putin: il 19 marzo è salpato dalle Maldive, ha fatto rotta sull’Oman, quindi ha cambiato idea puntando sull’India, a quel punto è tornato verso le Maldive e adesso naviga in direzione nord attraverso il Golfo di Aden. Almeno un’altra mezza dozzina di yacht, tra cui l’Ocean Victory di Viktor Rashnikov e il Nord di Aleksej Mordashov, sono ora ormeggiati alle Maldive: uno dei paesi che rifiutano di applicare le sanzioni contro i russi, anche perché dalla Russia proviene un’ampia percentuale del loro turismo di élite. Tre di questi yacht hanno oscurato la propria località, cambiato più volte la destinazione riportata e rimangono al confine tra le acque territoriali maldiviane e le acque internazionali, pronti a dileguarsi in caso di necessità. Madame Gu, uno yacht la cui proprietà è attribuita a Andrej Skoch, è invece andato a nascondersi a Dubai, che non partecipa alle sanzioni e che per questo nelle ultime settimane si è riempito di russi, arrivati con jet privati o piroscafi. Una scelta ancora più sicura è quella fatta da Graceful, un superyacht collegato a Vladimir Putin in persona, che in febbraio ha lasciato la costa della Germania ed è andato a ormeggiare a Kaliningrad, l’enclave russo sul mar Baltico. Mentre lo Scheherazade, un secondo yacht che apparterrebbe a Putin secondo indiscrezioni raccolte da Aleksej Navalny, il leader dell’opposizione recentemente condannato a 13 anni di carcere per presunta frode, dopo essere sopravvissuto a un tentativo di avvelenamento, lungo 140 metri, costo 700 milioni di dollari, è sotto osservazione in Italia nel porto di Marina di Carrara.
Questa è la stagione in cui i superyacht degli oligarchi russi farebbero rotta verso la Costa Azzurra o la Costa Smeralda. Invece sono impegnati in una grande fuga da un mare all’altro, da un porto all’altro, per non essere messi sotto sequestro dalle sanzioni occidentali. Ma non potranno fuggire per sempre. Queste imbarcazioni hanno bisogno di frequente manutenzione e di controlli che sono possibili soltanto nei grandi cantieri americani o europei. Non solo, anche altrove le aziende che potrebbero effettuare questi lavori sono poco interessate a farlo, perché temono che perfino i pagamenti vengano sequestrati nell’ambito delle sanzioni. Seppure fermi in porto, oltretutto, questi yacht hanno equipaggi di decine di persone e alti costi: con i conti bancari congelati, perfino gli oligarchi rischiano di avere problemi a pagare gli stipendi ai loro capitani e marinai. “La nostra linea di credito”, confida uno di essi alla Bbc, “è stata completamente tagliata”. La nave, nel suo caso, non va più da nessuna parte.