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Perché in Israele ci sono tanti attentati ultimamente?

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Tredici morti e decine e di feriti in poco più di una settimana: mentre inizia il Ramadan e si avvicina la Pasqua ebraica, la scia di violenze potrebbe portare a nuove elezioni e al ritorno al potere di Netanyahu
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Quattro attentati, tredici morti e decine e di feriti in poco più di una settimana. L’offensiva terroristica che ha colpito Israele è stata rivendicata per lo più da “simpatizzanti” dell’Isis ma ha ricevuto sostegno anche da Hamas, il partito islamico che governa la striscia palestinese autonoma di Gaza. Mentre inizia il Ramadan e si avvicina la Pasqua ebraica, l’ondata di violenza coincide con una crisi politica che potrebbe portare a nuove elezioni e al ritorno al potere di Benjamin Netanyahu. Ecco cosa sta succedendo in Israele e quali ripercussioni potrebbe avere nella regione e negli equilibri internazionali.

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Partiamo dalla fine: cosa è accaduto ieri a Tel Aviv?

Giovedì sera, all’inizio del weekend in Israele (dove la domenica è un giorno feriale), un uomo ha aperto il fuoco in un affollato pub sulla via Di…

Quattro attentati, tredici morti e decine e di feriti in poco più di una settimana. L’offensiva terroristica che ha colpito Israele è stata rivendicata per lo più da “simpatizzanti” dell’Isis ma ha ricevuto sostegno anche da Hamas, il partito islamico che governa la striscia palestinese autonoma di Gaza. Mentre inizia il Ramadan e si avvicina la Pasqua ebraica, l’ondata di violenza coincide con una crisi politica che potrebbe portare a nuove elezioni e al ritorno al potere di Benjamin Netanyahu. Ecco cosa sta succedendo in Israele e quali ripercussioni potrebbe avere nella regione e negli equilibri internazionali.

(reuters)

Partiamo dalla fine: cosa è accaduto ieri a Tel Aviv?

Giovedì sera, all’inizio del weekend in Israele (dove la domenica è un giorno feriale), un uomo ha aperto il fuoco in un affollato pub sulla via Dizingoff, l’arteria centrale della città, piena di ristoranti, caffè e locali notturni, uccidendo due persone e ferendone almeno altre otto, alcune delle quali ricoverate in ospedale in gravi condizioni. Sembra che il terrorista abbia agito da solo e che fuggendo abbia sparato anche verso altri locali. La caccia per prenderlo si è conclusa venerdì mattina, quando polizia e agenti dello Shin Beth, il servizio di sicurezza interno israeliano, lo hanno trovato vicino a una moschea a Jaffa, il sobborgo meridionale di Tel Aviv dove vive una comunità arabo-israeliana: il fuggitivo è rimasto ucciso in uno scambio di colpi.

Si sa chi fosse?

Per ora le autorità hanno reso noto che è un palestinese di 28 anni, residente a Jenin, una delle città nei territori autonomi della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, e che era entrato in Israele illegalmente, senza un regolare permesso.

L’attentato è stato rivendicato da qualcuno?

No. Ma Hamas, il movimento fondamentalista islamico da anni al potere a Gaza e con seguaci anche in Cisgiordania, ha espresso sostegno all’azione con queste parole attraverso un suo portavoce: “Il movimento di resistenza islamico Hamas benedice l’eroica operazione avvenuta nel cuore della cosiddetta Tel Aviv che ha colpito il sistema di sicurezza sionista e ha dimostrato la capacità del nostro popolo di fare del male all’occupazione”.

Quali altri attacchi terroristici ci sono stati nei giorni precedenti?

La settimana scorsa cinque israeliani sono stati uccisi da un attentatore palestinese che ha aperto il fuoco da bordo di una motocicletta a Bnei Brak, un sobborgo di Tel Aviv. Quarantottore ore prima due arabo-israeliani affiliati all’Isis avevano ucciso due israeliani diciannovenni che prestavano servizio nella polizia di frontiera nella città di Hadera, nel distretto di Haifa, 45 chilometri a nord di Tel Aviv, nelle vicinanze del confine con i territori palestinesi. Qualche giorno prima un beduino, appartenente a una delle minoranze non ebraiche di Israele, aveva fatto quattro vittime a Beersheva, una città nel sud del Paese: anche lui era un militante dell’Isis.

Tutto questo significa che il sedicente Stato islamico, sconfitto in Siria e in Iraq, rialza la testa nei territori palestinesi per attaccare Israele?

Per il momento sembra di no. Soltanto un pugno di palestinesi e arabo-israeliani sono stati identificati come seguaci dell’Isis e arrestati dal 2014, quando questo gruppo terroristico islamico è apparso in Medio Oriente. Mentre centinaia o migliaia di arabi da altre nazioni della regione si sono arruolati nell’Isis per combattere nella guerra civile in Siria, soltanto poche decine di arabo-israeliani o palestinesi lo hanno fatto. A 19 cittadini israeliani di origine araba identificati nelle file dell’Isis in Siria è stata revocata la cittadinanza israeliana. Alcuni hanno successivamente chiesto di tornare in Israele.

Chi sono allora i palestinesi o gli arabo-israeliani che hanno rivendicato per l’Isis gli attentati della settimana passata?

Probabilmente lupi solitari, giovani che si sono radicalizzati, identificandosi con l’Isis e traendo da esso ispirazione senza appartenere a un gruppo organizzato, anche se bisognerà aspettare che si completino le indagini sull’attentatore di Jenin per capirne di più: i servizi di sicurezza israeliani avrebbero certamente preferito prenderlo vivo per poterlo interrogare, ma raramente questo è possibile perché attacchi del genere tendono ad avere una missione suicida, sebbene il palestinese di Jenin che si è messo a sparare sulla via Dizingoff abbia tentato di fuggire e dunque di conservare la vita.

Il fatto che ci siano stati quattro attentati uno dopo l’altro con una dinamica simile in diverse parti di Israele non suggerisce la presenza di un gruppo organizzato?

Non necessariamente. L’esperienza del passato insegna che questi attacchi, anche in altri paesi, avvengono a ondate per il cosiddetto fenomeno del “copy-cat”, dell’imitazione di un gesto precedente. Ma anche se le indagini riveleranno che non c’erano contatti fra i vari attentatori, ciò non vuol dire che il fenomeno sia meno pericoloso: anche la prima Intifada palestinese, quella dei giovani che tiravano pietre, e in minor misura la seconda, quella dei kamikaze che si facevano saltare in aria nei bus e davanti alle discoteche, erano inizialmente nate come fenomeni spontanei, dunque in certo senso per imitazione o per contagio, finendo per rappresentare una tale minaccia per la sicurezza di Israele da portare ai negoziati di pace, dopo la prima Intifada, e alla rottura dei negoziati, dopo la seconda.

Perché Hamas ha “benedetto” l’attentato di Tel Aviv, pur senza rivendicarlo come proprio?

Anche qui bisogna vedere cosa produrranno le indagini: non si può escludere che Hamas sia coinvolta nell’attacco. Ma dare la sua approvazione all’attentato è un modo per metterci sopra il cappello, per cercare consenso tra i palestinesi che lo approvano. Fra i gruppi radicali islamici considerati come organizzazioni terroristiche da Stati Uniti e Unione Europea, come sono Hamas, la Jihad islamica, al Qaeda e l’Isis, c’è concorrenza e aspra rivalità, con accuse reciproche di non essere abbastanza radicali o talvolta di esserlo troppo. Hamas vide con preoccupazione la campagna di proselitismo di al Qaeda nei territori palestinesi. Sicuramente terrà gli occhi aperti per mantenere la leadership dell’opposizione a Israele, perlomeno nella striscia di Gaza, anche davanti all’offensiva dell’Isis, che sia o meno il prodotto di lupi solitari.

E come ha reagito l’Autorità Palestinese che governa la Cisgiordania?

Il suo presidente Mahmud Abbas, noto anche come Abu Mazen, ha emesso una non troppo aspra condanna degli attentati dei giorni scorsi. Attacchi che lo imbarazzano, nel momento in cui è ripreso un dialogo con il governo israeliano guidato dal premier Naftali Bennett, dopo un decennio di stasi durante il governo di Benjamin Netanyahu, anche se non si tratta di una ripresa dei negoziati di pace.

Quale è la preoccupazione principale di Israele di fronte a questi attacchi?

Che facciano salire la tensione nei territori palestinesi, proprio quando il governo di Gerusalemme ha intrapreso misure per cercare di mantenere la calma. Il momento in cui sono iniziati gli attacchi, il mese di digiuno del calendario islamico chiamato Ramadan, è lo stesso in cui lo scorso anno infuriò per due settimane la guerra a Gaza, cominciata con una rivolta a Gerusalemme Est contro la decisione della Corte Suprema israeliana di sgomberare alcuni residenti palestinesi, a cui fecero seguito attacchi con razzi da Gaza verso varie città israeliane, a cui risposero bombardamenti israeliani sulla striscia. In tredici giorni ci furono 15 morti e oltre 500 feriti tra gli israeliani, 248 morti e 1900 feriti tra i palestinesi. Per evitare il ripetersi di simili violenze, Israele aveva recentemente incrementato le misure di sicurezza ma anche intrapreso iniziative distensive, come la concessione di 20 mila permessi a palestinesi di Gaza per lavorare nello Stato ebraico.

Che conseguenze politiche può avere la nuova ondata di violenza sulla questione israelo-palestinese?

Rischia di congelare il dialogo tra il governo israeliano e l’Autorità Palestinese, un dialogo che per ora mira soltanto a migliorare le condizioni economiche dei palestinesi e in questo modo a garantire la sicurezza di Israele, ma che rappresenta comunque una svolta rispetto al periodo del governo Netanyahu.

Può avere conseguenze anche sulla politica israeliana?

Sì. L’attuale variegata coalizione di governo, che comprende partiti religiosi, di destra, di sinistra e per la prima volta nella storia di Israele anche un partito arabo, ha una maggioranza di appena un seggio, 61 a 59, alla Knesset, il parlamento dello Stato ebraico. O meglio, ce l’aveva: nei giorni scorsi un deputato ha lasciato la maggioranza per protesta per un provvedimento collegato alle norme della Pasqua ebraica. Per ora il governo naviga a vista, senza maggioranza, 60 a 60. Ma l’opposizione, guidata da Netanyahu, il cui partito ha comunque la maggioranza relativa, sta già facendo campagna per altre defezioni, mettere il governo in minoranza e provocare nuove elezioni: la sensazione che la sicurezza di Israele sia in pericolo è reale, perché da anni non avvenivano così tanti attentati, e sarebbe un elemento a favore di Netanyahu per tentare di riconquistare il potere. Tra l’altro proprio la presenza di un partito arabo nel governo potrebbe essere una delle molle che hanno ispirato gli attentatori: radicali evidentemente contrari all’idea che un partito che rappresenta gli arabi di Israele sia entrato a fare parte del governo con i partiti ebraici. Come sempre tanti tasselli agiscono nel puzzle della politica israeliana.

E ci saranno conseguenze anche su scala internazionale?

Una è che Israele, distratta dalla minaccia degli attentati, potrebbe essere meno impegnata nella mediazione avviata dal suo premier Bennett tra Russia e Ucraina per mettere fine alla guerra. Ma è anche possibile il contrario, che Bennett, per salvarsi politicamente in patria, moltiplichi gli sforzi per una mediazione che, se avesse successo, potrebbe riabilitarlo in vista di eventuali elezioni.