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Dall'Ucraina alla Cina. Perché oggi si rischia una guerra nucleare

L'esercitazione nucleare di Russia e Bielorussia il 19 febbraio, alla vigilia dell'invasione ucraina 
Intervista a Tatsujiro Suzuki, che insegna disarmo nucleare all'università di Nagasaki. "Con i trattati cancellati e il riarmo di Pechino il pericolo di un conflitto atomico oggi è più concreto che mai". Il tema affrontato alla Conferenza Amaldi ai Lincei
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“Un capo di Stato razionale non userebbe oggi le armi nucleari. Ma…”. C’è un grande “ma” nella spiegazione che dà Tatsujiro Suzuki della situazione attuale. Il vicedirettore del Research Center for Nuclear Weapons Abolition di Nagasaki, professore all'università della città, da un lato si impegna per preservare la memoria delle bombe del ’45, dall’altro lavora per avvicinarsi al disarmo oggi. A Roma ha appena portato la sua testimonianza alla XXII Conferenza Amaldi sul rischio nucleare e sul controllo degli armamenti, organizzata all’Accademia dei Lincei. 

Cosa si rischia oggi? 

“Oggi non ci sono negoziati sul disarmo. Le parti non conoscono esattamente gli arsenali altrui e non hanno i mezzi per interpretare le intenzioni degli avversari. Commettere un errore di valutazione delle mosse del rivale in questo scenario è facile”. 

Quale tipo di errore potrebbe porta…

“Un capo di Stato razionale non userebbe oggi le armi nucleari. Ma…”. C’è un grande “ma” nella spiegazione che dà Tatsujiro Suzuki della situazione attuale. Il vicedirettore del Research Center for Nuclear Weapons Abolition di Nagasaki, professore all'università della città, da un lato si impegna per preservare la memoria delle bombe del ’45, dall’altro lavora per avvicinarsi al disarmo oggi. A Roma ha appena portato la sua testimonianza alla XXII Conferenza Amaldi sul rischio nucleare e sul controllo degli armamenti, organizzata all’Accademia dei Lincei. 

Cosa si rischia oggi? 

“Oggi non ci sono negoziati sul disarmo. Le parti non conoscono esattamente gli arsenali altrui e non hanno i mezzi per interpretare le intenzioni degli avversari. Commettere un errore di valutazione delle mosse del rivale in questo scenario è facile”. 

Quale tipo di errore potrebbe portarci a un attacco nucleare? 

“Partiamo da una premessa. Usare le bombe nucleari oggi non è facile per nessuno, neanche per il presidente russo Putin. Né l’Ucraina può essere considerata un buon motivo per farlo. E’ più facile che vengano usate armi chimiche o biologiche”. 

Parliamo sempre di un interlocutore razionale?

“La strategia russa, enunciata nel 2020, prevede l’uso di un’arma atomica in caso di minaccia esistenziale. In cosa consista questa minaccia, in effetti, spetta a Putin definirlo. E il capo del Cremlino ha affermato che l’Ucraina sta sviluppando un programma di armi chimiche e nucleari. Questo è falso, ma il fatto che lui lo creda potrebbe dargli un motivo per lanciare un’escalation”. 

Cosa farebbe la Nato in caso di uso dell’atomica? Magari di un’arma tattica, di piccole dimensioni? 

“La Nato non ha l’obbligo di rispondere a un attacco nucleare contro l’Ucraina ed è probabile che rinunci a contrattaccare. La mia paura è piuttosto un’altra. In un clima così teso, ogni errore e ogni incomprensione possono portare a una guerra nucleare. L’anno scorso abbiamo disegnato 25 casi di guerra atomica nell’Asia del Nord Est. Circa la metà di essi prevedevano un attacco che non era intenzionale, ma scaturito da una cattiva interpretazione dei segnali dell’avversario”. 

Cosa può accadere per esempio? 

“Ci sono missili che possono essere usati sia con bombe convenzionali che con testate nucleari. Alcuni, come quelli a medio raggio, furono banditi dall’Europa grazie ai negoziati di Usa e Urss negli anni ’80, ma ora il trattato non è più in vigore. In più abbiamo I missili ipersonici, che dalla Russia possono raggiungere gli Stati Uniti in una decina di minuti senza essere intercettati e possono ugualmente montare i due tipi di testate. Dispiegarne uno, o semplicemente spostarlo, può far credere all’avversario di voler portare un attacco nucleare”. 

Lei lavora a Nagasaki. Sembra che la memoria delle due bombe del ’45 abbia smesso di fare paura? 

“Gli Hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche, oggi hanno un’età media di 82 anni. Le loro voci si stanno affievolendo ed è nostro dovere far sì che le nuove generazioni non dimentichino quanto avvenuto. La crisi attuale ci sta ricordando che il rischio nucleare non è svanito”. 

In Europa dove sono le testate nucleari? 

“In Italia, Germania, Olanda e Turchia. Ma non sono missili, sono ordigni che hanno bisogno di trasporto aereo, che è più lento e non passa inosservato. Per questo sono considerati meno rischiosi”. 

Quanto è completa la conoscenza delle atomiche altrui da parte di Stati Uniti e Russia? 

“In passato era piuttosto buona. Quando c’erano negoziati in corso, era facile per un paese sapere quali armi avevano i rivali e quali erano i loro programmi. Oggi non abbiamo alcun negoziato. Ci si affida a satelliti e intelligence, ma quando non si parla è più facile sbagliare. Ogni semplice movimento di materiale può essere interpretato come un segnale pericoloso”. 

Parliamo sempre di Stati Uniti e Russia. Ma cosa accade in Cina? 

“La Cina sta ampliando il suo arsenale atomico. Al momento si stima che abbia 350 testate. Fonti del Pentagono sostengono che arriverà a mille nei prossimi 10 o 20 anni. Russia e Stati Uniti ne hanno attualmente 6-7mila a testa. Il rischio di una guerra atomica in Asia al momento è basso, ma la penisola coreana e lo stretto di Taiwan sono zone sensibili, dove la situazione può infiammarsi rapidamente. La Cina comunque è l’unico paese che ha espressamente dichiarato che non userà un’atomica per prima”. 

Pechino non è coinvolta in alcun negoziato? 

“No, nessuno. Il Giappone chiede con insistenza che vengano avviati negoziati cui possano partecipare anche il nostro Paese e la Corea del Sud. Vorremmo che almeno fosse installato un telefono rosso per evitare incidenti”.   

Ci può raccontare uno degli scenari che avete tracciato nel vostro lavoro dell’anno scorso?
“La Corea del Nord diventa sempre più povera e prima di ritrovarsi sull’orlo del baratro lancia un attacco nucleare per ottenere l’attenzione internazionale. Fra i suoi bersagli possono rientrare la Corea del Sud, le basi militari del Giappone o perfino l’isola di Guam”. 

Il Giappone finirà con l’abbandonare la sua politica dei tre “no” al nucleare: non produrre, non possedere e non ospitare armi atomiche? 

“Non credo, anche se c’è un’ala conservatrice che vorrebbe ospitare queste armi sul nostro territorio. Sostiene che se l’Ucraina fosse stata munita di atomiche, non avrebbe subito alcun attacco. Crede che avere una bomba in casa voglia dire deterrenza, mentre invece si traduce in maggior rischio. Ma è una posizione che mira solo a rompere un tabù, perché comunque il Giappone è sotto l’ombrello americano, né gli Usa accetterebbero di portare le loro testate in Giappone”.