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Il primo ministro Imran Khan sfiduciato, il Pakistan verso nuove elezioni

Imran Kahn, primo ministro uscente del Pakistan (reuters)
È la prima volta nei 75 anni di storia del Paese asiatico. Tra le ragioni della caduta dell'ex campione di cricket divenuto premier, una gravissima crisi economica. E la fine del sostegno dei militari, veri burattinai del potere
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CHENNAI. Alla fine non ce l’ha fatta. Le aveva provate tutte per restare aggrappato al potere. Ha sciolto il Parlamento violando la Costituzione e urlando “al complotto!” mentre sventolava un dispaccio diplomatico che, secondo lui, dimostrava ingerenze americane nella politica del Pakistan. Ha tenuto duro di fronte all’evidenza dell’emorragia di dozzine di deputati verso l’opposizione. Ha persino lodato l’acerrimo nemico oltre il confine, l’India, per la sua capacità di resistere alle pressioni americane, sperando in un aiuto dell’ultima ora. Niente da fare.

La Corte suprema pakistana, dopo continui rinvii, sabato gli ha intimato di riaprire il Parlamento che si è riunito immediatamente ed ha tenuto una seduta-maratona che è finita nelle ore piccole di domenica mattina. L’esito era scontato: Imran Khan, l’ex star internazionale del cricket divenuto primo ministro nel 2018, ha perso la maggioranza e…

CHENNAI. Alla fine non ce l’ha fatta. Le aveva provate tutte per restare aggrappato al potere. Ha sciolto il Parlamento violando la Costituzione e urlando “al complotto!” mentre sventolava un dispaccio diplomatico che, secondo lui, dimostrava ingerenze americane nella politica del Pakistan. Ha tenuto duro di fronte all’evidenza dell’emorragia di dozzine di deputati verso l’opposizione. Ha persino lodato l’acerrimo nemico oltre il confine, l’India, per la sua capacità di resistere alle pressioni americane, sperando in un aiuto dell’ultima ora. Niente da fare.

La Corte suprema pakistana, dopo continui rinvii, sabato gli ha intimato di riaprire il Parlamento che si è riunito immediatamente ed ha tenuto una seduta-maratona che è finita nelle ore piccole di domenica mattina. L’esito era scontato: Imran Khan, l’ex star internazionale del cricket divenuto primo ministro nel 2018, ha perso la maggioranza e il suo governo è stato spedito a casa. È un segnale importante perché Khan in questi ultimi anni aveva allontanato sempre più il Pakistan dall’Occidente, spingendo il Paese a una dipendenza economica e strategica sempre più forte dalla Cina e a legami più stretti con la Russia. È una prima pedina del mondo multipolare agognato da Vladimir Putin e Xi Jinping che implode.

Peshawar: la lettura dei giornali che annunciano la sfiducia al premier (ansa)

L’inflazione a due cifre per tre anni di fila, l’enorme indebitamento pubblico e la spaccatura con i potenti generali, veri burattinai del potere in Pakistan da decenni, si sono sommati a una crisi politica che ha messo sottosopra il Paese per settimane. E non è finita, perché le elezioni preannunciano una stagione elettorale di fuoco, nei prossimi mesi.

L’instabilità politica non è una novità, qui. Dalla sua nascita, 75 anni fa, fino ad oggi, nessun premier di questa nazione nucleare, seconda al mondo per popolazione musulmana, è stato in grado di arrivare a fine legislatura. Eppure, nessuno prima d’ora era stato mandato a casa con la sfiducia, con 174 voti contro, due più della maggioranza semplice obbligatoria.

Ora gli occhi sono puntati sul leader dell’opposizione, Shehbaz Sharif, fratello dell’ex premier Nawaz Sharif, in prigione per corruzione: “Ci siamo finalmente liberati di una crisi grave,” ha dichiarato Sharif, “il Paese è in una situazione seria per colpa della pessima amministrazione del governo di Imran Khan. Dalla paralisi della burocrazia, alle sfide della politica estera, fino all’economia a pezzi, il caos regna sovrano”. Viene dato per certo che Sharif verrà eletto come sostituto del premier uscente nel voto di questo lunedì. Resterebbe come premier ad interim fino alle prossime elezioni, che non è stato ancora stabilito se saranno anticipate ai prossimi mesi o se si terranno a fine legislatura, nell’ottobre del 2023. Ma non è detto che il caos sia finito, perché Khan ha chiesto ai sostenitori di scendere in piazza con proteste di massa per rifiutare questo “governo d’importazione,” sempre in riferimento alle presunte ingerenze americane.

Quali le cause di questa crisi? Khan, dichiarando che non riconoscerà il nuovo governo, dice che è colpa di un complotto americano dovuto al suo rifiuto di assoggettarsi a Washington nella politica verso Russia e Cina. Ha più volte accusato i partiti all’opposizione di essere manovrati da “potenze straniere.” Gli Stati Uniti hanno sempre negato le accuse, e Khan non ha mai prodotto evidenze di queste affermazioni.

La realtà è che Khan si è inimicato l’esercito e il temibile servizio segreto pakistano, che lo avevano sostenuto quando si presentò agli elettori come politico carismatico pieno di speranze dopo lunghi anni di tentativi elettorali falliti. Chiaramente, le posizioni troppo indipendenti di Khan nei confronti di Russia e soprattutto della Cina non hanno fatto piacere agli uomini in uniforme che comandano davvero in Pakistan. Soprattutto per la pessima gestione economica. Difatti c’è un’altra chiave di lettura che sta emergendo, nell’interpretare le profonde crisi che hanno colpito la leadership sia in Pakistan che nello Sri Lanka, altro Paese filocinese e filorusso.

Non è a Washington che bisogna cercare il colpevole, ma a Pechino, considerati gli enormi progetti di infrastruttura finanziati dai debiti della Via della seta. La pessima gestione dei prestiti del Fondo monetario internazionale che ha elargito 13 finanziamenti in 30 anni, gran parte interrotti a metà perché il Pakistan non adempiva alle condizioni, è risaputa. Anche il recente prestito del Fmi di sei miliardi di dollari è stato sospeso per gli stessi motivi e Khan si è rivolto dunque alla Cina per puntellare l’economia. Ma Pechino ha accettato solo con termini molto onerosi per il Pakistan, diventando di fatto l’ultima spiaggia, e trasformando il Pakistan nel suo Stato-cliente, dopo che anche l’Arabia Saudita si è rifiutata di venire in soccorso.

Di recente, Imran Khan ha chiesto alla Cina un'altra dilazione del pagamento di un debito di 4,2 miliardi di dollari, da trasformare in “credito commerciale.” Mentre la Cina acconsentiva, anche con un po’ di frustrazione, Khan ha chiesto, disperato, di raddoppiare il limite di credito. Quindi, l’interpretazione più plausibile, invece che cercare improbabili vendette di Washington per il voto filorusso in sede Onu, va trovata nella scelta di Pechino, di concerto con i militari, di scaricare Khan e consentire un nuovo avvicendamento alla guida del Paese per una gestione più competente di un’economia allo sfascio, in una regione dove già lo Sri Lanka e Myanmar stanno sprofondando verso la fame in ampi settori della popolazione.