✕

I timori di Bruxelles per la crisi in Ucraina, ma il sorpasso svanito rassicura i partner

Ascolta l'audio

Dal patto di stabilità all’esercito comune: con Macron l’agenda della Ue prosegue senza scossoni
2 minuti di lettura

BRUXELLES - «Un sospiro di sollievo». Almeno per ora. Nei palazzi di Bruxelles i risultati del primo turno delle elezioni francesi sono stati letti con qualcosa di più della soddisfazione. Con la consapevolezza di aver scampato un pericolo gigantesco: la “Frexit” e la sostanziale fine dell’Unione europea.

Una vittoria di Marine Le Pen, infatti, da giorni era diventata il primo incubo della Commissione e di quasi tutti i leader dei 27. La leader del Rassemblement National, infatti, viene considerata la bomba innescata sotto l’edificio europeo. Il suo arrivo all’Eliseo farebbe esplodere quell’ordigno. E ormai la formula “Frexit” nell’ultimo mese non era più usata come un paradosso. Ma come una possibilità. Indecente ma concreta.

Così ieri tutto il gruppo dirigente della Commissione e del Parlamento europeo ha seguito lo spoglio delle schede con una certa apprensione. E poi i primi exit poll s…

BRUXELLES - «Un sospiro di sollievo». Almeno per ora. Nei palazzi di Bruxelles i risultati del primo turno delle elezioni francesi sono stati letti con qualcosa di più della soddisfazione. Con la consapevolezza di aver scampato un pericolo gigantesco: la “Frexit” e la sostanziale fine dell’Unione europea.

Una vittoria di Marine Le Pen, infatti, da giorni era diventata il primo incubo della Commissione e di quasi tutti i leader dei 27. La leader del Rassemblement National, infatti, viene considerata la bomba innescata sotto l’edificio europeo. Il suo arrivo all’Eliseo farebbe esplodere quell’ordigno. E ormai la formula “Frexit” nell’ultimo mese non era più usata come un paradosso. Ma come una possibilità. Indecente ma concreta.

Così ieri tutto il gruppo dirigente della Commissione e del Parlamento europeo ha seguito lo spoglio delle schede con una certa apprensione. E poi i primi exit poll sono stati una sorta di liberazione. Del resto, prima della partenza per Kiev, la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen aveva lasciato un canale aperto proprio per informare dell’iniziativa il presidente francese.

A fine marzo, in occasione dell’ultimo vertice della Nato e della riunione del Consiglio europeo, quasi tutti i capi di stato e di governo — chi era presente raccontava che solo l’ungherese sovranista Orbán si era astenuto — avevano rivolto un caloroso in bocca al lupo al collega. Compreso il presidente americano Biden. Segno che la competizione d’Oltralpe stava assumendo un valore che trascendeva e tuttora trascende i confini nazionali.

Sono almeno tre mesi che quasi tutti i principali dossier all’esame dell’Unione europea sono in “stand by”, in attesa che si chiuda questa pratica elettorale. Il confronto sulla riforma e sull’ulteriore sospensione del Patto di Stabilità, ad esempio, è stato di fatto congelato. Quali saranno le regole finanziarie per il prossimo futuro si possono stabilire solo se le tre grandi capitali (Berlino, Parigi e Roma) sono nella pienezza dei loro poteri.

Esattamente la stessa frenata è stata impressa alla discussione su come sviluppare il primo nucleo dell’esercito comune europeo. Anche l’ipotesi di prorogare di un anno la Conferenza sul futuro dell’Europa che dovrebbe concludere i suoi lavori il prossimo mese, è stata per ora accantonata proprio per capire se l’Unione possa avere ancora una prospettiva dopo le elezioni francesi. Insomma, il pericolo Le Pen era stato preso molto sul serio.

E in questo quadro, ovviamente, un ruolo fondamentale lo ha assunto la guerra in Ucraina. La candidata del Rassemblement National, infatti, è un ammiratrice di Vladimir Putin. Un sentimento che ha cercato di edulcorare negli ultimi giorni di campagna elettorale. Ma alla fine le sue dichiarazioni a favore di una alleanza con il presidente russo e di un’uscita dalla Nato sono rimaste stampate nella memoria di tutti i vertici di Bruxelles. Quelle promesse sono state giudicate la premessa per uscire dall’euro e dall’Ue.

Esattamente come la Gran Bretagna. Con una conseguenza in più: il fronte occidentale a favore dell’Ucraina e contro Mosca si incrinerebbe in maniera irreversibile. La vittoria dei partiti sovranisti aprirebbe la strada ad una nuova stagione di influenza russa — e quindi anche cinese — sul Vecchio Continente.

Quindi, sebbene in maniera prudente e non ufficiale, tutti e tre i “presidenti europei”, Von der leyen (commissione) Michel (Consiglio) e Metsola (Parlamento), hanno cercato in questi giorni di sostenere gli sforzi di Macron. Certo, la partita non è ancora chiusa. Il ballottaggio che si terrà tra due settimane resta comuque una sfida ad alta tensione. Eppure sulle scrivanie di tutte le linee di comando di Bruxelles sono arrivati risultati e analisi che vengono valutati con fiducia. Soprattutto in relazione al «ridimensionamento» — questa è la parola più utilizzata — del bacino elettorale della destra che sembra fermarsi complessivamente sulla soglia del 30 per cento.

E le dichiarazioni del capo della sinistra radicale Mélenchon che ha invitato a non votare Le Pen, sono state accolte come una chance positiva. Il potenziale voto per Macron si allarga, quello per il Rassemblement National rimane fermo. Il 24 aprile, dunque, i francesi sceglieranno non solo l’inquilino dell’Eliseo ma — come ripetono nei Palazzi europei — anche il destino dell’Unione europea