Sofiya, Olena e Svitlana: le donne di Mariupol prigioniere in Russia
dalla nostra inviata Brunella Giovara , dalla nostra inviata Brunella GiovaraKIEV - Il racconto arriva da Jaroslavl, una bellissima città a nord di Mosca, con un centro storico che è patrimonio Unesco dal 2005. Ma Svitlana V., ucraina di 40 anni e cittadina di Mariupol, non vive tra le meravigliose cupole d’oro e i giardini affacciati sul Volga. Vive in un grande capannone in periferia assieme a centinaia di cittadini “salvati” dai russi a Mariupol, ma la parola giusta è deportati. Liudmyla Denysova, commissaria ai Diritti umani del Parlamento ucraino, denuncia da settimane la situazione di queste persone, portate via a forza non solo dal sud del Paese. Secondo i suoi conti, finora 615 mila ucraini – e 117 mila sono bambini – sono stati trasferiti oltre frontiera contro la loro volontà. Prigionieri, dunque.
E dalle parole di Svitlana, arrivate attraverso un parente a cui ha scritto su Telegram, si capiscono alcune cose importanti. Ad esempio, che i russi sono poveri, cioè non in grado di o…
KIEV - Il racconto arriva da Jaroslavl, una bellissima città a nord di Mosca, con un centro storico che è patrimonio Unesco dal 2005. Ma Svitlana V., ucraina di 40 anni e cittadina di Mariupol, non vive tra le meravigliose cupole d’oro e i giardini affacciati sul Volga. Vive in un grande capannone in periferia assieme a centinaia di cittadini “salvati” dai russi a Mariupol, ma la parola giusta è deportati. Liudmyla Denysova, commissaria ai Diritti umani del Parlamento ucraino, denuncia da settimane la situazione di queste persone, portate via a forza non solo dal sud del Paese. Secondo i suoi conti, finora 615 mila ucraini – e 117 mila sono bambini – sono stati trasferiti oltre frontiera contro la loro volontà. Prigionieri, dunque.
E dalle parole di Svitlana, arrivate attraverso un parente a cui ha scritto su Telegram, si capiscono alcune cose importanti. Ad esempio, che i russi sono poveri, cioè non in grado di ospitare a lungo una tale massa di persone, oppure completamente insensibili alle esigenze minime, o forse entrambe le cose. Ad esempio, “mancano le medicine. Ce ne sono pochissime, se ti ammali è un grande rischio. Il medico somministra personalmente i farmaci, che sono contati: se hai bisogno delle gocce per il naso, vai da lui e lui te le mette. Se hai bisogno di una pastiglia contro il mal di testa, apri la bocca e lui te la posa sulla lingua”. Ma è “ancora una fortuna che ci sia un medico, anche se uno solo per centinaia di persone. La mia amica Laura, però, ha ottenuto la richiesta per una radiografia per sua madre anziana, che è stata portata via con lei”.
Un grande gruppo di donne, queste di Mariupol, che ha dovuto lasciare la città il 14 marzo, in lacrime, madri figlie e vicine, Sofiya, Antonina, Olena, rastrellate nelle case e nelle strade dai soldati “della Repubblica di Donetsk, che ci hanno tirate fuori a forza dal rifugio sotterraneo in cui stavamo da 6 giorni”. Parla Svitlana, ma parla a nome di tutte, “il giorno 13 sulle nostre case volavano sette elicotteri, e ci bombardavano, le pareti hanno iniziato a sgretolarsi. La mattina dopo i soldati hanno bucato il soffitto e ci hanno estratte una a una, ci hanno portate con i carri in una specie di rifugio, poi caricate sugli autobus fino a Dokuchaievsk, e qui siamo state messe in una scuola”.
Lì sono rimaste tre notti, “e ci hanno anche dato da mangiare, oltre ai vestiti. Calze, mutande, tutta roba usata, ma noi eravamo con i vestiti che avevamo addosso al momento della cattura, niente altro”. Poi è cominciato il lungo viaggio attraverso la frontiera e su, fino alla splendente Jaroslavl, di cui le donne di Mariupol non hanno visto niente. Mille e 519 chilometri da casa, senza sapere quando e se mai torneranno, a casa.
“Ci hanno detto che ci trasferivano a Taganrog, e lì siamo arrivate”, in una città nella regione di Rostov, affacciata sul Mar d’Azov. Prima della guerra, ci si poteva visitare la casa natale di Cechov, e anche quella di Cajkovskij, ora non più. “Eravamo in un enorme padiglione di un grande centro sportivo, con migliaia di letti pieghevoli, tutti occupati da altri ucraini. Una notte e un giorno siamo rimaste lì. Ci hanno dato da mangiare e abbiamo fatto la doccia. Poi, siamo risalite sugli autobus, erano le otto di sera, e ci hanno portate alla stazione. Era pronto un treno speciale con 13 vagoni, ma era già pieno. Il viaggio è durato un giorno e mezzo, ci hanno dato biscotti e anche alcolici. Poi siamo arrivati a Jaroslavl”. Sulla banchina, “c’erano molti giornalisti, telecamere e fotografi che ci hanno ripreso, mentre camminavamo verso altri autobus. Volevano intervistarci, ma noi eravamo distrutte dalla stanchezza, e poi i soldati ci spingevano verso gli autobus”. Da qui ad alcune pensioni, tra cui una “che si chiama Sosnovy Bor, dove siamo state qualche tempo. Siamo state aiutate dalla gente del posto e da alcuni volontari, che ci hanno regalato vestiti portati da casa, un po’ di sapone e di shampoo”.
Ma i farmaci non li hanno, quindi “si può anche morire, se sei cardiopatico, o diabetico. Chiedo al doktor, risponde che le medicine sono finite e lui non può farci niente, è molto semplice. Un uomo del paese ci ha portato dei farmaci al checkpoint, ma non l’hanno lasciato passare. Li ha lasciati lì, eravamo preoccupate che andassero persi. Poi ci hanno detto che erano stati portati dal direttore della struttura, e se tutto era ok, ce li avrebbero consegnati. Stiamo aspettando”. E ci sono altre domande, e paure, che accompagnano la prigionia di queste persone: quanto tempo dobbiamo stare qui? Cosa faranno di noi? E cosa sta succedendo a Mariupol, ai nostri parenti? “Quasi tutti hanno il passaporto, ce li hanno chiesti alla registrazione d’ingresso del campo, quando ci hanno interrogati uno a uno per sapere chi siamo, che lavoro facciamo, chi è la nostra famiglia e dove si trova, cosa fanno gli uomini, se sono combattenti. Un giorno di interrogatori ciascuna, con più funzionari. Ma cosa vogliono sapere da noi? Siamo solo povere donne”.
Il cellulare, la cosa più preziosa che c’è di questi tempi, “ce lo hanno lasciato. Ma sono tutti scarichi, e ci vuole molto tempo per caricarli, e c’è una lunga fila. Poi, bisogna trovare la linea. E spesso dall’altra parte non risponde nessuno. I nostri messaggi restano appesi nel vuoto”. L’angoscia del non sapere, e delle ultime immagini della loro città, vista attraverso i finestrini dell’autobus che le stava portando oltre frontiera: “Eravamo su una specie di autostrada, e in quel momento abbiamo sentito l’esplosione. L’autobus ha rallentato, poi si è fermato. E noi abbiamo visto partire i razzi russi che puntavano oltre le nostre spalle. Piangevamo tutte, perché quei missili stavano volando verso Mariupol, a distruggere le nostre case, a uccidere i nostri cari”.