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Le stazioni del dolore in guerra

La "via dolorosa" ha le sue tappe, le sue stazioni; e ha soprattutto le sue immagini, i suoi quadri. Il racconto, nel rito, si ripete per rivivere, per commemorare un dolore altrui, remoto. Un uomo che è prossimo alla morte, un uomo che è caricato di una croce, un uomo che cade
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Un bunker a Popasna, Donbass,14 aprile 2022. Foto Ronaldo Schemidt / Afp 

La "via dolorosa" ha le sue tappe, le sue stazioni; e ha soprattutto le sue immagini, i suoi quadri. Il racconto, nel rito, si ripete per rivivere, per commemorare un dolore altrui, remoto. Un uomo che è prossimo alla morte, un uomo che è caricato di una croce, un uomo che cade. Un corpo senza vita che viene sepolto. Il percorso che chiamiamo Via Crucis, ha scritto Susan Sontag, si cristallizza per commuovere, ammonire, ispirare. Chiede di essere guardato. Ci chiede: riuscite a guardare? Ci provoca. Così le fotografie terribili di una catastrofe umana ci costringono in una posizione di scivoloso voyeurismo. C’è viltà nel distogliere lo sguardo? C’è il rischio di assuefazione nel tenerlo fisso?


Le stazioni della via Crucis di questi cinquanta giorni di g…

Un bunker a Popasna, Donbass,14 aprile 2022. Foto Ronaldo Schemidt / Afp 

La "via dolorosa" ha le sue tappe, le sue stazioni; e ha soprattutto le sue immagini, i suoi quadri. Il racconto, nel rito, si ripete per rivivere, per commemorare un dolore altrui, remoto. Un uomo che è prossimo alla morte, un uomo che è caricato di una croce, un uomo che cade. Un corpo senza vita che viene sepolto. Il percorso che chiamiamo Via Crucis, ha scritto Susan Sontag, si cristallizza per commuovere, ammonire, ispirare. Chiede di essere guardato. Ci chiede: riuscite a guardare? Ci provoca. Così le fotografie terribili di una catastrofe umana ci costringono in una posizione di scivoloso voyeurismo. C’è viltà nel distogliere lo sguardo? C’è il rischio di assuefazione nel tenerlo fisso?


Le stazioni della via Crucis di questi cinquanta giorni di guerra non sono quattordici come nel racconto rituale, sono già centinaia, migliaia. Si sovrappongono, si ripetono. Qualche volta si cancellano. È necessario un immenso sforzo, intellettuale ed emotivo a un tempo, per sentire qualcosa - oltre l’informazione in sé, "inutile", per certi versi "indecente". Le immagini, belle e terrificanti, belle proprio perché terrificanti, rischiano di produrre una pietà distratta? L’eventuale obbligo, l’auto-imposizione morale di sostenere la vista dell’orrore, cambia il nostro rapporto con il dolore degli altri? Le domande di Sontag risultano ancora decisive.

E in un tempo che confonde la linea fra vero e falso, che addita il vero provando a svelarne il presunto inganno, supponendo che sia "fiction", Valentyn sulla carriola che lo porta via; Larysa che piange stringendo il pane; la madre del soldato Dmytro, Mater dolorosa, che si dispera; Muzyka che indica i nomi dei morti incisi sulla parete di un seminterrato, impressionante calendario del dolore, luttuoso conteggio dei sommersi; o l’altra madre che fugge con suo figlio - intanto - sono reali. La loro verità, fissata da questi scatti, è l’inizio e la fine di ogni discorso, è l’unica dignità possibile che non può essere violata, perfino dove è violata la vita.