Incrociatore Moskva: da Trafalgar a Pearl Harbour, quando le navi affondate hanno segnato una svolta nelle guerre
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniLONDRA - "Affondato!": un annuncio trionfale e tragico, come sa chiunque abbia anche soltanto giocato da bambino a battaglia navale con una matita e un quaderno a quadretti. "La più grande perdita navale dalla Seconda guerra mondiale", definizione che il settimanale Economist dà stamane dell'affondamento dell'incrociatore russo Moskva, riflette questo momento estatico per chi lo vanta e drammatico per chi lo subisce.
LONDRA - "Affondato!": un annuncio trionfale e tragico, come sa chiunque abbia anche soltanto giocato da bambino a battaglia navale con una matita e un quaderno a quadretti. "La più grande perdita navale dalla Seconda guerra mondiale", definizione che il settimanale Economist dà stamane dell'affondamento dell'incrociatore russo Moskva, riflette questo momento estatico per chi lo vanta e drammatico per chi lo subisce.
Quando i greci fermarono i persiani a Salamina
Nella battaglia di Salamina, il 23 settembre del 480 avanti Cristo, la lega panellenica comandata da Temistocle sconfisse la flotta di re Serse I di Persia che mirava a conquistare la Grecia e ci aveva già provato per via di terra in quello stesso mese ma era stato rallentato nella battaglia delle Termopili. Nonostante l'inferiorità numerica, un sotterfugio di Temistocle cambiò le sorti dello scontro navale: accecata dalla fiducia in una facile vittoria, la flotta persiana si lasciò attirare nello stretto di Salamina, tra la città di Atene e l'isola omonima, un tratto di mare angusto, inadatto alle manovre delle massicce navi di Serse, che subirono una sconfitta devastante, con l'affondamento di oltre 300 vascelli. Perduta la flotta, essenza vitale del suo esercito, dopo un paio di battaglie su terra l'anno successivo l'Impero persiano rinunciò definitivamente a qualsiasi tentativo di conquistare l'entroterra greco.
Il tramonto di Cleopatra e l'alba dell'Impero Romano
Ad Azio, un promontorio della Grecia occidentale, il 2 settembre del 31 avanti Cristo si svolse una battaglia navale che concluse la guerra civile tra Cesare Ottaviano e Marco Antonio, quest'ultimo alleato del regno d'Egitto di Cleopatra. La vittoria della flotta di Ottaviano, guidata con abilità da Marco Agrippa, fu in parteo dovuta alla decisione di Marco Antonio di lasciarsi convincere da Cleopatra a rinunciare al combattimento e a fuggire con il tesoro del suo esercito verso l'Egitto con una parte delle navi. Risultò nella cattura o distruzione di 400 navi nella morte di 5 mila uomini della flotta di Marco Antonio e nella resa di tutto il suo esercito, a cui Ottaviano aveva promesso salva la vita. La vittoria su Antonio e Cleopatra fece di Ottaviano il primo imperatore di Roma, aprendo le porte all'era dell'Impero, che sarebbe durato dal 27 avanti Cristo al 395 dopo Cristo.
L'alleanza cristiana blocca l'Impero Ottomano a Lepanto
A Lepanto, una località costiera della Grecia occidentale, il 7 ottobre 1751, un'alleanza cristiana denominata la Lega Santa, composta principalmente da navi dell'Impero spagnolo (compresi il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia), della Repubblica di Venezia, dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova, del Cavalieri di Malta, del Ducato di Savoia e di altri ducati italiani, inflissero una pesante sconfitta alla flotta musulmana dell'Impero Ottomano. Nell'epica battaglia tra si affrontarono 28 mila soldati, 13 mila marinai e ben 43 mila rematori, a bordo di 204 galee con 1815 cannoni da parte cristiana, contro 34 mila soldati, 13 mila marinai e 41 mila rematori, a bordo di 216 galee e 120 navi più piccole, con un totale di 750 cannoni, da parte ottomana. I cristiani persero 7500 uomini e 17 navi. I turchi persero 30 mila uomini tra morti, feriti e catturati, 50 navi vennero affondate, 137 furono catturate. La scarsa coesione tra i vincitori permise agli sconfitti di rialzare la testa. Un anno dopo la battaglia di Lepanto, il Sultano accolse a Costantinopoli (l'odierna Istanbul) l'ambasciatore veneziano con queste parole: "Gli infedeli mi hanno bruciacchiato la barba, ma ricrescerà". L'Impero Ottomano ricostruì in fretta la flotta, ma non riuscì a riconquistare una vera supremazia del Mediterraneo. Le nuove navi turche erano state ricostruite così rapidamente, in effetti, che a Venezia si diceva: "Bastano 70 galee ben armate per distruggere questa flotta fatta con legname marcio e cannoni mal fusi".
La disfatta dell'Invincibile Armata
Soprannominata l'Invincibile Armata, una flotta di 130 unità, di cui 65 galeoni, e 30 mila uomini fu approntata dal re di Spagna Filippo II nel 1587 per contrastare la crescente potenza marittimo-commerciale dell'Inghilterra e mettere fine a un conflitto non dichiarato che veniva combattuto da anni con atti di pirateria da entrambe le parti. L'attacco all'Inghilterra avvenne l'anno seguente. Gli spagnoli, i cui equipaggi erano molto preparati nel corpo a corpo, usavano ancora il vecchio sistema di abbordare le navi nemiche per conquistarle, come a Lepanto sedici anni prima, ma la flotta inglese, che aveva navi più piccole, leggere e tecnologicamente superiori (come la Revenge, armata di 36 cannoni e comandata da sir Francis Drake, un capitano corsaro che si era messo al servizio della Corona), bombardava il nemico senza permettergli di avvicinarsi abbastanza per lanciare i suoi grappini ed effettuare l'abbordaggio. Per l'Invincibile Armata, guidata da un comandante giovane e poco esperto, fu una disfatta: costretta a fuggire, più volte inseguita, perse 56 navi ed ebbe più di 20 mila morti. L'Inghilterra di Elisabetta I dominava i mari.
Il trionfo inglese e l'inizio della fine per Napoleone
La battaglia di Trafalgar, il 21 ottobre 1805, vide una flotta di ventisette vascelli britannici, sotto il comando dell'ammiraglio Horatio Nelson a bordo della Victory, impegnati contro trentatré navi da guerra franco-spagnole al largo della costa sud-occidentale della Spagna, in prossimità del capo omonimo. La tattica rivoluzionaria di Nelson, attaccare il nemico con due colonne perpendicolari invece di disporsi parallelamente all'avversario come era la norma per massimizzare il volume di fuoco, risultò nell'affondamento di ben ventidue navi di franco-spagnole senza che andasse perduta una sola nave britannica. Anche se Nelson fu ferito a morte da un colpo di moschetto restò in vita abbastanza da essere informato della vittoria, che affermò definitivamente la supremazia inglese sui mari, riassunta dal verso "Britannia rules the waves" (la Gran Bretagna domina le one) di una famosa canzone patriottica del 1740 diventata quasi un inno nazionale per gli inglesi, e che ebbe un peso fondamentale nelle guerre napoleoniche, avviando per l'Imperatore francese un declino che si sarebbe concluso dieci anni dopo con la sconfitta di Waterloo.
La miccia della guerra russo-giapponese
La battaglia di Port Arthur diede inizio alla guerra russo-giapponese, in cui i due imperi si affrontarono per il predominio dell'Estremo Oriente, e aprì anche una nuova epoca per le battaglie navali: quella delle grandi navi da guerra corazzate e a motore. Cercando di avere un porto libero dai ghiacci nel Pacifico settentrionale, la Russia aveva affittato dalla Cina una base navale situata a Porth Arthur, in Manciuria. La Marina imperiale del Giappone, giudicando l'iniziativa come una sfida alla propria influenza nella regione, lanciò un ingente attacco notturno a sorpresa, tra l'8 e il 9 febbraio 1904, con 6 corazzate, 9 incrociatori e 15 cacciatorpediniere. In porto c'erano 8 corazzate e 5 incrociatori russi. Ma l'ammiraglio giapponese Togo, falsamente informato che i russi erano in stato d'allerta, non volle rischiare le sue preziose navi contro l'artiglieria costiera e dunque trattenne al largo la flotta principale. L'attacco sostanzialmente fallì, i cacciatorpediniere giapponesi avanzarono individualmente invece che in gruppo, soltanto tre dei loro siluri colpirono il bersaglio. Sette navi russe furono seriamente danneggiate, con 150 morti. In sostanza fu un nulla di fatto. Ma la guerra contribuì alla Rivoluzione russa del 1905 e i giapponesi meditarono sull'importanza dell'elemento sorpresa per attaccare in porto una flotta nemica: ci avrebbero riprovato, con diverso risultato, quarant'anni dopo.
I siluri e le mine della Prima guerra mondiale
Una nave può essere affondata a cannonate, ma l'avvento delle corazzate rende le marine militari di tutto il mondo vulnerabili in particolar modo ai siluri e alle mine. Nella Prima guerra mondiale, a partire dal 1915 e ancora di più dopo il 1917, il governo tedesco ordinò una guerra sottomarina indiscriminata: i suoi sommergibili U-Boot potevano affondare non solo navi militari ma qualsiasi mercantile battente la bandiera di un paese nemico, senza alcun preavviso. L'attacco più letale fu l'affondamento del transatlantico britannico Lusitania, il 7 maggio 1915, al largo dell'Irlanda, colpito dai siluri di un U-20. Morirono 1201 passeggeri, tra cui 128 cittadini americani. Ma l'episodio rafforzò la decisione degli Stati Uniti, presa appena poche settimane prima, di entrare in guerra, in parte provocata proprio dagli attacchi tedeschi ai mercantili che attraversavano l'Atlantico tra Inghilterra e Usa, un fatto che spostò a favore degli Alleati le sorti del conflitto. In questo genere di battaglie navali va ricordata anche l'impresa di due marinai italiani, Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, che l'1 novembre 1918 minarono la corazzata austriaca Viribus nel porto di Pola: scoperti e catturati, informarono l'equipaggio che la nave sarebbe affondata ma non vennero creduti. Poco dopo le mine esplosero, la corazzata si capovolse e affondò, con gravi perdite umane. I due marinai ricevettero la medaglia d'oro al valor militare. Durante il fascismo Rossetti, esule in Francia, fu tra i fondatori del movimento Giustizia e Libertà.
Il giorno dell'infamia a Pearl Harbour
In una delle battaglie più importanti della Seconda guerra mondiale, il 7 dicembre 1941 una flotta di sei portaerei giapponesi appoggiate da corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere, attaccò a sorpresa il porto americano di Pearl Harbour, un porto militare alle isole Hawaii, ancora prima che Tokyo pronunciasse la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti. Le perdite giapponesi furono minime, quelle americane ingenti: 5 corazzate e 2 cacciatorpediniere affondate, altre navi gravemente danneggiate, 188 aerei distrutti e 155 danneggiati, 2403 morti e1247 feriti. Definito dal presidente Roosevelt come "il giorno dell'infamia", l'attacco permise al Giappone il momentaneo controllo del Pacifico, ma provocò l'ingresso in guerra degli Stati Uniti e un forte sentimento di riprovazione verso il Giappone nell'opinione pubblica americana. Di fatto mise le basi della vittoria alleata contro il nazifascismo ed ebbe probabilmente un peso anche nella decisione di sganciare due bombe atomiche sul Giappone per terminare la guerra in Oriente.
L'affondamento del Belgrano alle Falkland
Provocata nel 1982 dall'occupazione di alcune isole britanniche nel Pacifico meridionale da parte dell'Argentina, all'epoca governata da una giunta di generali, la guerra delle Falkland (chiamate Malvine e rivendicate come proprie da Buenos Aires) vide il governo di Margaret Thatcher formare una squadra di 111 navi e spedirla a riconquistare l'arcipelago. L'operazione ebbe successo in appena due mesi e mezzo. Tra i fatti più clamorosi della campagna inglese rientra l'affondamento dell'incrociatore argentino Belgrano, colpito il 2 maggio dal sottomarino a propulsione nucleare Conqueror con due siluri: i razzi esplosero alle 16 locali, allagando la sala caldaie e facendo saltare un deposito di munizioni, un'ora più tardi l'incrociatore affondò. Dei quasi mille membri dell'equipaggio, 323 persero la vita. Le conseguenze della guerra furono profonde: in Argentina fece crescere il dissenso contro la dittatura militare, avviandola alla caduta e all'avvento della democrazia; nel Regno Unito creò un'ondata di patriottismo, ridando forza al governo Thatcher e facendo guadagnare al primo ministro l'etichetta di "lady di ferro", armata della quale lanciò una serie di privatizzazioni che cambiarono radicalmente il suo Paese.
Cosa aspettarsi dall'affondamento della Moskva
L'affondamento dell'incrociatore russi può avere due conseguenze per la guerra in corso in Ucraina, secondo gli esperti di affari militari: maggiori difficoltà militari per la Russia e una escalation del conflitto. Interpellato dalla Bbc, commenta il professor Michael Petersen, direttore del Russia Maritime Studies Institute allo US Naval War College, uno dei massimi esperti occidentali sulla marina russa: "Non conosciamo ancora tutti i dettagli ma sembra proprio che l'Ucraina abbia realizzato una significativa vittoria in mare, carica di valore simbolico e anche valore militare. La Moskva è l'ammiraglia della flotta russa nel mar Nero, il simbolo del potere navale di Mosca nella regione. Dal punto di vista simbolico, l'attacco dimostra che, pur avendo perso la maggior parte delle sue forze navali con l'annessione della Crimea nel 2014 e nella guerra attualmente in corso, gli ucraini sono ancora capaci di colpire la flotta russa in un modo che ferisce fortemente Mosca. Ma questa azione può avere anche un concreto valore militare, perché ora la Marina russa potrebbe sentirsi costretta a operare più al largo delle coste ucraine e ciò può condizionare la sua capacità di dare sostegno alle truppe russe a terra nella fascia costiera. Credo che la Russia d'ora in poi ci penserà due volte prima di avvicinarsi alla costa".
Una vittoria con un così forte valore simbolico, equivalente ad affondare o mettere fuori combattimento un incrociatore, la nave più importante della flotta nemica, può tuttavia avere anche un effetto di escalation sul conflitto. Umiliato da un avversario militarmente più debole, mentre comincia la grande battaglia del Donbass, Vladimir Putin e il suo nuovo comandante delle forze russe impegnate nell'invasione, il generale Aleksandr Dvronikov, soprannominato "il macellaio della Siria" per le sue precedenti esperienze, potrebbero decidere di rispondere alzando il livello dello scontro, con bombardamenti ancora più massicci delle città, a partire da Odessa, finora solo parzialmente messa nel mirino, o ricorrendo alle armi chimiche, il timore più volte espresso dai leader occidentali.
"Ora temiamo una risposta sulla nostra città, c'è un'alta probabilità di attacchi missilistici nella nostra area", dichiara infatti Sergej Bratchuk, portavoce dell'amministrazione di Odessa. Se poi risultasse che i missili che hanno colpito la Moskva non fossero ucraini, ma forniti dalla Nato all'Ucraina, questo sarebbe uno dei tre scenari (gli altri sono un attacco russo a un convoglio di armi occidentale o appunto l'uso di armi chimiche da parte di Mosca) che potrebbe portare a un diretto coinvolgimento dell'Alleanza Atlantica nella guerra. In ogni caso, per il momento, dopo avere respinto l'attacco russo verso Kiev, l'Ucraina può vantarsi di avere dato un pugno sul naso a Putin anche in mare. Di avere vinto la sua prima battaglia navale.