La foto del giorno

La ricerca della felicità

Ospedale di Kiev, una giovane donna cerca di distrarre la bambina ricoverata. Non può parlarle di quello che c'è fuori, perché fuori la speranza non c'è

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Ospedale Ohmatdyt di Kiev, Ucraina. Foto EPA/Roman Pilipey
Ospedale Ohmatdyt di Kiev, Ucraina. Foto EPA/Roman Pilipey 
Il lessico di guerra è attivo anche in tempo di pace. Senza farci caso, parliamo o scriviamo usando parole come fronte, battaglia, esercito. Ci riferiamo ad altro, ma i termini sono gli stessi delle cronache dall’Ucraina. Il cortocircuito diventa più evidente se dico, con un’espressione convenzionale molto utilizzata nei media nel corso della pandemia, che un ospedale è una trincea. Lo si dice sia nella prospettiva di chi cura, sia in quella di chi è curato. E spesso assimiliamo il decorso di una malattia a una guerra. Ma è una metafora discutibile.

Davanti a questa fotografia che arriva dall’ospedale Ohmatdyt di Kiev, penso che le metafore qualche volta si polverizzano nel reale. E lo penso davanti a un’altra foto, che è difficile guardare e arriva dall’ospedale di Dnipro e ritrae una bambina ferita, sopravvissuta all'attacco missilistico alla stazione di Kramatorsk l'8 aprile scorso. La trincea e l’ospedale non entrano in una relazione simbolica, ma si sovrappongono, fino a coincidere. La giovane donna che cerca di distrarre la bambina ricoverata lo fa nella più difficile delle condizioni: quella in cui il "fuori" non consente ancora di sperare. Allora deve, con quel gesto lieve, con quell’alzare le braccia, supporre che la realtà non è solo quella che si vede - dentro l’ospedale e fuori dall’ospedale. Deve fidarsi dell’invisibile, ed è qualcosa che si impara solo dai bambini.