L'agonia di Mariupol, difesa a oltranza con migliaia di civili intrappolati in città
dal nostro inviato Paolo Brera , dal nostro inviato Paolo BreraKIEV – Gli ultimi giorni, forse le ultime ore di Mariupol sono una lenta agonia che strappa il cuore. La crudeltà con cui si infligge la caduta di una città in cui ci sono ancora centomila abitanti intrappolati da un mese senza acqua corrente e senza cibo resterà nella storia insieme al coraggio di coloro che la stanno difendendo a oltranza, senza volersi o potersi arrendere perché rischierebbero di essere uccisi comunque, e sapendo che solo un miracolo potrebbe salvarli.
Ci sono forse duemila soldati asserragliati nella grande acciaieria Azovstal, tra esercito e guardia nazionale. Ci sono i superstiti del reggimento Azov, il raggruppamento militare di ispirazione di estrema destra che è il nemico pubblico numero uno per i russi perché accusato di crimini contro l’umanità e di avere torturato i prigionieri nella guerra del Donbass; ci sono i superstiti della 36esima brigata di Marina, il cui comandante Baranyuk Vladim…
KIEV – Gli ultimi giorni, forse le ultime ore di Mariupol sono una lenta agonia che strappa il cuore. La crudeltà con cui si infligge la caduta di una città in cui ci sono ancora centomila abitanti intrappolati da un mese senza acqua corrente e senza cibo resterà nella storia insieme al coraggio di coloro che la stanno difendendo a oltranza, senza volersi o potersi arrendere perché rischierebbero di essere uccisi comunque, e sapendo che solo un miracolo potrebbe salvarli.
Ci sono forse duemila soldati asserragliati nella grande acciaieria Azovstal, tra esercito e guardia nazionale. Ci sono i superstiti del reggimento Azov, il raggruppamento militare di ispirazione di estrema destra che è il nemico pubblico numero uno per i russi perché accusato di crimini contro l’umanità e di avere torturato i prigionieri nella guerra del Donbass; ci sono i superstiti della 36esima brigata di Marina, il cui comandante Baranyuk Vladimir Anatolyevich sarebbe stato ucciso durante un tentativo di rompere l’assedio: i filorussi dicono di averne trovato il corpo. Ci sarebbero volontari e mercenari di diverse nazionalità, quattrocento sarebbero stranieri secondo notizie di fonte russa impossibili da verificare. E ci sarebbero anche civili, intrappolati insieme ai difensori nascosti nelle viscere dell'acciaieria. Anche su questo punto le uniche notizie sono ad alto tasso di possibile falsità.
“Mariupol resiste ma non esiste più”, dice il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba. Ormai è chiaro che gli ucraini rimasti con un fucile in mano nell’acciaieria non hanno intenzione di arrendersi. Hanno lasciato cadere l’ultimatum imposto dagli aggressori, e continuano strenuamente a difendersi. Stanarli non è semplice. Per tutto il giorno gli invasori hanno pesantemente attaccato le loro postazioni con l’artiglieria pesante e con gli aerei, ma la grandezza dell’acciaieria e le sue infinite strutture e gallerie sotterranee è una rete di protezione difficile da scalfire con le armi convenzionali.
Potrebbero volerci molti giorni, se gli invasori non utilizzeranno armi chimiche vietate. Ma in un caso o nell’altro, lo strazio della strage che si è compiuta e si va completando rischierebbe di seppellire anche l’ipotesi di negoziare la fine di questa guerra disastrosa, perché di fronte a un’ecatombe commessa si alzerebbe ancora la posta rendendo impossibile qualunque accordo.
Così Mariupol è sempre più la chiave di questo conflitto. La resistenza dei difensori impegna gli invasori ritardando la fase due dell’avanzata nel Donbass e nel sud, ma rende ancora più difficile la via negoziale per il governo ucraino e avvelena ulteriormente un paese già infuriato per la violenza subita dai russi. Senza contare la vera tragedia: quelle decine di migliaia di civili che non sanno più come fare a sopravvivere tra i muri sgretolati e le bombe continue. Come se fossero una variabile ininfluente in un progetto più grande, sono gli ostaggi di una follia che li sta decimando mentre il mondo osserva impotente e incapace persino di imporre corridoi umanitari efficaci.
La città di Mariupol non è "ancora caduta" perché i soldati che la difendono "combatteranno fino alla fine", ha detto il premier ucraino, Denys Smihal. Ma la città è ormai assediata, più volte circondata, i rifornimenti sono sempre più difficili. Mosca ha bisogno di ottenere il suo primo obiettivo strategico, la conquista della città che prese per un mese e poi perse nel 2014 subendo l'umiliazione di una sconfitta militare. Il bottino è anche la distruzione dei “nazisti”, i soldati di Azov che sono parte di questo obiettivo strategico che il Cremlino potrebbe vantare con i russi. Ma in realtà li sta rendendo martiri, e l’agonia della città è una tragedia epica che verrà raccontata nei libri e nei film non per l'ideologia politica delle vittime ma per lo strazio inflitto dall’esercito russo: oppressore, non liberatore.