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Kharkiv, l'architetto che ora aiuta gli anziani soli: "Date all'Ucraina meno pannolini e più armi"

Bombe su Kharkiv (agf)

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Olha Kleitman ha messo da parte il suo mestiere e lavora con una ong. "Non ho paura - dice - perché so che chi resta qui si rende necessario, e secondo me è più facile vivere così che lasciando la città”
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ODESSA - Nella foto che vedete, l’architetto Olha Kleitman sorride. E cosa c’è da sorridere, a Kharkiv? Niente, visto che questa città vive sotto i missili da due mesi, che giusto martedì hanno distrutto altri edifici civili, e danneggiato un’altra volta la chiesa della Trasfigurazione, dove peraltro c’erano alcuni cittadini rifugiati, proprio lì dentro.

L’architetto Olha Kleitman 


“Ormai ci siamo abituati, non sentiamo neanche più gli allarmi, che sono continui. Viviamo alla giornata. Sopravviviamo, anzi”. Così sopravvive Kharkiv, seconda città dell’Ucraina dopo la capitale, che una volta aveva un milione e mezzo di abitanti, e adesso molti meno. Una piccola Kiev, si diceva un tempo, per eleganza, palazzi, stile di vita. Non è più la stessa.


Perciò una pacifica profe…

ODESSA - Nella foto che vedete, l’architetto Olha Kleitman sorride. E cosa c’è da sorridere, a Kharkiv? Niente, visto che questa città vive sotto i missili da due mesi, che giusto martedì hanno distrutto altri edifici civili, e danneggiato un’altra volta la chiesa della Trasfigurazione, dove peraltro c’erano alcuni cittadini rifugiati, proprio lì dentro.

L’architetto Olha Kleitman 


“Ormai ci siamo abituati, non sentiamo neanche più gli allarmi, che sono continui. Viviamo alla giornata. Sopravviviamo, anzi”. Così sopravvive Kharkiv, seconda città dell’Ucraina dopo la capitale, che una volta aveva un milione e mezzo di abitanti, e adesso molti meno. Una piccola Kiev, si diceva un tempo, per eleganza, palazzi, stile di vita. Non è più la stessa.


Perciò una pacifica professionista di 53 anni come è Olha ha dimenticato il suo mestiere, designer, paesaggista, creatrice di giardini e parchi come è il Sarjeen Jar, al momento risparmiato dalle bombe. “Un progetto che ha vinto molti premi, ero così contenta...”. Oggi chiede armi, senza giri di parole, “perché la guerra noi la vinciamo con quelle. Mandateci armi pesanti. E meno Pampers, più fucili”. Naturalmente, anche “i pannolini servono, ma non ci aiutano a vincere la guerra. Io spero che questo messaggio venga capito in Italia”, ed è lo stesso appello che fa il presidente Volodymyr Zelensky, ogni giorno che passa.

Migliaia di ucraini lo chiedono, ci sono più domande di arruolamento che armi disponibili, e continuano i corsi per imparare a sparare. Sei una casalinga? Puoi ben imparare a tenere in mano un fucile. “Questa ultima settimana è stata molto dura per noi di Kharkiv, attacchi continui di artiglieria e di rockets”, il fischio insopportabile dei missili che poi vanno a bersaglio. “Non c’è mai tregua. Le autorità ci hanno detto di stare al riparo, di uscire il minimo indispensabile. Ma i nostri volontari devono uscire allo scoperto, per portarci il cibo. Così, continuano a farlo, con gli elmetti e i giubbotti antiproiettile”. Olha coordina un gruppo di persone che ha scelto di restare in città, aiutando ovunque è possibile e soprattutto il loro ospizio temporaneo per anziani e disabili soli.


Spiega che “il nostro sistema di assistenza sociale è ormai distrutto, molti assistenti sociali se ne sono andati da tempo, e di conseguenza molte persone bisognose di assistenza sono rimaste bloccate nelle loro case”. Alcuni giovani - i figli - sono morti, o se ne sono dovuti andare per mettere in salvo i bambini, l’ultima generazione dell’Ucraina che servirà a ricominciare daccapo, una volta finita la guerra. “Io ho quattro figli, la più grande è da tempo a Parigi, i tre più piccoli li ho portati da parenti a Leopoli, poi sono tornata indietro”.


Chiuso per forza di cose lo studio Sbm, “eravamo 10 architetti e 10 ingegneri, una realtà media”, ha cominciato a lavorare per Trough the war, ong che si occupa soprattutto di donne incinte, mamme di neonati, anziani, disabili. “Li aiutiamo a passare incolumi attraverso la guerra, questo è lo scopo”, possibilmente con un sorriso, che è quello della foto. “Stavamo ripulendo l’ostello della gioventù che abbiamo trasformato in ospizio. Era molto sporco, quel giorno ero contenta perché ce l’avevamo fatta a ripulire, tutto era pronto per accogliere gli ospiti”.



E non è stato semplice andare a prenderli uno a uno, senza ambulanze, che sono riservate ai feriti che vengono portati in un ospedale peraltro molto danneggiato nel raid del 25 marzo. E sistemarli quindi sdraiati sui sedili posteriori di un’auto, e poi trasportarli in barella (un telo robusto, con quattro maniglie) fino all’ospizio. Diciassette persone, nessuna in grado di camminare, sono ora ricoverate in questa palazzina. Un altro centinaio viene assistito a casa, “portiamo cibo caldo due volte al giorno, puliamo gli appartamenti, forniamo assistenza medica continua, e le terapie”. I diciassette erano i casi più gravi, non li si poteva lasciare soli in casa. “Quanti siamo? Trenta, e siamo presenti 24 ore su 24. Divisi in tre turni, tra cucina, medici e infermieri, c’è anche un gruppo di volontari americani che ci aiuta”.


Avete paura? Lei, Olha, ha paura? “No, perché so che chi resta qui si rende necessario, e secondo me è più facile vivere restando qui, che lasciando la città”. Qui c’è uno scopo, e per quello scopo “ci siamo abituati al rumore dei bombardamenti. Ogni giorno, ogni notte. Non ci spaventiamo neanche più. Abbiamo paura di non riuscire a dare l’adeguata assistenza, temiamo la mancanza di medici e farmaci. Ad esempio, oggi abbiamo il caso di un uomo che ha bisogno di chemioterapia. Dobbiamo risolvere il problema, e non c’è molto tempo”.

C’è un altro modo di aiutare, ed è quello di raccogliere fondi “che serviranno a comprare nuovi sistemi di protezione per i nostri combattenti. Giubbotti antiproiettile, sistemi di video monitoring, visori notturni. Li compriamo online in America e Europa, poi ce li facciamo spedire in Polonia, e da lì attraversano la frontiera fino a Leopoli, poi fino a qui”. E  arrivano? “Certo. Devono arrivare a ogni costo. Vede, i russi sono troppo numerosi, troppo superiori a noi come forze in campo. Vogliamo che i nostri soldati abbiano un equipaggiamento adeguato a prevenire i loro attacchi. I russi sono dieci volte i nostri, ed erano preparati ad attaccare. Noi invece siamo una nazione pacifica, e non sapevamo che stavano per attaccarci. Abbiamo uno spirito combattivo e siamo coraggiosi, ma capisce che, senza armi sufficienti…”.



Una sola notizia positiva, ed è ”l’attuale arretramento del fronte. I russi si sono spostati più a nord, le mando una mappa dove si vede in verde la nostra posizione, e un’ampia terra di nessuno colorata in azzurro, poi vede le posizioni del nemico… È un nemico che batteremo, io ne sono così sicura”.