Verrebbe facile, facilissimo ironizzare su queste due persone in tuta che posano davanti a un carro armato distrutto nel villaggio di Rusaniv, regione di Kiev. Verrebbe altrettanto facile fare sociologia alla buona. In verità, è tutto molto elementare, molto comprensibile. E chiunque puntasse il dito con stizza, con riprovazione, dovrebbe riconoscere che in questo scatto c’è anche un segno di vita, un rozzo, patetico, ma umanissimo segno di vita. Siamo vivi, nonostante questo rottame alle nostre spalle! Siamo vivi nonostante la guerra! E allora tanto vale fare i turisti. "La contemplazione del mondo in chiave turistica - mi ha detto di recente una delle maggiori scrittrici europee, Yasmina Reza, a proposito del suo ultimo romanzo, "Serge" - è l’essenza stessa della nostra epoca.
Tutti quelli che, nel mondo, hanno avuto accesso a un certo tenore di vita sono turisti.
Non ci si può escludere da questa categoria. Il turismo comprende anche chi si crede estraneo al fenomeno. Tutto si è adeguato alle esigenze di questa nuova umanità in cerca di sensazioni. I paesaggi, le usanze, il cibo, l’habitat, tutto. Tutto è un "sito". Compresi i luoghi delle tragedie, il cui vantaggio è che sono luoghi in cui possiamo sentirci pieni di compassione, per così dire 'al di sopra del male'".