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Ecco perché il Regno Unito ha la posizione più dura contro la Russia. E come cambia la strategia di Londra

Il premier Boris Johnson con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Kiev
 
Dopo le schermaglie fra Mosca e il sottosegretario alla Difesa britannico James Heappey, oggi parla la ministra degli Esteri Liz Truss. L'invito all'Occidente è a imparare la "lezione della guerra"
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LONDRA – L’Occidente deve “imparare le lezioni” della guerra in Ucraina e adottare “un nuovo approccio” alla sicurezza globale, puntando su una più forte deterrenza, più grande cooperazione economica e più strette alleanze. È il messaggio che lancia oggi a Londra la ministra degli Esteri britannica Liz Truss, affermando che il conflitto deve diventare un “catalizzatore”, con una “ripartenza” che cambi il modo in cui i paesi occidentali affrontano le aggressioni come quella odierna della Russia.

Il suo intervento arriva all’indomani di una escalation almeno a parole con Mosca, con il sottosegretario alla Difesa britannico James Heappey che ha definito “pienamente legittimo” il bombardamento di obiettivi militari in territorio russo con armi fornite all’Ucraina dal Regno Unito e il Cremlino che ha reagito minacciando di “colpire i centri decisionali occidentali a …

LONDRA – L’Occidente deve “imparare le lezioni” della guerra in Ucraina e adottare “un nuovo approccio” alla sicurezza globale, puntando su una più forte deterrenza, più grande cooperazione economica e più strette alleanze. È il messaggio che lancia oggi a Londra la ministra degli Esteri britannica Liz Truss, affermando che il conflitto deve diventare un “catalizzatore”, con una “ripartenza” che cambi il modo in cui i paesi occidentali affrontano le aggressioni come quella odierna della Russia.

Il suo intervento arriva all’indomani di una escalation almeno a parole con Mosca, con il sottosegretario alla Difesa britannico James Heappey che ha definito “pienamente legittimo” il bombardamento di obiettivi militari in territorio russo con armi fornite all’Ucraina dal Regno Unito e il Cremlino che ha reagito minacciando di “colpire i centri decisionali occidentali a Kiev” o addirittura i paesi della Nato da cui partono gli aiuti militari per l’Ucraina: e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov che evoca lo spettro di “una terza guerra mondiale”. Il governo di Boris Johnson sembra avere assunto la leadership dell’Occidente al fianco degli Stati Uniti, e certamente il ruolo più determinato in Europa, per rispondere all’invasione russa in Ucraina e più in generale all’offensiva antioccidentale di Vladimir Putin. Ecco perché e con quali possibili conseguenze.

Innanzitutto, cosa dice la ministra degli Esteri britannica Truss nel suo discorso?

“Diciamo la verità, in Ucraina è fallita l’architettura disegnata per garantire la pace e la stabilità”: Truss comincia così. Poi afferma che è necessario “un nuovo approccio che mescoli sicurezza militare ed economica, costruisca alleanze globali più forti e in cui le nazioni del mondo libero siano più assertive e fiduciose”, definendo tutto ciò “il ritorno della geopolitica”. Quindi ammonisce che il destino dell’Ucraina è “ancora in bilico”, avverte che se Putin ha successo con l’invasione ci saranno altri gravi problemi in Europa e in tutto il pianeta, ed esorta l’Occidente a essere pronto a un confronto a lungo termine con Mosca, aumentando gli aiuti militari a Kiev: “Armi pesanti, carri armati, aerei”. A ciò aggiunge la richiesta di sanzioni più severe contro la Russia e maggiore impegno verso i rifugiati ucraini. Riassumendo: “Il nostro nuovo approccio deve basarsi su tre aree, forza militare, sicurezza economica e più profonde alleanze globali. Vogliamo vivere in un mondo in cui le nazioni libere sono assertive e in ascesa e dove gli aggressori vengono contenuti. Nel lungo termine il premio sarà una nuova era di pace, sicurezza, prosperità”.

Suona come un “manifesto” per una sfida democratica al totalitarismo su scala mondiale, ben oltre l’Ucraina. Ci sono precedenti del genere?

Viene in mente la guerra al terrorismo lanciata da George W. Bush dopo l’attacco all’America dell’11 settembre 2001. Anche allora la Gran Bretagna assunse un ruolo di primo piano, con il governo di Tony Blair che diede pieno sostegno all’idea di non solo difendersi dal terrorismo ma cercare di diffondere la democrazia, anche attraverso interventi militari, come avvenne in Afghanistan e in Iraq. Bush coniò il termine “asse del male”, citando Iraq, Iran e Corea del Nord come i paesi che più lo rappresentavano. In Afghanistan, come è noto, dopo vent’anni di guerra le forze americane e della Nato si sono ritirate l’estate scorsa, con il ritorno al potere dei Talebani. In Iraq, secondo un recente giudizio di Blair, il risultato è ancora aperto. Un precedente più remoto è lo slogan del presidente Reagan nei primi anni Ottanta, che descriveva l’Unione Sovietica come “l’impero del male”. E prima ancora naturalmente c’è stata la guerra fredda, simboleggiata dalla frase di Churchill sulla “cortina di ferro scesa da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico”.

Perché proprio il Regno Unito sta guidando la sfida alla Russia nel contesto della guerra in Ucraina?

Per almeno tre ragioni. La prima è che è stato forse il paese occidentale più messo direttamente nel mirino dalla Russia negli ultimi vent’anni, con due attacchi con armi non convenzionali in territorio britannico, l’assassinio con polonio radioattivo dell’ex-agente russo Aleksandr Litvinenko nel 2006 e l’attentato con il gas nervino contro l’ex-spia russa Sergei Skripal nel 2018, oltre a un’intesa attività spionistica e di attacchi cibernetici, incluse manipolazioni dei social media durante la campagna per il referendum sulla Brexit.

Una seconda ragione è che, proprio come conseguenza della Brexit, Boris Johnson ha rivendicato per il Regno Unito un rinato ruolo globale negli affari mondiali, riproponendo in una chiave diversa le ambizioni e le responsabilità che Londra aveva avuto nel Novecento finché è esistito l’Impero britannico e fino a quando, dalla Seconda guerra mondiale, è stata sostituita in questo ruolo di leadership occidentale dagli Stati Uniti. E una terza possibile ragione è di natura politica più spicciola e domestica: in difficoltà in politica interna, per la multa che ha ricevuto per i party illegali a Downing Street durante i lockdown per la pandemia, minacciato di sfiducia e dimissioni perfino da una parte del proprio partito, un pericolo che potrebbe crescere se come predicono i sondaggi i conservatori subiranno una pesante sconfitta alle elezioni amministrative del 5 maggio, il primo ministro cerca una rivincita che lo rilanci in politica estera. Non a caso è stato il primo leader del G7 a visitare Kiev.

Ma come mai è la ministra degli Esteri Truss, non lo stesso Johnson, a lanciare questo discorso sulla “ripartenza” dell’Occidente nella sfida globale al totalitarismo?

Da un certo punto di vista è normale che spetti a lei pronunciarlo, come titolare del Foreign Office, ovvero del ministero degli Esteri britannico. Paradossalmente, tuttavia, anche la crisi domestica del premier può avere spinto Truss a prendere la parola, come del resto aveva già fatto nelle scorse settimane, con una combattiva visita a Mosca e forti dichiarazioni contro l’invasione. Infatti la ministra degli Esteri è in prima fila tra i contendenti per il posto di premier, se Johnson dovesse dimettersi, specie ora che il ministro del Tesoro Rishi Sunak, dato per favorito dai sondaggi, si è screditato con lo scandalo delle esenzioni fiscali della moglie milionaria ed è stato a sua volta multato per i party illegali. Liz Truss, in sostanza, vuole mettersi in vista. Il suo attivismo ha contribuito a fare dichiarare al Cremlino che il Regno Unito “cerca di strangolare la Russia” a mettere al bando Johnson, Truss e altri ministri, vietandone l’ingresso in territorio russo.

Che conseguenze a breve termine ci saranno per il programma annunciato da Liz Truss?

Più aiuti militari all’Ucraina da parte occidentale, anche se dietro questa iniziativa ci sono più gli Stati Uniti, con la missione dei giorni scorsi a Kiev e in Europa del segretario di Stato Blinken e del segretario alla Difesa Austin, che hanno appunto concordato con i ministri di altri 40 paesi un maggiore impegno militare per permettere all’Ucraina di “vincere la guerra”.

E quali conseguenze si possono intravedere a lungo termine?

Anche in una più lunga prospettiva il discorso della ministra degli Esteri britannica segue il solco tracciato dall’America, con il Summit delle Democrazie organizzato dal presidente Biden nel dicembre scorso, a cui hanno partecipato 111 paesi, e con il discorso in Polonia dello stesso Biden un mese fa, in cui il presidente ha annunciato un ruolo più attivo degli Stati Uniti negli affari mondiali dopo i quattro anni di “disimpegno” durante l’amministrazione Trump, avvertendo che “questa battaglia non sarà vinta in giorni o mesi” ma porterà “a un futuro migliore basato sulla democrazia e sui diritti”. Un discorso con echi delle parole di John Kennedy nel 1963, “sono un berlinese”, e di Ronald Reagan nel 1987, a Berlino, “abbattete quel muro”.