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L'intervista al ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov: "Con l'Ucraina un accordo ci sarà, ma sulla base dei risultati delle ostilità"

Il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov (afp)
Il responsabile della politica estera spiega a "Pervyj Kanal" il punto di vista di Mosca su come si è arrivati all'attuale crisi in Ucraina, elenca gli obiettivi del Cremlino, e dice: "Per colpa dell'approccio dell'America sui trattati c'è ora il rischio di una guerra nucleare. Con il Regno Unito spinge Zelensky a posizioni sempre più dure"
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Qui di seguito riproduciamo alcuni stralci dell’intervista rilasciata il 25 aprile dal ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov al programma "Il Grande Gioco" in onda sulla tv russa "Pervyj Kanal" pubblicata sul sito del ministero degli Esteri russo a questo link

Sono sicuro che molto di quello che si dice a Washington non si inquadri nella Sua idea di bellezza e realtà. Ma penso che sia d'accordo con una dichiarazione del presidente Joe Biden: è importante evitare una terza guerra mondiale.  Bisogna rendersi conto del pericolo esistente.

Ben noto a Lei, l’importantissimo politologo americano ad Harvard (ex viceministro della Difesa) G. Ellison,  afferma che in termini di livello di pericolo, la situazione attuale non sia inferiore alla crisi dei missili di Cuba del 1962. Forse anche più pericolosa, perché le "regole del gioco" sono meno chiare e c’è più sfiducia recip…

Qui di seguito riproduciamo alcuni stralci dell’intervista rilasciata il 25 aprile dal ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov al programma "Il Grande Gioco" in onda sulla tv russa "Pervyj Kanal" pubblicata sul sito del ministero degli Esteri russo a questo link

Sono sicuro che molto di quello che si dice a Washington non si inquadri nella Sua idea di bellezza e realtà. Ma penso che sia d'accordo con una dichiarazione del presidente Joe Biden: è importante evitare una terza guerra mondiale.  Bisogna rendersi conto del pericolo esistente.

Ben noto a Lei, l’importantissimo politologo americano ad Harvard (ex viceministro della Difesa) G. Ellison,  afferma che in termini di livello di pericolo, la situazione attuale non sia inferiore alla crisi dei missili di Cuba del 1962. Forse anche più pericolosa, perché le "regole del gioco" sono meno chiare e c’è più sfiducia reciproca. Che cosa pensa del livello di crisi che stiamo affrontando oggi? Quanto è reale? Cosa può fare e farà la Russia?

"La Russia sta già facendo molto. Per molti anni, anche nei tempi dell'amministrazione di Trump, sostenevamo che i vertici di Mosca e Washington avrebbero dovuto confermare la dichiarazione di M.S Gorbaciov e R. Reagan del 1987 che non ci possono essere vincitori in una guerra nucleare. Tale guerra non deve mai essere scatenata.

Abbiamo esortato il team di Trump a riprodurre questa dichiarazione importante per i nostri popoli e per il mondo intero. Purtroppo non è stato possibile dimostrare ai colleghi la necessità di un passo del genere. Invece con l'amministrazione di George Biden abbiamo raggiunto rapidamente un accordo. Nel giugno 2021, durante il vertice di Ginevra, i nostri presidenti hanno rilasciato una dichiarazione.

Nel gennaio di quest'anno è stata realizzata un'altra nostra iniziativa in questa direzione. In connessione con il previsto avvio della Conferenza di riesame del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu hanno adottato una dichiarazione dello stesso contenuto. Tutti e cinque i leader hanno firmato la dichiarazione sull’inammissibilità della guerra nucleare. Questa è la nostra posizione di principio. Prendiamo lo spunto da essa. Ora i rischi sono molto significativi. Non li voglio gonfiare artificialmente. Ci sono molti che desiderano farlo. Il pericolo è serio, reale. Non può essere sottovalutato.

Durante la crisi dei missili di Cuba, non c'erano molte regole "scritte". Ma le regole di comportamento erano abbastanza chiare. Mosca capì come si stava comportando Washington. Washington capì come si stava comportando Mosca.

Ora sono rimaste poche regole. C'è il Trattato sulla riduzione delle armi offensive strategiche (Start-3). È positivo e saggio che la prima decisione di politica estera di Joe Biden sia stata sostenere la proposta della Russia di estendere il Trattato per altri cinque anni senza alcuna condizione. L'amministrazione di Donald Trump rifiutava questa formula.

Allo stesso tempo, il resto degli strumenti di controllo degli armamenti e di non proliferazione è stato praticamente distrutto. Non esiste un trattato sulla limitazione dei sistemi di difesa antimissilistica, sull'eliminazione dei missili intermedi e a corto raggio (Trattato Inf). La nostra proposta di moratoria reciproca viene respinta.  Anche il Trattato sui cieli aperti "è affondato nell'oblio". Non esiste più. Start III è l'unico strumento di controllo degli armamenti rimasto. 

Gli Stati Uniti hanno rifiutato quasi tutti i contatti a causa del fatto che siamo stati costretti a difendere i russi in Ucraina, che erano stati bombardati per otto anni senza alcuna reazione da parte dell'Occidente, che anzi ha solamente incoraggiato le azioni russofobe e neonaziste del regime di Kiev. Lì, la lingua russa è stata legalmente bandita ovunque (nell'istruzione, nei media, nella vita di tutti i giorni) e sono state incoraggiate teorie e pratiche neonaziste.

Torniamo a parlare di regole. Le regole sono una parola di moda che gli Stati Uniti e i loro alleati usano quando chiedono a tutti a comportarsi "bene". Non insistono più sull'attuazione del diritto internazionale, ma sul rispetto dell'"ordine mondiale basato su regole". Queste "regole" non vengono decifrate in alcun modo.

Dicono che ora ci sono poche regole. Per noi non esistono affatto. C'è il diritto internazionale. Lo rispettiamo, così come la Carta delle Nazioni Unite. La disposizione chiave, il principio fondamentale, è l'uguaglianza sovrana degli Stati. Gli Stati Uniti stanno palesemente violando i propri obblighi ai sensi della Carta delle Nazioni Unite quando promuovono le loro "regole".

Come dobbiamo comportarci? La situazione si può paragonare alla crisi di Cuba? In quegli anni esisteva un canale di comunicazione di cui entrambi i leader si fidavano. Ora non esiste un tale canale. Nessuno sta cercando di crearlo. I separati timidi tentativi fatti in una fase iniziale non hanno dato molti risultati. Ci siamo disperati nel cercare di far capire qualcosa alla Nato in tutti questi anni. Contrariamente alle promesse, l’Alleanza si espandeva. Contrariamente ai nostri avvertimenti, ha pompato armi in Ucraina e in ogni modo possibile ha incoraggiato la sua essenza russofoba (il regime che è stato istituito sotto Petro Poroshenko e rafforzato sotto Volodymyr Zelensky). Abbiamo messo in guardia sull’inammissibilità del coinvolgimento dell'Ucraina nella Nati. Come ultimo tentativo o gesto di buona volontà, abbiamo offerto agli americani e ai membri della Nato di concludere i rispettivi trattati di sicurezza che garantissero la sicurezza di tutti gli Stati dell'area euro-atlantica, compresa l'Ucraina. Tutti capivano che l'Ucraina fosse un “pomo della discordia", che ha rivelato un problema molto più globale ed è diventata un trigger in questi processi. Abbiamo proposto di concludere un accordo con gli Stati Uniti e la Nato su come forniremo garanzie a tutti i Paesi congiuntamente, collettivamente, senza espandere alcun blocco politico-militare. Abbiamo detto loro: "Cari amici, questo è proprio ai nostri confini". Il presidente russo Vladimir Putin ha ripetutamente e pubblicamente affermato che erano già arrivati direttamente alla "soglia", nonostante tutte le nostre richieste, dichiarazioni e avvertimenti. Si sono semplicemente  avvicinati e non intendono cambiare nulla. Dicono che non è contro di noi, che nulla minaccia la nostra sicurezza. Come può essere valutato?

Allo stesso tempo, quando gli Stati Uniti decidono improvvisamente che una minaccia ai loro interessi nasce a più di 10mila chilometri di distanza, sia nell'ex Jugoslavia, in Iraq o in qualche altra parte del Medio Oriente, loro senza esitazione, senza alcun tormento legale e senza tentare di esaminare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite, inviano  truppe, bombardano obiettivi civili. Così come successe a Belgrado: ponti, treni passeggeri, centro televisivo.

Questo è il problema: la convinzione irrimediabile nella propria giustezza ed esclusività. Esiste il termine “exceptional nation” (Lavrov lo dice in inglese, ndt), che sia i democratici che i repubblicani usano allo stesso modo. Questo senso di superiorità risveglia alcuni ricordi, soprattutto ora che la russofobia e il vero razzismo verso tutto ciò che è russo viene coltivato ai massimi livelli. Il primo ministro canadese, Justin Trudeau, ha recentemente affermato: "Vladimir Putin e tutti coloro che lo sostengono devono essere puniti". Ha aggiunto che "non solo la Russia, ma tutti i russi pagheranno per quello che sta succedendo".

Alla luce dei pericoli di cui ha parlato e della grave differenza negli approcci alle relazioni internazionali, che cosa si dovrebbe fare per la crisi intorno all'Ucraina? Ci sono prospettive per i negoziati su una soluzione pacifica in Ucraina tenuto conto del livello acuto di conflitto, della grande differenza di posizioni e della sfiducia reciproca tra la Russia e la Nato guidata dagli Stati Uniti?

“Sappiamo per certo che né gli Stati Uniti né il Regno Unito (che sta cercando in tutti i modi di compensare il suo attuale stato di solitudine dopo aver lasciato l'Unione Europea con la sua instancabile attività) consigliano a Volodymyr Zelensky di accelerare i negoziati, ma di rendere sempre più dura la sua posizione ogni volta. Lo abbiamo osservato dopo l'incontro di Istanbul, dove, come ha più volte affermato il presidente russo Vladimir Putin nelle sue interviste e colloqui con i colleghi, per la prima volta abbiamo ricevuto da loro proposte “sulla carta” con le firme dei capi della loro delegazione. Eravamo pronti a prenderle come base. Naturalmente bisognava perfezionarle perché ci fosse un consenso, ma erano state apprezzate positivamente da noi. Finora le uniche proposte scritte sono state presentate a Istanbul. Non erano sotto forma di accordo, ma sotto forma di bozza. Abbiamo prontamente tradotto queste tesi nel “genere pattizio” e consegnato il progetto ai nostri colleghi ucraini. Poi ci hanno presentato le loro contro-idee, che erano radicalmente diverse da quanto concordato a Istanbul. È stato un enorme passo indietro. Alla Lenin. Questo passo (o anche due) indietro è stato fatto su consiglio dei nostri colleghi americani o britannici. Forse i polacchi e i baltici hanno avuto un ruolo qui”.

Quindi l'Ucraina ha irrigidito la sua posizione?

“Gli ucraini si sono ritirati dalle posizioni che la parte russa era pronta a prendere come base. Abbiamo preparato un documento.  Questo documento evolveva le loro frasi nel linguaggio pattizio. I rappresentanti di Kiev hanno detto: "Non è così". "Non lo scriveremo." "Questo è per dopo." Tuttavia, in seguito, abbiamo continuato a partecipare alle discussioni tramite collegamento video e abbiamo sostenuto la nostra posizione. Una settimana fa, dopo un'altra videoconferenza, abbiamo dato loro una versione aggiornata dell’accordo, che già teneva conto dei loro successivi commenti. Come di solito accade.  Stiamo aspettando da una settimana.

In una conferenza stampa, a Zelensky è stato chiesto come vedesse le nostre proposte. Ha detto che non aveva ricevuto nulla e non aveva visto nulla. Abbiamo chiesto ai negoziatori ucraini se avessero riferito al presidente. Loro hanno fatto riferimento al fatto che Zelensky ha poco tempo. Questo mostra come lo stesso presidente dell'Ucraina tratta i negoziati, dichiarando pateticamente di "preferire la pace"”.

Comprendo correttamente che, dato l'attuale livello delle relazioni russo-americane e del confronto in Ucraina, le possibilità di una soluzione diplomatica appariranno solamente quando ci sarà maggiore chiarezza sulle dinamiche militari in Ucraina?

“Non dipende da noi, ma da coloro che guidano l'Ucraina ed esercitano il controllo esterno sull'amministrazione Zelensky. Ho citato Istanbul. In quell'incontro faccia a faccia, la parte russa per la prima volta ha ricevuto 'sulla carta' le proposte ucraine. Eravamo pronti ad accettarle come base, abbiamo fornito i nostri chiarimenti, ma concettualmente eravamo d’accordo con quanto proposto: uno status neutrale, le garanzie di sicurezza, il loro volume e la procedura di concessione. Parlando in termini proprio generali. Ma loro si sono allontanati da questo concetto.

Non svelerò grandi segreti, ma ecco un esempio. Il documento di Istanbul affermava che non ci sarebbero state basi militari straniere in Ucraina, non si sarebbero svolte esercitazioni con la partecipazione di forze armate straniere, se non con il consenso di tutti i Paesi garanti di questo trattato, inclusa la Russia. È stato scritto chiaramente. Nella versione che ci hanno dato dopo la nostra reazione positiva, si leggeva: nessun’esercitazione, se non con il consenso della maggioranza dei Paesi garanti. C'è una differenza? Ovviamente. Questo è il modo in cui hanno agito riguardo una serie di altre proposte che hanno fatto a Istanbul. Vorrei sottolineare ancora una volta che queste proposte in linea di massima erano state accolte positivamente da Mosca.

Parlando di dove e quando possiamo aspettarci il completamento del processo di negoziazione dell'accordo, dobbiamo tenere presente che a Istanbul la conversazione si era svolta nell’ambito della situazione che si era creata allora 'sul campo'. Ora la situazione è cambiata. Abbiamo la sensazione che l'Occidente voglia che l'Ucraina continui a combattere e, così pensano loro, che logori, tartassi l'esercito russo e il complesso militare-industriale russo. Questa è un'illusione. Quanto al collegamento tra la situazione “sul campo” e i contorni di un ipotetico o, diciamo, eventuale accordo di pace. Tale connessione esiste. Come abbiamo sottolineato fin dall'inizio nella dichiarazione rilasciata da Vladimir Putin nell'annuncio dell'operazione speciale, prima di tutto vogliamo che il popolo ucraino possa decidere da solo come vivere”.

Se capisco bene, la Russia seguirà la propria linea e non è ancora pronta a fare marcia indietro rispetto alle richieste avanzate all'inizio dell'operazione speciale. Mosca farà ciò che ritiene necessario in termini di operazioni militari?

“Assolutamente. Quello che riteniamo necessario è stato annunciato dal presidente russo Vladimir Putin: la distruzione delle infrastrutture militari nel contesto della smilitarizzazione del Paese, che veniva trasformato in una minaccia diretta alla Russia, o, per usare le parole del presidente Putin, in una 'anti-Russia'. Il tutto nel rispetto delle misure più rigorose per ridurre al minimo i danni alla popolazione civile.

Intendiamo smascherare i falsi che ora si stanno moltiplicando dopo Bucha. Si sta  cercando di presentare la situazione ad Azovstal come se fosse creata dalla Russia. Come se Mosca vietasse ai civili di partire.  Coniano bugie "a destra e a manca", compreso il fatto  che non apriamo corridoi umanitari, anche se questo viene annunciato a voce alta ogni giorno, vengono mandati gli autobus e le ambulanze. La parte ucraina, che tiene la popolazione civile come "scudo umano" non solo a Mariupol, ma anche in altre parti del Paese dove si svolgono le ostilità, dove è in corso la nostra operazione, o non avvisa le persone o vieta loro di andarsene, trattenendoli con la forza. Chi riesce a cavarsela da solo racconta come vengano trattati dai militari del battaglione Azov e di altre “organizzazioni territoriali”.

Come in ogni situazione in cui vengono utilizzate le forze armate, tutto si concluderà con un accordo, ma i suoi parametri saranno determinati dalla fase delle ostilità in cui questo accordo diventerà realtà”.

Copyright Pervyj Kanal. Traduzione di Aleksej Larionov.

Abbiamo riprodotto alcuni stralci dell’intervista pubblicata sul sito del ministero degli Esteri russo a questo link