Olio di palma, l'impennata dei prezzi agita l'Indonesia. Ma lo stop all'export danneggia i conti di Giacarta
di Raimondo Bultrini , di Raimondo BultriniBANGKOK – Ancorché giudicato dagli ambientalisti “ecologicamente insostenibile”, l’olio di palma in tempi di guerra è diventato un genere richiesto sia nel settore alimentare che cosmetico, oltre che come carburante cosiddetto “bio”. Continuando a salire fino a cinque volte, il suo prezzo sta scatenando un effetto domino nelle economie di parecchi paesi clienti e produttori.
L’Indonesia, che è il primo fornitore coprendo un terzo del ricco mercato da 50 miliardi di dollari, ha decretato un divieto di vendita all’estero del prodotto sia raffinato che in forma di “oleina” o “grezzo”, usati per molti prodotti, dalle merendine alla Nutella, creme di bellezza e saponi. Non è chiaro se pure la produzione della cosiddetta benzina bio o verde, definizione contestata dagli attivisti dell’ambiente, rientri nel divieto che esenta anche una parte della produzione di olio crudo. Il governo di…
BANGKOK – Ancorché giudicato dagli ambientalisti “ecologicamente insostenibile”, l’olio di palma in tempi di guerra è diventato un genere richiesto sia nel settore alimentare che cosmetico, oltre che come carburante cosiddetto “bio”. Continuando a salire fino a cinque volte, il suo prezzo sta scatenando un effetto domino nelle economie di parecchi paesi clienti e produttori.
L’Indonesia, che è il primo fornitore coprendo un terzo del ricco mercato da 50 miliardi di dollari, ha decretato un divieto di vendita all’estero del prodotto sia raffinato che in forma di “oleina” o “grezzo”, usati per molti prodotti, dalle merendine alla Nutella, creme di bellezza e saponi. Non è chiaro se pure la produzione della cosiddetta benzina bio o verde, definizione contestata dagli attivisti dell’ambiente, rientri nel divieto che esenta anche una parte della produzione di olio crudo. Il governo di Giacarta vuole soprattutto impedire che gli indonesiani paghino il costo di una crisi dei prezzi di un prodotto nazionale conteso dai mercati mondiali, sempre più impazziti a mano a mano che va avanti il conflitto tra Russia e Ucraina con tutte le conseguenze in termini di scambi e costo dei trasporti.
Che cosa significherà il divieto di export per i rifornimenti delle piccole e grandi aziende di tutto il mondo che vivono di olio di palma è prevedibile, ma il paradosso è che passa anche in secondo piano una campagna ambientalista lunga decenni per impedire lo scempio delle distese di piantagioni al posto delle un tempo vastissime foreste vergini. È potenzialmente lo stesso disastroso effetto in termini di riscaldamento climatico che sta avendo la riapertura delle miniere di carbone nonostante il recente patto mondiale di riduzione delle emissioni di gas fossili.
La Malesia - secondo esportatore dopo il vicino arcipelago - sta valutando se fare lo stesso e chiudere l’export, e a quel punto ogni previsione sarà azzardata. Le stesse economie dei paesi produttori, una volta tenuti a bada i prezzi interni risentiranno però pesantemente del mancato afflusso di valuta straniera dalle vendita dell’olio. Secondo il governo di Joko Widodo, presidente dell'Indonesia, il divieto è temporaneo e non viola le regole dell'Organizzazione mondiale del commercio. Quanto alla durata dipenderà da quando - e se - i prezzi dell'olio popolarissimo nella cucina nazionale si saranno abbassati per tornare al costo pre-guerra, 0,93 dollari.
L’Indonesia è produttore anche di altre preziose materie come nichel e carbone e in passato adottò simili provvedimenti di blocco dell’esportazione per non lasciarne sprovvisto l’arcipelago. Per questo molti clienti delle risorse indonesiane vivono in perenne stato di ansia a causa delle incertezze sulle forniture, ma ovunque quello dell’agricoltura in generale è diventato uno dei mercati più instabili perché ogni governo, come fa ora Giacarta e ha fatto l’India con le cipolle e altri prodotti, cerca di proteggere il proprio approvvigionamento alimentare per evitare una delle maggiori fonti di rabbia: l’eccessivo costo dei generi essenziali.
Secondo gli esperti, comincia una fase al rialzo dei prezzi che vedrà l’olio commestibile toccare punte senza precedenti e molti paesi dovranno tenersi e incrementare i raccolti aumentando le regole di protezionismo delle proprie colture. È stata la stessa Indonesia a sperimentare le possibili conseguenze sociali di una politica che favoriva le entrate dalle vendite dei prodotti in dollari a una politica di prezzi calmierati dell’olio commestibile a uso interno. A migliaia di recente sono scesi in piazza per l’impennata dei prezzi dei generi alimentari, infiammati dal caso che ha portato all’arresto di un funzionario corrotto.
Il presidente Widodo stesso ha ritenuto la ribellione un campanello d’allarme proprio alla vigilia delle festività di Eid al-Fitr che vedono le famiglie riunite attorno al cibo cucinato con l’onnipresente olio. "Una volta soddisfatto il bisogno locale - ha detto pubblicamente Widodo - sicuramente revocherò questo divieto di esportazione perché capisco come il governo abbia bisogno di tasse, di guadagni all'estero e di un surplus commerciale".
Sullo sfondo della crisi di approvvigionamento mondiale, anche la Cina sta tentando di acquistare tra Malesia e altri produttori minori tutte le possibili scorte di olio alimentare, specialmente nella forma di oleina, l'olio da cucina più utilizzato al mondo. Ma la difficoltà di approvvigionamento della catena alimentare riguarda altri prodotti oleari come soia e colza, specialmente dopo la siccità che ha sterminato questi raccolti in Sud America e Canada. Fino alla vigilia del conflitto tra Mosca e Kiev le grandi aziende speravano in un previsto raccolto eccezionale di olio di girasole in Ucraina. Ma non c’è oggi al mondo un mercato più incerto sul pianeta.