La Cina frena gli investimenti nell'Ue e l'Europa si allontana da Pechino: ora il Politburo abbraccia le Big Tech per continuare a crescere
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - La Cina si allontana dall’Europa, l’Europa si allontana dalla Cina. “L’era dei massicci investimenti di Pechino nel Vecchio continente sembra essere finita”, è la sintesi del rapporto pubblicato dal Rhodium Group e dal Merics, think tank con sede a Berlino tra i più importanti sulle questioni cinesi. Gli investimenti diretti del Dragone nell’Ue lo scorso anno sono aumentati rispetto al 2020 (10,6 miliardi di euro), vero: ma il trend discendente ormai va avanti da anni, scrivono i ricercatori.
Basti pensare che nel 2016 Pechino di euro ne tirò fuori ben 47 miliardi. Rispetto al 2020, poi, gli investimenti delle imprese statali sono diminuiti del 10 per cento. A pesare ci sono le tensioni geopolitiche e quelle sui diritti umani, la pandemia e le frizioni tra Pechino e Bruxelles, come si è visto all’ultimo vertice Ue-Cina lo scorso 1° aprile. “L’Ue sta anche portando avanti nuovi regolamenti …
PECHINO - La Cina si allontana dall’Europa, l’Europa si allontana dalla Cina. “L’era dei massicci investimenti di Pechino nel Vecchio continente sembra essere finita”, è la sintesi del rapporto pubblicato dal Rhodium Group e dal Merics, think tank con sede a Berlino tra i più importanti sulle questioni cinesi. Gli investimenti diretti del Dragone nell’Ue lo scorso anno sono aumentati rispetto al 2020 (10,6 miliardi di euro), vero: ma il trend discendente ormai va avanti da anni, scrivono i ricercatori.
Basti pensare che nel 2016 Pechino di euro ne tirò fuori ben 47 miliardi. Rispetto al 2020, poi, gli investimenti delle imprese statali sono diminuiti del 10 per cento. A pesare ci sono le tensioni geopolitiche e quelle sui diritti umani, la pandemia e le frizioni tra Pechino e Bruxelles, come si è visto all’ultimo vertice Ue-Cina lo scorso 1° aprile. “L’Ue sta anche portando avanti nuovi regolamenti che potrebbero avere un impatto sull'accesso al mercato per le aziende cinesi in Europa e diminuire l'appetito per gli investimenti”, scrivono gli analisti. Ed è “improbabile che gli investimenti si riprendano nel 2022”, vista anche la guerra in Ucraina.
Proprio l’invasione russa e le ambiguità mantenute finora da Pechino “hanno innescato una profonda rivalutazione nelle capitali europee delle loro relazioni con la Cina”, scrive Bloomberg in un editoriale. “Di fronte alla necessità di allentare la dipendenza dall'energia russa costruita nel corso di decenni, i governi, da Roma a Praga, stanno rivalutando la portata dei loro legami economici e politici con Pechino, timorosi di ripetere l'errore della vicinanza con un altro regime autoritario”. Non sarà facilissimo: la Cina ha ormai superato gli Stati Uniti come il più grande partner commerciale dell’Ue: un commercio totale di circa 868 miliardi di dollari l'anno scorso.
Ma oltre alla guerra ovviamente pesano la politica zero Covid e i lockdown di queste settimane, che stanno rendendo la vita difficile alle aziende europee in Cina. “Il 77 per cento delle imprese italiane nella Cina orientale dichiarano di essere sottoposte a un regime di lockdown. Inoltre, il 16 per cento prevede di spostare le proprie attività al di fuori della Cina continentale, se le attuali restrizioni dovessero continuare il prossimo anno”, scrive la Camera di commercio italiana in Cina nel suo ultimo report appena pubblicato.
Proprio su guerra e Covid ha messo l’accento l’attesa riunione del Politburo, per discutere degli stimoli necessari da mettere in campo per provare a non mancare il target della crescita del Pil al 5,5 per cento che il Partito ha fissato per il 2022.
“Il Covid e la crisi ucraina hanno portato a maggiori rischi e sfide. La complessità, la gravità e l'incertezza dell'ambiente di sviluppo economico della Cina sono aumentate”, ammette il Partito. Da prevedere molto probabilmente un aumento della spesa per le infrastrutture - tema che Xi ha sottolineato già martedì e che è stato riaffermato dalla leadership comunista anche oggi.
Tra le altre misure: "sgravi e riduzioni fiscali e taglio delle tasse" e un "buon uso degli strumenti di politica monetaria". I vertici del Pcc hanno rimarcato che è "necessario attuare un pacchetto di politiche di soccorso e assistenza per le industrie, le piccole, medie e micro imprese che sono state gravemente colpite" dalla pandemia. Tra gli obiettivi, l'espansione della domanda interna, il ruolo dei consumi e quello di "garantire l'approvvigionamento di risorse energetiche e di stabilizzazione dei prezzi".
Ma dalla riunione del Politburo si intravedono segnali di un allentamento della presa sui grandi gruppi tecnologici, oggetto della stretta dello scorso anno. Lo sviluppo più interessante riguarda proprio le Big Tech che - come ha anticipato il South China Morning Post - verranno convocate la settimana prossima dai regolatori cinesi: un “simposio” che sarà presieduto dal presidente in persona. Alibaba, Tencent, Meituan, ByteDance, tra i presenti. Le parole pronunciate durante la riunione del Politburo (“misure specifiche per sostenere lo sviluppo regolato e sano delle piattaforme”) hanno contribuito a spingere l’indice Hang Seng Tech al 10 per cento, il suo giorno migliore da sei settimane a questa parte. L’ostilità degli ultimi 18 mesi nei confronti delle Big Tech ha spazzato via trilioni di dollari dalle Borse di New York e Hong Kong e depresso i finanziamenti. Adesso, tregua. A loro Xi sembra ora chiedere aiuto per rilanciare l’economia cinese in difficoltà.