Viaggio nella Tunisia affamata dalla guerra in Ucraina: "Qui sta finendo anche il pane"
di Karima Moual , di Karima MoualTUNISIA - "Ormai la farina non la vediamo più con i nostri occhi, semplicemente perché non si trova più, insieme alla semola, il riso. L'olio sovvenzionato manca già da mesi. Quello che è sicuro è l'aumento dei prezzi. Lo sai a quanto è arrivata la bottiglia di olio che si trova sul mercato? Due dinari. Il doppio. La farina, chi l'ha trovata sotto banco l'ha comprata a un dinaro e mezzo, mentre prima costava un dinaro. Ma come si fa ad andare avanti così? La nostra vita è ormai andata, insieme al Paese. Siamo esausti, stanchi. Era meglio Ben Ali, che questi dilettanti della politica. Almeno con lui andavi al mercato e trovavi ogni bene".
Sono le 16 a Tunisi, mancano tre ore all'iftar (la rottura del digiuno giornaliero), ma Fathi è un fiume in piena. C'è la guerra in Ucraina, provo a spiegare, ma la risposta è tagliente: "In Ucraina stanno meglio di noi, almeno h…
TUNISIA - "Ormai la farina non la vediamo più con i nostri occhi, semplicemente perché non si trova più, insieme alla semola, il riso. L'olio sovvenzionato manca già da mesi. Quello che è sicuro è l'aumento dei prezzi. Lo sai a quanto è arrivata la bottiglia di olio che si trova sul mercato? Due dinari. Il doppio. La farina, chi l'ha trovata sotto banco l'ha comprata a un dinaro e mezzo, mentre prima costava un dinaro. Ma come si fa ad andare avanti così? La nostra vita è ormai andata, insieme al Paese. Siamo esausti, stanchi. Era meglio Ben Ali, che questi dilettanti della politica. Almeno con lui andavi al mercato e trovavi ogni bene".
Sono le 16 a Tunisi, mancano tre ore all'iftar (la rottura del digiuno giornaliero), ma Fathi è un fiume in piena. C'è la guerra in Ucraina, provo a spiegare, ma la risposta è tagliente: "In Ucraina stanno meglio di noi, almeno hanno il mondo che li aiuta. Qui siamo da anni che scendiamo giù nell'abisso, senza vedere la luce". A Lakram al Gharbi, quartiere popolare di Tunisi - neanche molto distante dal palazzo presidenziale di Cartagine - nel piccolo Attar al Huma (tipica bottega di quartiere dove si fa spesa di tutto ciò che serve) c'è voglia di sfogarsi e in pochi secondi si forma un capannello.
"Se va avanti così la situazione, diventa un problema grosso per il Paese - dice Ahmed, con in braccio due baguette - ormai per avere il pane bisogna prenotarsi al telefono da Hassen, il proprietario della bottega, altrimenti non trovi più niente. È tutto il mese di Ramadan che desidero fare una pizza, ma niente da fare. La farina non c'è. Mia moglie non ha potuto fare nemmeno un giorno i mlawi (pane tunisino, ndr)". Hassen, l'Attar, il proprietario della bottega, ascolta preoccupato lo sfogo dei clienti, consapevole della criticità che sta vivendo il quartiere, ma il problema si estende all'intero Paese.
"Io lavoro da 15 anni con un fornaio che mi consegna giornalmente il pane. Prima ne arrivavano 300 al giorno, ora solo 50". La situazione è esplosiva. Mi tira fuori il blocchetto con tutti i nomi dei clienti. Chi si prenota il pane, chi l'olio, chi la farina, la semola, il riso, se e quando arriverà; e poi i debiti di chi non ce la fa e trova un aiuto da lui, Hassen, l'Attar, che anticipa e fa credito a chi è in difficoltà, come succede spesso nei quartieri popolari del Maghreb. Ma sono tanti, troppi, un segnale di una crisi profonda, anche se sembra essere tenuta strategicamente sotto freno dallo Stato.
Le panetterie che hanno la licenza statale per vendere il pane sovvenzionato sono molto attive in questi giorni, ma non sono stati dimenticati i giorni delle lunghe file a inizio Ramadan, e il razionamento. Il punto è che, fuori da questo cerchio protetto, il problema esiste. Nei supermercati per esempio mancano sempre gli stessi prodotti che mancano anche dall'Attar Hassen, e da due mesi, precisamente da quando è scoppiata la guerra in Ucraina.
La signora Manar, tra gli scaffali, ha lo sguardo affranto: "Mancano tre giorni all'Eid, la festa di fine Ramadan, e come da tradizione si fanno dolci in casa. Ma non si sa con cosa farli. È davvero frustrante. O compriamo tutto già pronto dalle pasticcerie, pagandolo caro ovviamente, o niente. Sembra che il tunisino, se non è un fornaio, con le sue mani non possa più toccare né farina né semola, è assurdo".
"Tutto quello che manca ora mancherà ancora di più quando finirà il Ramadan e la gente comincerà a mangiare tre volte al giorno e non solo una come adesso - spiega Hassen dietro al banco - La pasta inizierà a dimezzarsi come prima del Ramadan, e rimarranno solo due tipi, gli spaghetti e questa corta per fare la shorba (zuppa) perché si dovrà fare la scelta di dare precedenza alla farina per produrre il pane, e non so fino a quando potrà essere tenuta a freno la rabbia di chi continua a vedere un Paese che fatica ad assicurarsi anche i beni di prima necessità".
Spostandosi al Marché Central di Tunisi si ha l'impressione di sentire meno la pressione, guardando i banchi del mercato, ma basta scambiarsi qualche parola con i commercianti per capire che il sentimento di preoccupazione e malessere serpeggia anche qui. "Il prezzo della verdura è aumentato - spiega Idriss dietro ai peperoni, costosissimi e quasi intoccabili - ma è la conseguenza di molti fattori, tra cui il costo del carburante aumentato tre volte in un solo anno. Poi ci sono i semi, i fertilizzanti. La verità è che fare il contadino non conviene più a nessuno".
La Tunisia, sembra una pentola a pressione tenuta a fuoco lento. C'è la crisi politica, con un parlamento sciolto formalmente il 30 marzo dal presidente della Repubblica Kais Saied, dopo che era stato sospeso da lui stesso già quest'estate. "È dal 2011 che si parla di democrazia dimenticando che la pancia la si riempie con altro e non con le chiacchiere. Saied è il presidente con più poteri che la Tunisia abbia avuto nella sua storia - spiega un tassista - eppure, non abbiamo visto ancora niente nemmeno con lui".
In effetti, nonostante la crisi nel Paese morda e anche forte, nessuna iniziativa in chiave economica è stata presa per superare le varie crisi, da quella democratica a quella finanziaria alla pandemia, mentre quella sociale si cerca di scongiurarla ancora, nonostante quella legata al grano e all'alimentazione già viaggi tra i quartieri, i vicoli delle medine e i villaggi dell'entroterra tunisino, a causa anche della guerra in Ucraina.
Il Paese è il secondo consumatore di pasta dopo l'Italia e dipende molto dalle importazioni: per l'84% del grano tenero, il 40% del grano duro e il 50% dell'orzo. Come per altri Paesi africani è l'Ucraina il maggior fornitore di grano. Le scorte di Tunisi, secondo il ministero dell'Agricoltura, arrivano fino a fine maggio. Ma il problema che si aggiunge in Tunisia è la solvibilità. Il grano da altri Paesi può anche arrivare, sicuramente a un prezzo più alto, ma bisogna pagarlo in contanti, dal momento che hanno subito il downgrading delle agenzie di rating, di Moody's e Fitch.
L'unica speranza sembra essere il Fmi, che per gli aiuti chiede che il debito sia sostenibile, tramite riforme che il Paese continua a non fare. Qualche esempio: la riduzione del disavanzo di bilancio attraverso una tassazione equa, un controllo rigoroso della massa salariale, ma anche una migliore destinazione dei sussidi. Una questione su tante è infatti quella relativa ai sussidi gestiti dalla cassa di compensazione, dove i prodotti sovvenzionati come il pane ma anche il latte, l'olio o lo zucchero, solo per fare un esempio, continuano ad essere venduti a un prezzo fisso e basso ma per tutti, ricchi, poveri o stranieri.
Una scelta che qualsiasi economista considererebbe suicida, ma in Tunisia la genesi del sistema di compensazione delle merci risale al 1945 e negli anni si è trasformato in un tabù, perché banalmente ha a che fare con l'orgoglio. "Nessun tunisino vuole essere riconosciuto come povero e come tale discriminato. Attribuire solo a una parte della popolazione la possibilità di poter accedere ad alcuni prodotti significa umiliarla", mi spiega un dirigente tunisino consapevole del limite di una scelta del genere ma anche dell'animo tunisino.
Sarà anche umiliante, ma la Tunisia ha bisogno proprio di qualcuno che senza populismi riesca a parlare con la voce della verità, prendendo iniziative drastiche per far fronte a una situazione economica che si trascina ormai da troppi anni per scelte sbagliate. Dividere tra ricchi e poveri strutturando un programma economico ad hoc è il primo passo, altrimenti il peso della crisi lo continueranno a pagare soprattutto i poveri, che saranno i primi a far esplodere quella pentola a pressione.