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Molestie sessuali, la Cina pensa a un registro nazionale per arginarle a scuola e nei campus universitari

Se il provvedimento dovesse passare sarebbe un cambiamento epocale nella tutela dei diritti delle donne. Nel 2021 la Procura Suprema del Popolo ha perseguito 19.338 persone per abusi su minori
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PECHINO - Un registro nazionale dei molestatori sessuali nel tentativo di arginare le violenze nelle scuole e nei campus universitari. E' quello a cui sta lavorando la Cina: una proposta che, se dovesse passare l'esame dell'Assemblea nazionale del popolo (l'organo legislativo cinese), rappresenterebbe il più grande cambiamento alla legge sulla protezione dei diritti e degli interessi delle donne degli ultimi 17 anni. 

"Il registro proposto è simile a quello statunitense che impone ai condannati per reati sessuali di essere registrati presso la polizia e impedisce loro di lavorare con giovani e minori in posizioni come insegnamento, tutoraggio e volontariato", scrive questa mattina il South China Morning Post che per primo ne ha dato notizia. 

Una prima delibera c'era stata alla fine dello scorso anno, ora la proposta è ritornata in discussione all'Assemblea, anche se non mancano i critici che notano come la proposta no…

PECHINO - Un registro nazionale dei molestatori sessuali nel tentativo di arginare le violenze nelle scuole e nei campus universitari. E' quello a cui sta lavorando la Cina: una proposta che, se dovesse passare l'esame dell'Assemblea nazionale del popolo (l'organo legislativo cinese), rappresenterebbe il più grande cambiamento alla legge sulla protezione dei diritti e degli interessi delle donne degli ultimi 17 anni. 

"Il registro proposto è simile a quello statunitense che impone ai condannati per reati sessuali di essere registrati presso la polizia e impedisce loro di lavorare con giovani e minori in posizioni come insegnamento, tutoraggio e volontariato", scrive questa mattina il South China Morning Post che per primo ne ha dato notizia. 

Una prima delibera c'era stata alla fine dello scorso anno, ora la proposta è ritornata in discussione all'Assemblea, anche se non mancano i critici che notano come la proposta non menzioni possibili sanzioni. Dovrebbe funzionare così: i potenziali candidati avranno la responsabilità legale di dimostrare che non hanno precedenti condanne per crimini sessuali; allo stesso tempo le università e le scuole sarebbero legalmente obbligate a garantire che i candidati con precedenti condanne per violenza sessuale non siano impiegati in posizioni che comportino un contatto con minori o giovani.

"Ritengo che sia molto positivo per la prevenzione, ma il fatto è che la legge non ha tracciato finora una linea chiara su ciò che è la molestia sessuale", dice una studentessa intervistata dal giornale di Hong Kong. 

Dopo il caso di Zhou Xiaoxuan e dopo quello che lo scorso anno ha coinvolto l'ex tennista Peng Shuai, il #MeToo cinese ha rialzato, timidamente, la testa. Anche se i casi, proprio nelle università, sono ancora purtroppo comuni. Il mese scorso il Ministero dell'Istruzione ha rivelato che due insegnanti, uno in Mongolia Interna e un altro nell'Anhui, sono stati licenziati dopo le cause di molestie sessuali intentate da due studentesse. A febbraio a perdere il posto fu Li Qi, professore presso l'Università di Shanghai, dopo che si era scoperto che aveva avuto una relazione con una studentessa. 

Secondo i dati ufficiali del 2021, la Procura Suprema del Popolo ha perseguito 19.338 persone per abusi sessuali su minori. Lo scorso anno uno studio della Ong Girls' Protection ha scoperto che circa un terzo di tutti gli abusi sessuali su minori avviene nelle scuole.

Il #MeeToo cinese silenziato

Quella di Zhou Xiaoxuan fu la storia che quattro anni fa fece esplodere il #MeToo in Cina: una delle prime ad intentare una causa civile per molestie sessuali. Un caso seguitissimo, visto anche il nome dell'imputato: Zhu Jun, il volto più popolare della tv, lo showman che per 20 anni ha animato lo spettacolo di Capodanno sulla Cttv, nonché ex delegato alla Conferenza del popolo. Zhou era stata zitta per quattro anni: le avevano fatto capire che era meglio così. Poi però ha deciso di raccontare. Il processo non è stato facile, fin dall'inizio. Zhu ha denunciato la ragazza per diffamazione. "Hanno rifiutato di ascoltare le mie richieste e quelle del mio avvocato", aveva raccontato a Repubblica la ragazza lo scorso settembre. "Prove insufficienti per dimostrare le molestie", aveva sentenziato il tribunale. "Faremo appello", ci disse. "Non posso arrendermi. Il #MeToo continuerà, non importa quanto questo argomento venga censurato. Finché ci saranno donne che subiscono violenze, ce ne saranno altre che alzeranno la voce".

Il 70% delle donne ha subito molestie sul posto di lavoro

Un sondaggio di qualche anno fa della 074 Legal Hotline, affermava che su 233 donne intervistate il 70% ha detto di aver subito molestie sul posto di lavoro. Uno dei casi che scosse la Cina la scorsa estate fu quello della dipendente di Alibaba violentata durante un viaggio di lavoro. Le undici pagine di denuncia di Xinyue - nome di fantasia - erano finite su Weibo, il Twitter cinese, scatenando in Rete centinaia di migliaia di commenti. Donne dai quattro angoli del Paese avevano iniziato a condividere le loro storie. Storie di capi che facevano commenti sul loro aspetto fisico durante incontri di lavoro. Storie di avances spinte ricevute da parte dei clienti. Storie di cene dove l'alcol scorre a fiumi e dove per poter fare uno scatto di carriera è meglio non lamentarsi e finire in fretta le bottiglie. Sentendosi chiamare spesso "bellezza", "offerte come regalo" ai clienti. "Se non bevi, è visto come uno sgarbo al capo. Per evitare di venire isolati, per non compromettere il proprio futuro in azienda, molte sono costrette a farsi trascinare in tutto questo: è difficile resistere".