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"Due mesi di tenebre". Via dall’acciaieria, ma a Zaporizhzhia l’odissea non è finita

(reuters)

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Diciassette posti di blocco frenano i convogli degli evacuati da Azovstal verso Zaporizhzhia. I russi sfruttano il passaggio degli sfollati per spostare tank al riparo dall’artiglieria ucraina  
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ZAPORIZHZHIA - I due convogli di civili evacuati domenica dall’acciaieria Azovstal di Mariupol assediata dai soldati russi non sono riusciti a coprire una distanza di duecento chilometri — forse ne hanno fatto appena venti — e devono ancora arrivare nell’Ucraina non occupata. In teoria l’accordo negoziato con le Nazioni Unite e la Croce rossa internazionale prevedeva l’uscita in sicurezza dei civili dai bunker sotto l’acciaieria e il trasferimento immediato su circa quaranta mezzi, tra furgoni bianchi e bus gialli, verso Zaporizhzhia, prima grande città nel sud sotto il controllo ucraino. Ma in mezzo ci sono diciassette posti di blocco e i russi possono fare quello che vogliono. Decine di civili in fuga che hanno fatto lo stesso percorso raccontano che alcuni posti di controllo sono facili da superare, per altri ci vuole un tempo infinito. Un percorso che in tempi normali si farebbe in un’ora e mezzo di macchina può durare …

ZAPORIZHZHIA - I due convogli di civili evacuati domenica dall’acciaieria Azovstal di Mariupol assediata dai soldati russi non sono riusciti a coprire una distanza di duecento chilometri — forse ne hanno fatto appena venti — e devono ancora arrivare nell’Ucraina non occupata. In teoria l’accordo negoziato con le Nazioni Unite e la Croce rossa internazionale prevedeva l’uscita in sicurezza dei civili dai bunker sotto l’acciaieria e il trasferimento immediato su circa quaranta mezzi, tra furgoni bianchi e bus gialli, verso Zaporizhzhia, prima grande città nel sud sotto il controllo ucraino. Ma in mezzo ci sono diciassette posti di blocco e i russi possono fare quello che vogliono. Decine di civili in fuga che hanno fatto lo stesso percorso raccontano che alcuni posti di controllo sono facili da superare, per altri ci vuole un tempo infinito. Un percorso che in tempi normali si farebbe in un’ora e mezzo di macchina può durare due, tre, a volte persino cinque giorni.


I russi sfruttano il passaggio dei convogli di sfollati per spostare i carri armati verso il fronte nello stesso momento e sulla stessa strada, perché così sanno che non saranno colpiti dall’artiglieria. Altre volte fermano i veicoli civili e poi fanno sparare le batterie di artiglieria piazzate vicino, per lo stesso motivo: per sfruttare lo scudo offerto dalla presenza di ucraini. Se i cannoni ucraini rispondessero al fuoco e colpissero un bus carico di sfollati ucraini sarebbe un giorno di festa per la propaganda russa, «ma non lo fanno», dice Ramil, un poliziotto che raccoglie i messaggi audio di chi cerca di passare la linea del fronte e ce li fa sentire in macchina. «In un altro caso i cannoni russi hanno sparato da una collina a lato del convoglio per confondere le idee agli evacuati». Erano colpi di commiato, in modo che i civili incolpassero i soldati ucraini. Gli sfollati appena arrivano in un piazzale di Zaporizhzhia che serve da punto di raccolta battono su questa presenza costante nei loro racconti: i colpi d’artiglieria mentre si lascia la zona occupata dai russi.


Natalia Usmanova, una donna evacuata domenica dai bunker della Azovstal, ieri da un bus ancora in territorio occupato ha raccontato a Reuters il sollievo di essere fuori a respirare aria pulita, dopo tanti giorni in un rifugio dove temeva che l’ossigeno potesse finire da un momento all’altro e le pareti tremavano per l’onda d’urto delle bombe russe. «Non ci posso credere, dopo due mesi di buio. Non abbiamo più visto la luce», dice. Racconta il terrore delle esplosioni nel buio, l’incertezza totale e infine l’euforia del salvataggio: «Non dovremo più andare in bagno con una torcia elettrica come abbiamo fatto per tanto tempo», scherza con il marito. «Prima di passare i posti di blocco russi abbiamo cancellato tutto dai nostri telefoni, le chat, le foto, i contatti e anche Facebook», ci dice Eugenia, perché i soldati russi li controllano.

Scende dalla macchina dopo due giorni di viaggio nel sud occupato. «I soldati russi ci dicevano: perché volete lasciare la zona? Non sapete che gli ucraini sparano a chi vuole passare la linea del fronte? Ma non trovavamo più niente nei negozi, ci siamo fatti coraggio e ci siamo messi in viaggio». Vicino a lei c’è una ragazza con una figlia di cinque mesi, Alissa, che non è parente ma aveva bisogno di uscire per raggiungere il marito, rimasto fuori perché non era in città quando è scoppiata la guerra. Le hanno dato un posto in macchina. «I soldati russi vogliono che restiamo perché vogliono fare un referendum, hanno bisogno di far vedere che c’è gente. Si comportano bene con gli operai nelle fabbriche, perché non vogliono che vadano via altrimenti smette di funzionare tutto. Ma pensano che qui ci fossero i nazisti e le SS e si stupiscono quando qualcuno di noi passa in scioltezza dalla lingua ucraina a quella russa, come sanno fare tutti. Credono che i nazisti uccidessero chi parla russo».

Maria è una psicologa che si occupa di dare sostegno a chi arriva a bordo dei convogli, «non faccio mai la prima mossa, spiega, chiedo soltanto se hanno bisogno di qualcosa, di un caffé o di acqua. Finché sono in viaggio reggono lo stress e sono contenti, quando arrivano qui e non sono più in pericolo cambiano faccia, alcuni piangono, altri diventano aggressivi. La maggioranza soffre d’ansia perché non trova i famigliari e ha perso le comunicazioni. Alcuni soffrono di sensi di colpa perché sono sopravvissuti, piangono, allora spiego che prima di tutto devono occuparsi di loro stessi. Altri sono così traumatizzati che non riescono più a parlare».
Ci sono anche i combattenti del reggimento Azov ad aspettare i due convogli di civili evacuati dall’acciaieria Azovstal di Mariupol.

Tra loro si conoscono tutti, spiegano, e si sentono ogni giorno con gli altri combattenti chiusi dentro l’acciaieria. “Loki”, nome di battaglia che ricorda il dio della distruzione e dell’inganno, dice che anche suo fratello e suo padre combattono con il reggimento Azov, erano a Kiev, che è una battaglia già vinta da un mese, ma il reggimento è molto più legato a Mariupol. “Il buono” invece spiega che la resistenza dentro l’acciaieria è dovuta al fatto che i combattenti sono molto addestrati, «anche se non è stato permesso loro di ricevere addestramento dalla Nato, come gli altri reparti». Vi accusano di essere nazisti. «I nazisti volevano morire per Hitler, noi vogliamo combattere per la nostra nazione, anche in Italia funziona così. I nazisti sono nella testa di Lavrov (ministro degli Esteri russo) e di Putin».