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Lo 'sceriffo' John Lee è il nuovo governatore di Hong Kong, unico candidato gradito a Pechino

Il neogovernatore di Hong Kong, John Lee (ansa)
Fino a un mese fa numero due della governatrice uscente Carrie Lam, è l’unico ad esser sceso in campo per prendere in mano le redini dell’ex colonia britannica. È stato eletto con 1.416 preferenze
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PECHINO - Una poltrona per uno. John Lee, l’ex poliziotto fedelissimo a Pechino, molto apprezzato dalla leadership comunista per la “gestione” (tradotto: manganellate e arresti) delle proteste democratiche di tre anni fa, è diventato il nuovo governatore di Hong Kong. Nemmeno il brivido (finto) di una competizione tra più candidati: nessuna sorpresa, il “patriota” Lee, fino a un mese fa numero due della governatrice uscente Carrie Lam, è l’unico ad esser sceso in campo per prendere in mano le redini dell’ex colonia britannica. C’è un nuovo sceriffo in città.

Una competizione senza rivali

Pikachu, come il Pokémon, lo chiamano i suoi avversari: giocando con il suo nome cinese (Ka-Chiu) e perché “è come un animaletto fedele a Pechino”. Sessantaquattro anni, cattolico (come Lam), Lee - che entrerà in carica il 1° luglio, 25esimo anniversario della restituzione d…

PECHINO - Una poltrona per uno. John Lee, l’ex poliziotto fedelissimo a Pechino, molto apprezzato dalla leadership comunista per la “gestione” (tradotto: manganellate e arresti) delle proteste democratiche di tre anni fa, è diventato il nuovo governatore di Hong Kong. Nemmeno il brivido (finto) di una competizione tra più candidati: nessuna sorpresa, il “patriota” Lee, fino a un mese fa numero due della governatrice uscente Carrie Lam, è l’unico ad esser sceso in campo per prendere in mano le redini dell’ex colonia britannica. C’è un nuovo sceriffo in città.

Una competizione senza rivali

Pikachu, come il Pokémon, lo chiamano i suoi avversari: giocando con il suo nome cinese (Ka-Chiu) e perché “è come un animaletto fedele a Pechino”. Sessantaquattro anni, cattolico (come Lam), Lee - che entrerà in carica il 1° luglio, 25esimo anniversario della restituzione del Porto Profumato dal Regno Unito a Pechino - si ritroverà a governare una città polarizzata, esausta dal Covid, in calo economico (-4 per cento rispetto allo scorso anno) e con decine di migliaia di residenti e lavoratori stranieri ormai fuggiti all’estero.

La scelta di eleggere un ex agente che ha passato 35 anni nelle forze di polizia hongkonghesi è chiara: l’ordine e il controllo prima di tutto. Lee sarà il primo governatore ad aver indossato la divisa. E la sua mancanza di contatti nel mondo degli affari e della burocrazia della città lo renderà ancora più dipendente dai consigli che gli sussurreranno dall’Ufficio di collegamento di Pechino a Hong Kong: filo direttissimo col governo centrale. Tra i punti principali del suo programma c’è infatti una nuova legge sulla sicurezza nazionale, come prevede l’articolo 23 della Basic Law, la Carta di Hong Kong. Che, come scrivono gli analisti di Eurasia, “eroderà ulteriormente le libertà politiche, la libertà di stampa e lo stato di diritto, ed è probabile che aumenti il controllo di individui, imprese e Ong stranieri”. 

Dopo la riforma approvata dal potere comunista centrale, ad eleggere Lee saranno i 1.461 membri del Comitato elettorale, ampliato lo scorso anno proprio per garantire che i veri “patrioti” devoti al Partito comunista cinese siano la maggioranza. Per vincere gli servivano almeno 751 voti, in tasca ne aveva già 786, e ha portato a casa 1.416 preferenze, votato da un organismo dominato da rappresentanti dello stesso establishment che può contare anche su 89 seggi sui 90 totali al LegCo, il parlamentino locale.

Nella storia recente di Hong Kong si è sempre scelto il candidato preferito di Pechino, ma il processo è stato ulteriormente rafforzato, per eliminare anche la più remota possibilità che un candidato visto di buon occhio anche dall’opposizione (ora scomparsa) potesse essere nominato. Le proteste del 2019 sono lontane, e molti dei suoi protagonisti ancora in carcere. Nel frattempo a riportare l’ordine ci ha pensato la nuova legge sulla sicurezza nazionale che, unita al nuovo sistema elettorale, ha cancellato quel minimo di dialettica democratica che qui ancora si esercitava.

Scuole dai gesuiti e capelli lunghi

Cresciuto nel quartiere popolare di Sham Shui Po, scuole dai gesuiti, capelli lunghi e pantaloni a zampa di elefante (come ha ricordato qualche suo ex compagno di classe) Lee avrebbe voluto iscriversi a Ingegneria, ma la folgorazione per la divisa è stata più forte: una scelta maturata da ragazzino dopo essere stato vittima di bullismo e picchiato da alcuni teppisti, come ha raccontato lui stesso a un giornale filocinese. 

Diventato numero due dentro il governo dell’ex colonia britannica lo scorso anno, i precedenti quattro li aveva passati come segretario alla sicurezza, supervisionando la repressione delle manifestazioni democratiche che sconvolsero Hong Kong tre anni fa. Proprio per il suo ruolo, nel 2020 venne sanzionato dal governo americano. Pechino, invece, ora lo premia. C’è un nuovo sceriffo in città.