Putin alla parata di Mosca onora i caduti, ma il trionfo diventa un requiem
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti , dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA - Si sventolano bandiere e si alzano mani a salutare i soldati appollaiati sui loro tank, mentre i carri armati e i sistemi antimissilistici rullano sull'asfalto con i loro cingolati. Ma un uomo aggrappato a una transenna, con il figlio a cavalcioni sulle spalle, dice sommessamente: "Ci hanno rubato la festa". La Giornata della Vittoria, del trionfo sovietico sul nazismo, era la giornata in cui l'orrore della guerra finiva. E invece oggi dilaga ai confini e ce lo hanno portato i russi sotto la facciata di una nuova "denazificazione". Il 9 maggio era la giornata di commemorazione dei caduti, torturati, prigionieri di guerra e reduci. E la giornata di sollievo dei sopravvissuti, perché tutti i nati in Russia dopo quel 9 maggio 1945 sentono di dovere la vita a quei 27 milioni di soldati che persero la vita per sconfiggere il Terzo Reich. Ma oggi, questo 77esimo anniversario, è sospeso tra due guerre. Quella del passato, la Grande Guerra Pat…
MOSCA - Si sventolano bandiere e si alzano mani a salutare i soldati appollaiati sui loro tank, mentre i carri armati e i sistemi antimissilistici rullano sull'asfalto con i loro cingolati. Ma un uomo aggrappato a una transenna, con il figlio a cavalcioni sulle spalle, dice sommessamente: "Ci hanno rubato la festa". La Giornata della Vittoria, del trionfo sovietico sul nazismo, era la giornata in cui l'orrore della guerra finiva. E invece oggi dilaga ai confini e ce lo hanno portato i russi sotto la facciata di una nuova "denazificazione". Il 9 maggio era la giornata di commemorazione dei caduti, torturati, prigionieri di guerra e reduci. E la giornata di sollievo dei sopravvissuti, perché tutti i nati in Russia dopo quel 9 maggio 1945 sentono di dovere la vita a quei 27 milioni di soldati che persero la vita per sconfiggere il Terzo Reich. Ma oggi, questo 77esimo anniversario, è sospeso tra due guerre. Quella del passato, la Grande Guerra Patriottica, come la Russia chiama la Seconda Guerra Mondiale. E quella innominabile del presente, in Ucraina, che si può chiamare solo "operazione militare speciale".
L'oscillazione tra le tragedie di ieri e di oggi è continua e insistente. È nella coreografia di memoria staliniana. Ed è nelle parole del presidente Vladimir Putin che dice: "Oggi le milizie del Donbass, insieme all'esercito russo, combattono nelle loro terre dove gli eroi della Grande Guerra Patriottica combatterono fino alla morte. Mi rivolgo a loro. State combattendo per la Patria, perché non ci sia posto nel mondo per carnefici, punitori e nazisti". Ed è nell'irrituale minuto di silenzio a metà del discorso, scandito dal tocco funereo di un metronomo, dedicato non solo ai caduti nel conflitto mondiale, ma anche ai "martiri di Odessa, bruciati vivi nella Casa dei Sindacati nel maggio 2014" e ai "civili morti per i bombardamenti spietati" e i "barbari attacchi dei neonazisti" nel Donbass. In un Paese che ha coperto col segreto di Stato ogni informazione sui caduti in Ucraina, è forse questa la novità. Un'ammissione implicita che l'offensiva durerà ancora a lungo e che i morti non si possono più nascondere.
Per il resto tutto procede secondo cerimoniale. Vladimir Vladimirovich, con al collo una cravatta forse regalo di Silvio Berlusconi, raggiunge il mausoleo di Lenin dove ancora una volta, a dispetto dei comunisti, è stata allestita la tribuna delle autorità e prende posto tra i veterani pluridecorati. Le telecamere delle tv di Stato indugiano sul patriarca Kirill e del sindaco di Mosca Sergej Sobjanin. Non ci sono leader stranieri. "Non li abbiamo invitati", sostiene il Cremlino. Ma la loro assenza è il segno dell'isolamento in cui è piombata la Russia. Quando l'orologio della Torre Spasskaja suona le 10 del mattino, la cerimonia prende il via con il ministro della Difesa Sergej Shojgu che in piedi su una limousine passa in rassegna le truppe schierate sull'acciottolato della Piazza Rossa. Putin parla per soli 11 minuti. Nessun cenno a una mobilitazione generale. Nessun annuncio di vittoria o annessione nel Donbass. I pronostici, e i timori, di Kiev e di alcune cancelliere occidentali vengono smentiti. Il suo discorso è una sublimazione della retorica di tre mesi d'offensiva destinato principalmente al pubblico interno. Innanzitutto, "lo scontro inevitabile".
La Russia, dice, è stata costretta a intervenire in Ucraina perché la Nato aveva ignorato le sue richieste di sicurezza e preparava con Kiev "un'operazione punitiva nel Donbass" e "un'invasione nelle nostre terre". Poi l'attacco agli Stati Uniti che, parlando della loro "esclusività", "umiliano non solo il mondo intero, ma anche i suoi satelliti" e "cancellano il coraggio di coloro che vinsero". Infine, il parallelismo tra il 1945 e oggi: "State difendendo quello per cui hanno combattuto i vostri padri". Quando conclude "Per la Russia! Per la vittoria!", i cannoni schierati sotto le mura del Cremlino sparano a salve e inizia la parata. Sfilano meno uomini (10mila contro 11mila nel 2021) e meno mezzi (131 contro 190). E non sfrecciano gli aerei che avevano preso parte alle prove: né i caccia in "formazione Z", né l'Ilyushin Il-80, l'Aereo dell'Apocalisse, pronto a trasformarsi in "Cremlino Volante" in caso di attacco nucleare. Troppo instabile il tempo, per tutto il giorno il sole si alterna ad acquazzoni.
Finita la parata, inizia il corteo del Reggimento degli Immortali, migliaia di cittadini che brandiscono come icone i ritratti dei loro familiari reduci o morti in battaglia. Sfila anche Putin mostrando la foto del padre. È chiaro che le forze di polizia temono provocazioni. Negli anni passati, chiunque poteva unirsi alla marcia. Stavolta il percorso è transennato, si accede solo dopo minuziosi controlli al metal detector. Giovani con finti copricapi militari preceduti d stendardi si mescolano a vecchi in uniforme cosacca che sventolano la bandiera con falce e martello che venne issata sul Reichstag e alle famiglie festanti. C'è anche un battaglione dello Junarmija, corpo paramilitare per giovanissimi, che arriva dal Donbass. Ekaterina Ribalova, 16 anni, mostra fiera il ritratto del nonno e ringrazia Putin e l'esercito russo per la "lotta al nazismo". "Kiev diceva che bisognava sterminarci tutti perché siamo animali".
Non fa in tempo a continuare che due energumeni ci allontanano e la rimproverano facendola scoppiare in lacrime. Natalia Rasputnaja, impiegata di banca, 55 anni, il nastro di San Giorgio appuntato al petto a forma di "Z", non ha dubbi: "Stiamo liberando l'Ucraina dal nazismo. Se non fosse per l'Occidente, l'operazione sarebbe già finita". A sfilare ci sono anche eredi di combattenti degli altri Stati dell'ex Urss che, aveva detto Putin nel suo discorso, sono "la forza della Russia". L'operaio tajiko 59enne Ismat Karimov sfoggia denti d'oro: "Bisogna ricordare il sacrificio dei nostri cari". Di Ucraina non vuol parlare: "Non c'entro con la politica. Sono un uomo semplice". Anche la studentessa sedicenne Ekaterina Pavlovich rifugge dai parallelismi tra il 1945 e oggi: "Sono due cose diverse". Non lo dicono ad alta voce, ma lo pensano: "Ci hanno rubato la festa".