Nei racconti di guerre lontane, lontane soprattutto nel tempo, mi colpiva una parola: "mutilati".La guerra distrugge i corpi: può lasciarli vivere, ma segnati
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Ospedale da campo dell'acciaieria Azovstal, Mariupol (afp)
Nei racconti di guerre lontane, lontane soprattutto nel tempo, mi colpiva una parola. Entrava anche - nei lunghi interminabili dolorosi dopoguerra - nel linguaggio della burocrazia. Finiva sulle insegne nei luoghi pubblici, sui mezzi di trasporto. Spesso si accostava alla parola, più generica, "reduci". Mi riferisco alla parola "mutilati". Sta a indicare chi non è solo reduce e basta, ma torna dalla guerra con un segno della violenza addosso. Porta scritta sul corpo di sopravvissuto la lacerazione, la ferita, e più precisamente una mancanza - che non è astratta.
Così, contemplare questa fotografia, rimandare al soldato ucraino, che sembra fissarci, muto, il nostro sguardo, vuol dire prendere coscienza ancora una volta di ciò che la guerra distrugge e squarcia. Non solo le case, gli ospedali, le scuole, le acciaierie, le città. Distrugge e squarcia i corpi; può lasciarli vivere ma segnati. Mutilati, per l’appunto. Consegnarci un’eredità di dolore che si legge nei corpi, nelle loro - visibili e disperanti - mancanze.