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L’escalation diplomatica che può far breccia su Mosca

Il forcing di Draghi per un tavolo comune, le pressioni di Biden per l’invio di armi in funzione di deterrenza, gli sforzi a tutto campo dell’Eliseo. Qualcosa si muove nelle cancellerie mondiali. Ma con quali risultati?
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Da Washington a Roma, la nuova spinta al negoziato

WASHINGTON - Alla fine della visita di Draghi a Washington, quando il premier stava andando all’aeroporto per rientrare a Roma, un’autorevole fonte diplomatica americana ha commentato così: «Adesso dovremo per forza inventarci un qualche problema tra Usa e Italia, perché altrimenti rischieremo di perdere il posto. Noi diplomatici serviamo a risolvere le divergenze, ma fra Biden e Draghi non ce ne sono». Se le cose stanno davvero così, le parole del premier sulla necessità di iniziare a ragionare anche sulla soluzione diplomatica della guerra in Ucraina non hanno urtato Washington. Anche perché lo stesso Biden lunedì scorso aveva detto di essere preoccupato del fatto che Putin non ha una via d’uscita, e ciò potrebbe spingerlo all’escalation. Gli Usa chiedono che gli aiuti militari ed economici continuino, anche perché sperano che gli ucraini ri…

Da Washington a Roma, la nuova spinta al negoziato

WASHINGTON - Alla fine della visita di Draghi a Washington, quando il premier stava andando all’aeroporto per rientrare a Roma, un’autorevole fonte diplomatica americana ha commentato così: «Adesso dovremo per forza inventarci un qualche problema tra Usa e Italia, perché altrimenti rischieremo di perdere il posto. Noi diplomatici serviamo a risolvere le divergenze, ma fra Biden e Draghi non ce ne sono». Se le cose stanno davvero così, le parole del premier sulla necessità di iniziare a ragionare anche sulla soluzione diplomatica della guerra in Ucraina non hanno urtato Washington. Anche perché lo stesso Biden lunedì scorso aveva detto di essere preoccupato del fatto che Putin non ha una via d’uscita, e ciò potrebbe spingerlo all’escalation. Gli Usa chiedono che gli aiuti militari ed economici continuino, anche perché sperano che gli ucraini riescano a lanciare la controffensiva ad Est e nel Donbass entro giugno. Questa pressione dovrebbe servire proprio a rafforzare la mano di Zelensky e spingere Putin al tavolo della trattativa, che però bisogna iniziare ad immaginare adesso. Proprio per questo, però, chi si oppone all’invio delle armi e agli aiuti economici a Kiev in realtà ostacola il cammino verso una soluzione diplomatica del conflitto.
 

Ma il Cremlino ora ascolta soltanto la voce di Erdogan

MOSCA - Sul futuro dei negoziati con l’Ucraina il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov preferisce non sbilanciarsi. «No, non posso valutare le prospettive. Per ora possiamo solo affermare ciò che è». E lo scenario attuale delle trattative, visto da Mosca, non è affatto incoraggiante: «Il progresso negoziale è iniziato senza intermediari e prosegue in modo molto lento e inefficace senza intermediari».  Di nuove mediazioni per il momento non si parla. Neppure alla luce del vertice a Washington tra Mario Draghi e Joe Biden o delle telefonate di Xi Jinping con Olaf Scholz ed Emmanuel Macron. E l’ipotesi di una mediazione di Bruxelles avanzata dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera Josep Borrell non è stata proprio presa in considerazione. L’unica menzione resta per la Turchia che ha creato «le condizioni necessarie» per le attuali trattative ospitando l’incontro a Istanbul. «Le intese di cui avevamo bisogno sono state raggiunte lì, ma sono state poi sconfessate dalla parte ucraina», sostiene Peskov. È il mantra di Mosca. Se i negoziati non vanno avanti è colpa di Kiev o della Nato. Mercoledì lo ha detto anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov: pur dicendosi favorevole al «proseguimento dei negoziati» benché non stiano andando bene, ha accusato «la retorica militante e le azioni incendiarie dei mecenati occidentali di Kiev» di ostacolare il dialogo.
 

Il gioco di sponda di Macron: filo diretto con India e Cina

PARIGI - Sostenere l’Ucraina ma non “umiliare” la Russia. È in questa difficile sintesi che si muove la strategia diplomatica di Emmanuel Macron di nuovo impegnato negli sforzi di mediazione sulla guerra in Ucraina, dopo la pausa dovuta alla campagna elettorale, anche in veste di presidente di turno dell’Ue fino a giugno. Il leader francese ha ribadito il pieno sostegno a Kiev, ancora nella telefonata di ieri con il presidente Sergio Mattarella, rinviando però la visita nella capitale ucraina, un tempo prevista insieme al cancelliere Olaf Scholz e tramontata per le reticenze di Berlino. «Andrà quando sarà utile» spiega l’Eliseo. Ovvero: quando la possibilità di un cessate il fuoco diventerà concreta. Nell’attesa Macron vuole restare un interlocutore possibile per Vladimir Putin, anche se l’ultima telefonata ha confermato la chiusura del Cremlino. Il presidente francese tenta di fare sponda sulle potenze più vicine a Mosca, a cominciare da India e Cina con cui ha avuto contatti nell’ultima settimana: la visita a Parigi del premier indiano Narendra Modi e la telefonata di martedì con il presidente cinese Xi Jinping. L’obiettivo di un “decoupling”, sganciare la Russia dai suoi principali alleati, è ancora in salita ma il leader francese usa argomenti su cui Xi è sensibile: il rispetto della sovranità territoriale e la difesa del multilateralismo. 
 

La perenne ambiguità di Xi tra lealtà e condanna allo Zar

PECHINO - Tre i messaggi che Xi ha voluto mandare agli europei, prima parlando con Scholz e poi con Macron. In ordine di importanza: ritorniamo a fare affari; riprendetevi in mano la vostra sicurezza e non fatevi mettere i piedi in testa dagli Usa; sulla guerra stiamo lavorando a modo nostro. Un cambio di linea sul conflitto? Non ancora. L’atteggiamento ambiguo si è visto anche ieri all’Onu: da una parte la Cina si è detta favorevole ai corridoi umanitari e ha condannato il bombardamento della scuola di Bilohorivka - pur senza menzionare la Russia - e dall’altra ha votato contro un’indagine sugli abusi delle forze russe in Ucraina. «La decisione di stare con la Russia e le ripercussioni della guerra stanno mettendo Xi in difficoltà», confidano fonti diplomatiche. «Ma è ostaggio delle sue scelte perché non può permettere che venga messa in dubbio la sua infallibilità. Con l’atteggiamento nei confronti di Putin, però, anche Europa e America stanno mandando messaggi a Xi». Man mano che la guerra avanza l’insofferenza per questo abbraccio coi russi cresce. Da ultime, le critiche a Putin dell’ex ambasciatore cinese a Kiev. La linea ufficiale rimane, ma danno l’idea di ciò che molti pensano dello Zar e di questo abbraccio da cui vorrebbero staccarsi.